domenica 17 maggio 2020

Il ritorno del Cosacco.

Per il 75° anniversario delle stragi di Ovaro e Avasinis, la scia di sangue con la quale si è conclusa la ultima guerra in Carnia, ho pubblicato il romanzo "Il ritorno del Cosacco" che ricorda quei fatti.

venerdì 3 aprile 2020

Ricordando Pietro Polettini

                     
           " Ex se natus", amava sottoscriversi il grande Jacopo Linussio. "Fattosi da sé". Ex se natus mi piacerebbe fosse scritto anche sulla tomba dell’amico Pietro Polettini, venuto a mancare questa notte all’età di 86 anni. In questa espressione mi pare si possa raccogliere e definire la vita d’un uomo che partito veramente “dal nulla” ha saputo diventare il più grande imprenditore edile di Tolmezzo, dopo il terremoto del 1976, legato alla tradizione ma capace di innovazione come dimostra la nascita della Solaicarnia.
            “Multa pars mei vitabit libitinam” mi piace ricordarlo con la frase latina del poeta Orazio a bilanciare per contrappasso il suo dispiacere per non aver potuto studiare, ricordando il suo disappunto quando gli facevo le citazioni. Ma lui mi ha tante volte concretamente  insegnato che la vita fa da maestra se la sai ascoltare anche se non ti ha consentito di frequentare le scuole. Gli torno quindi a spiegare  che con questa frase, tradotta in italiano,  il poeta voleva sottolineare  che molte delle cose fatte da lui supereranno il fiume della dimenticanza. E in effetti molto di ciò che ha fatto Polettini a Tolmezzo, resterà ben oltre la sua scomparsa, a muovere il ricordo di lui. Gli edifici dell’Istituto Professionale, il Centro Direzionale e l’Ospedale e tante altre opere che segnano il paesaggio di Tolmezzo e della Carnia.
La chiesa dell'ospedale  dedicata a S.Antonio

            A proposito dell’Ospedale ho vivo il ricordo di quando è arrivato da me Sindaco a dire: “Guarda che qui, a progetto, è previsto che vanga demolita la cappella di S. Antonio, ma io mi rifiuto di demolire chiese”. “Si cumbine!” gli ho risposto e infatti la cappella e ancora lì. “Merito tuo,” gli dicevo scherzando, “quindi se muori prima di me ti porteremo lì per il rosario e le onoranze funebri.” Invece il destino l’ha chiamato all’altra vita quando addirittura non è ammesso neppure di celebrare il funerale.
            Appena qualche giorno fa ho salutato l’amico Tiziano Dalla Marta, con lo stesso richiamo alla poesia di Orazio del “Non omnis moriar-non morirò completamente”. Due amici così diversi ma che ho accomunato nell’intensità e spontaneità del sentimento di amicizia, nell’ammirazione provata per loro, nel lascito che hanno lasciato alla Carnia con la testimonianza della loro vita.
            Il figlio della bidella, senza titoli di studio che diventa imprenditore, che sa quindi mettersi in gioco per inventarsi capace di gestire tempi e metodi in una realtà estremamente complessa come quella dell’impresa edile. Un esempio della capacità di intraprendere, da portare a modello ai giovani d’oggi. E perché no anche ai politici che progettano il futuro della Carnia, perché è solo facendo crescere persone che si ispirano a questi modelli che ci può essere un grande futuro per il nostro territorio. Con la morte di Polettini la Carnia perde una persona che ha saputo interpretare al meglio lo spirito di intrapresa nel quale spesso si sviluppa in positivo l’individualismo carnico. Tolmezzo perde uno degli ultimi autentici tolmezzini doc, quelli con le radici insinuate nelle androne e nei cortili interni del Borgàt.

            Ci eravamo promessi di salire ancora una volta assieme sull’Amariana, la nostra montagna. Poi si rimanda e il tempo purtroppo rende impossibile mantenere gli impegni. Comunque mi piace ricordarlo lassù. Non dimenticava mai di portare dei fiori alla Madonna. Mi piace ricordarlo lassù in particolarela sera in cui siamo saliti per l’accensione dei fuochi nella festa dell’Ausiliatrice. Era una notte piena di stelle. Nel chiarore della luna si aveva l’impressione di essere sospesi nel cielo, in un'altra dimensione nell’atmosfera trapunta di stelle. Il nostro respiro diventato il respiro della notte.
            Amico fraterno. Coronavirus mi impedisce di vederti da morto. Meglio così! Per me non sei morto. Nel prefazio della Messa dei morti, con la quale avremmo dovuto salutarti,( ma ci viene impedito!), si recita che “vita mutatur, non tollitur”  
Ti traduco: “La morte non ci toglie la vita, ci cambia soltanto la modalità del vivere”. Appunto! Per me resti lassù nell’altra dimensione, accanto alla “tua” Madonna, nel ricordo del respiro di quella notte di stelle. Mandi Pèpo. Questo il soprannome con cui ti chiamavo, il perché te l’avevo attribuito, può restare un  segreto tra noi due. Cordialmente Mandi, anche a nome di tutta la mia famiglia, con le più sentite condoglianze a Lidia ai tuoi figli e a tutti i tuoi parenti.

  

mercoledì 18 marzo 2020

Ricordando Tiziano Dalla Marta


 Tiziano Dalla Marta, amico carisimo,
non c’è amicizia più intensa e sincera di quella che nasce tra due persone che hanno idee e modi di pensare diversi, ma che proprio in questa diversità trovano il modo di confrontarsi, crescendo intellettualmente assieme, rispettandosi a vicenda, riconoscendosi reciprocamente l’onestà intellettuale. E’ stata questa la storia della nostra amicizia durata cinquanta anni.
            Negli ultimi anni ci siamo trovati a condividere la comune passione per la scrittura. Quando ti ho visto qualche giorno fa, per l’ultima volta, avrei voluto dirti che sono tornato a scrivere favole. Ma il destino ha voluto riportarmi, bruscamente, alla realtà, imponendomi di ricordare la frase di Ungaretti che abbiamo discusso come introduzione al mio ultimo romanzo storico: “la morte si sconta vivendo”. Sul tuo viso si vedeva che il tempo aveva ormai scavato tutti i segni dei tuoi 97 anni. Come il tempo nei millenni ha segnato le nostre montagne. Ma tu parlavi ancora di quando hai sfidato quelle montagne da scalatore provetto, a volte spericolato. Respingevi la debolezza con la quale i tanti anni di vita, inesorabilmente avevano segnato  il tuo corpo, nel ricordo di quando facevi a gara a dimostrare la tua forza: “invincibile a braccio di ferro”:
            A seguito del mio interesse sull’argomento, negli ultimi anni è stata la storia della Resistenza in Carnia i leit motiv delle nostre accese discussioni, nei nostri frequenti incontri. Tu che avevi contribuito a costruire il mito del Movimento della Resistenza. Io che considero negativo l’aver voluto trasformare la realtà in mito e che sento quasi come impegno civile quello di ristabilire la verità storica. Due visioni opposte che ci hanno portato a puntualizzazioni anche vivaci, ma nel rispetto sempre delle reciproche posizioni, ricordando più volte Voltaire nella frase che gli viene attribuita: “non sono d’accordo con ciò che dici, ma sarei disposto a perdere la vita perché tu abbia la libertà di dirlo”.
            Ma la nostra amicizia viene da molto più lontano. Nel 1970 come consigliere comunale sono entrato a far parte della tua squadra di Sindaco di Tolmezzo al secondo mandato. Giovane, fresco di idee. entusiasmi e comportamenti sessantottini, sono entrato in un conflitto con te con una foga che tu hai sopportato e capito solo perché intuivi che veniva dal comune impegno che ci portava a spenderci per lo sviluppo della nostra comunità. Entrato a far parte della tua Giunta, l’ho messa in crisi, spaccando il gruppo consiliare di cui entrambi facevamo parte.
            Ne abbiamo parlato tante volte, perché è nata proprio lì quella strana e originale amicizia tra due persone che agli occhi degli altri, potevano sembrare nemici.
            Una amicizia che si è rinsaldata quando da Sindaco della Ricostruzione, sono ricorso a te per utilizzare la preziosa competenza che ti veniva dal fatto di  poter unire  l’esperienza d’amministratore alle conoscenze dell’architetto. E ci siamo trovati, in quel momento particolarmente difficile per la nostra comunità a collaborare sinceramente, in ruoli diversi, ma sullo stesso obiettivo, con lo stesso impegno civile, la stessa passione politica.
            La nostra amicizia però è un fatto personale, seppure con risvolti pubblici. Da tuo successore come Sindaco, desidero  anche  ricordare e sottolineare la tua grandezza come Sindaco che ha scritto una pagina importante e decisiva della storia della nostra comunità.
            “Non omnis moriar! “ scrive il poeta latino Orazio, non morirò completamente se il ricordo di ciò che ho fatto mi sopravviverà, se resterà d’esempio.
            Per questo mi pare doveroso ricordarti con l’ammirazione e la stima che ho sempre avuto nei tuoi confronti. Vorrei portarti come esempio agli amministratori di oggi come la figura di un Sindaco che non si è fermato ad amministrare il presente, ma ha voluto e saputo pensare e immaginare il futuro della comunità che democraticamente era stato chiamato ad amministrare. Il piano regolatore del 1969 che imponeva a Tolmezzo un futuro da centro industriale, in conflitto con gli agricoltori proprietari dei terreni, è un esempio di lungimiranza, d’un saper guardare al futuro anche a danno dei propri interessi politici immediati. Esempio di concretezza poi, l’impegno che hai messo nel dare contenuti alla sua scelta, cercando gli imprenditori, come Apollo Candoni, che poi avrebbero segnato il futuro di Tolmezzo.
\           “Exegi monumentum aere perennius” continua ancora il poeta ricordando il lascito del suo spirito . “Ho lasciato un monumento più duraturo del bronzo”. Altrettanto puoi dire tu per i segni che hai lasciato oltreché come amministratore, come architetto e anche come scrittore e pittore. Come scrittore ricordo libri che non hanno avuto il successo che si meriterebbero come “Il volo del rondone” e “Il ritorno del Gismano”. Titolo quest’ultimo che ho voluto richiamare nel mio romanzo storico in uscita “Il ritorno del Cosacco” nel quale un capitolo, intitolato “Tiziano” ti vede come personaggio. Ricordo anche l’inedito “Mia, Romania” la bella elegia con cui evochi il rapporto di grande umanità che sei riuscito a costruire con la badante, negli ultimi dieci anni della tua vita, dopo la morte della amata Caterina.
            Di te come pittore parleranno altri più competenti di me. Voglio però ricordare il ciclo destinato a richiamare la tua storia personale nella Resistenza, non a caso la prima opera che hai lasciato è il lunotto nelle chiesa di Cludinico che hai dipinto da giovane partigiano.
            Come opere dell’architetto mi piace ricordar la Chiesa del Sacro Cuore di Betania che ben interpreta l’aspirazione all’infinito, all’esistenza nella dimensione dell’immortalità che è stata oggetto di tante nostre riflessioni negli ultimi tempi.
            La morte, che come la falce manzoniana” tutte pareggia l’erbe del campo” mi toglie dalla vista un grande amico, ma i sentimenti che ci hanno uniti vanno oltre la morte. Resti e resterai tra noi, finchè resta il ricordo dell’amico, finchè durerà il ricordo di te in una comunità come quella di Tolmezzo che tanto ti deve.
            Scherzando, mi avevi fatto assumere l’impegno di farti l’orazione funebre in chiesa. “Don Angelo non lo permette” ti ribattevo. Il destino ha voluto che tu sia venuto a mancare in questo strano momento nel quale non sono permessi addirittura i funerali, non solo le orazioni funebri. Questo mi consente di ricordarti in modo meno formale, meno forbito se vuoi, come a te avrebbe fatto piacere, perché ci tenevi a scrivere in una forma meno rustica della mia, ma  certamente più sincero.
            Tiziano, il mio romanzo l’Ebreo Errante che abbiamo condiviso l’anno scorso, può essere considerato in qualche modo un saggio sull’immortalità. Ne abbiamo parlato tanto. Una realtà  in una dimensione diversa, per me senza Inferni e Paradisi (anche qui in disaccordo!), ma comunque eternamente vivi.
            Io ci credo! Ti penso lì. Pur non mancando di fantasia non riesco a immaginare come. Ma so che sei vivo. Che mi stai aspettando, per continuare i discorsi. Come stai aspettando la tua grande famiglia di figli nipoti e pronipoti. Non metterci fretta però! Mi raccomando!
            Mandi Tiziano.

lunedì 16 marzo 2020

Nel Caos.


Nel più profondo caos.
                Il caos provocato dalle mosche bianche si è rivelato una bazzecola rispetto a quello provocato successivamente  dalla nuvola informatica. Arrivò anche in questo caso, non si sa da dove, né come nè perché, una nuvola. Quella delle mosche era parsa di rugiada, questa era proprio una nebbiolina leggera. Sospesa nell’aria, persino profumata. Sembrava una cosa molto bella e tutti gli animali del bosco presero a respirarla a pieni polmoni. Non dava disturbi. Anzi!
                Ci volle del tempo perché ci si accorgesse degli effetti. Tutti gli animali, indistintamente, d’ogni specie e d’ogni luogo, lentamente cominciarono a perdere la memoria, poi gli istinti e quel po’ di ragionamento che madre natura consente anche ai non umani. Dire che perdevano è giusto sul piano individuale, sbagliato sul piano della realtà. In effetti nulla si perdeva ma tutto veniva assorbito nella nuvola. Gli animali non avevano bisogno di nessuna forma di pensiero perché a pensare era la nuvola, che all’inglese prese il nome di Cloud. Non era più necessario ne ricordare né pensare a cosa fare perché l’unico istinto, rimasto agli animali era quello di chiedere al Cloud,  e la nuvola ricordava e pensava e quindi decideva per loro.
                Invece che continuare a surfare, stando in equilibrio sulla cresta dell’onda, come inutilmente aveva continuato a consigliare, con una bella e poetica metafora il gufo, ci si era lasciati andare e si era finiti nel caos dei flutti, o, fuori di metafora, ancor peggio nella quiete della nuvola. Peggio perché nel caos dei flutti, l’istinto di sopravvivenza porta a cercare di nuotare per salvarsi. Ceduto il cervello al Cloud, gli animali erano finiti in una pace assoluta, molto simile però alla pace della morte.
                Con quale morale si può chiudere la favola? Si potrebbe ricorrere ancora al prof. De Toni, ma più che a sapere la morale della favola il lettore di sicuro  è interessato a sapere il seguito. Ma per questo dovrà attendere la favola successiva. A domani!....


domenica 15 marzo 2020

Sull'orlo del caos.


 Surfando sull’orlo del caos.

            Nei boschi della Carnia a quel tempo era scoppiato il caos. Ma quando esattamente? A quei tempi.! Forse addirittura prima della comparsa dell’uomo, visto che dell’evento non è rimasta memoria storica. La vita tranquilla degli animali è stata sconvolta dall’arrivo da uno sciame enorme di mosche bianche. Un grande nuvola che si è posata come venefica rugiada su tutto il territorio. Si prese a morire di “mosca bianca”.
            Sulle prime morivano gli uccelli, e i quadrupedi pensavano che il problema non li riguardasse. Poi ci furono le prime morti tra le lepri, e le volpi pensavano d’essere immuni. Quando morirono i primi lupi, ci si rese conto che le mosche bianche avevano portato una pandemia che colpiva tutti. Si riunirono quindi gli animali del bosco di tutte le specie, per confrontare i casi. Il vecchio gufo tirò le conclusioni: le mosche portavano un virus che infettava e portava la morte. Per salvarsi si doveva fare attenzione, a che le mosche non si avvicinassero  a meno di due yard. “Quanto?” chiese il Tasso che non conosceva l’inglese. “Due volte 0,9144 metri”, rispose un corvo che aveva girato il mondo.


            Nessuno tuttavia spiegò come si doveva fare per evitare che le mosche si avvicinassero e gli animali di ogni specie e di ogni località continuavano a morire. “La soluzione può venirci solo dal bosco”, sentenziò il Gufo, dopo notti insonni di meditazione. “Gli alberi potrebbero sprigionare una sostanza che fa scappare le mosche bianche. Speriamo che anche a loro diano fastidio le mosche bianche e che quindi si attivino per eliminarle”. Ma nell’attesa del bosco si continuava a morire!
         
   Non ci avevano pensato, ma oltre al bosco c’è anche il Destino. Era stato il Destino a fare arrivare le mosche bianche, (non s’è mai capito se da qualche altra regione della terra o da qualche pianeta), e il Destino provvide a eliminarle. Sulle montagne della Carnia si scatenò un terribile uragano chiamato Vaia che distrusse tanti boschi. Con la sua furia però fece anche un macello di mosche bianche, mettendo in fuga quelle che si erano salvate. Tornò così il sereno sui monti di Carnia, tornò la serenità negli esseri che vi abitavano e nacque il detto “No l’è un mal ca nol seti encie un ben”.
            A dir il vero on si capisce bene se questa sia una favola o una leggenda e per questo risulta più difficile  la morale. Ci aiuta ancora una volta il prof. De Toni con il suo saggio sull’orlo del caos, quando scrive che ci si deve abituare a pensare all’ordine e al disordine come elementi non separati ma connessi tra loro. Si vive come facendo surf  in precario equilibrio tra ordine disordine. E’proprio in questa precarietà che dal disordine può nascere un ordine nuovo. E’ la precarietà che suggerisce al Gufo di pensare che la soluzione  va ricercata nel bosco, non tra gli animali. E’ poi il Destino a intervenire  con un  tocco di genio, trasformando addirittura  un disastro in un evento benefico.


sabato 14 marzo 2020

Ordine e disordine


Tra oche e galline: ordine e disordine.

            Nel cortile di nonno Birt c’erano tanti animali domestici. D’ogni specie. Ma fra tutti si notavano  un branco di galline e una frotta di oche. Le galline uscivano al mattino, davanti al gallo e salivano sui prati a fare scorpacciate di cavallette e d’ogni altro insetto che capitava a portata del loro becco. Le oche invece scendevano allo stagno per nuotare e nutrirsi di ciò che si nascondeva sotto all’acqua. Le oche sempre in ordine, in fila indiana, dietro alla capobranco. Le galline facevano invece impazzire il gallo che avrebbe voluto tenerle unite per non perderle. Al rientro infatti mancava sempre qualcuna, preda senza dubbio di qualche volpe.
            “Imparate dalle oche!” chicchiriccava ogni sera il gallo. Ma invano!
            Un giorno, in valle, si fece vedere un’aquila. Tutti gli animali del cortile vedendola volteggiare minacciosa, naturalmente entrarono in agitazione. Fra le oche e le galline si aprirono furibonde discussioni tra chi sosteneva che non si dovesse uscire finché l’aquila avrebbe continuato a librarsi nell’aria e che invece ribatteva che non si dovevano cambiare le abitudini, facendosi prendere dalla paura.

            Vinse la corrente degli ottimisti e galline e oche mantennero le vecchie abitudini.
            Ciò che cambiò fu però la conta dei morti. Al rientro alla sera presero a mancare le oche invece che le galline. A far vittime non era infatti più la volpe ma proprio l’aquila. S’era provata a prendere una gallina, ma nel fuggi fuggi che si era creato nel branco disordinato, la sua picchiata era andata a vuoto. Riprovò con le oche che rientravano in ordine, in fila perfetta, e non le fu difficile ghermire l’ultima. Così anche nei giorni seguenti!
            Mi riusciva difficile trovare la morale della favola, finché non ho letto l’intervento del prof. Alberto De Toni sull’ultimo numero de Il Business, il settimanale de Il Friuli diretto da Rossano Cattivello. Il professore citando Paul Valery scrive che “due pericoli minacciano costantemente il mondo: ordine e disordine.  La favola ne è una conferma. Le galline pagavano in morti a causa del  disordine, le oche a causa dell’ordine. “L’area della vita è una zona intermedia tra ordine e disordine” scrive ancora De Toni. “La complessità,” aggiungo io citandolo a memoria, “presuppone che al cambiare del contesto si sia pronti a cambiare atteggiamento e comportamento”.   

venerdì 13 marzo 2020


La volpe e l’uva.
            Non è che in Marcelie ci fosse molta uva. In Carnia a mezza costa non ci sono vigneti. Tuttavia nel Pecol nonno Birt aveva piantato un filare e ogni anno  raccoglieva dei bei grappoli. Belli si fa per dire, perché in realtà erano striminziti, e gli acini erano asprigni. La volpe di Marcelie comunque avrebbe voluto assaggiarli. Una sera acquattata dietro un cespuglio aveva sentito nonno Birt raccontare al nipote Igino, la favola inventata  da Esopo e poi ripresa da Fedro che si concludeva con quella battuta che dava le volpi prive di carattere, disposte sempre a trovare la scusa per arrendersi. “Non è matura!” e con quello  la volpe della favola rinunciava persino ad assaggiarla. “Ma se era troppo alta, fuori portata, perché inventarsi la scusante?” commentava tra se e se la volpe di Mercelie

            In effetti anche nel Pecol la spalliera era troppo alta, e fatti a mente dei calcoli, la volpe furba non aveva neppure sprecato tempo  ed energia per provarci. Ma non le passava neppure lontanamente per la testa di darsi la scusante che non era matura. Anzi non riusciva a darsi pace, sforzando i pochi neuroni di cui dispone una volpe per trovare la soluzione. E ci arrivò finalmente!
            Una sera passando sotto la vigna, vide che nonno Birt aveva portato un cassone di plastica. Il giorno dopo l’avrebbe usato per raccogliere l’uva, e per un altro anno lei avrebbe dovuto rinunciare a sapere quale è il sapore degli acini. Si sa che le urgenze stimolano i neuroni. L’intuizione è come il lampo d’un fulmine. La volpe rovesciò il cassone di plastica, vi salì e fece una scorpacciata d’uva.
           
            Non era un gran che, come sapore! Ma le soddisfazioni sono proporzionali all’attesa e all’impegno che si è messo per raggiungere l’obiettivo. Comunque la morale della favola non sta nel sapore dell’uva, ma nel fatto che se si insiste sugli obiettivi, questi diventano miti irraggiungibili. E’ più intelligente abbassare la  mira e impegnarsi a trovare gli strumenti più idonei per raggiungere l’obiettivo. Se c’è riuscita la volpe di Marcelie non ci riusciranno gli umani?
             Alla stessa morale, per altra via, arriva anche  il past Rettore dell’Università di Udine Alberto  De Toni nell’ultimo numero di Il Business, il mensile di Il Friuli, quando scrive che “abbiamo bisogno di persone che curano i mezzi, consapevoli che il fine avrà cura di se stesso”.
























giovedì 12 marzo 2020



Gracco

“mi piego ma non mi spacco”

Flectar non frangar


Nella storia di un paese
la storia della Carnia.
(scherzo teatrale).



Premessa – Colpito dal fatto che sono riuscito a dimostrare che Marco Polo è nato in Carnia, Claudio Pittin (già promotore dell’idea di affrescare il campanile di Givigliana) mi ha chiesto di usare le stesse abilità per dimostrare che il paese di Gracco in Val di Gorto ha qualcosa a che vedere con i famosi Gracchi Tiberio Sempronio e Gaio Sempronio. Incoraggiato anche da Paola di Sopra, (una tra i miei 17 lettori) assessore al Comune di Rigolato, mi sono provato con questo sketch teatrale.
                 È il lungo monologo di un Attore (il parroco di Rigolato), disturbato da una  Spettatrice, che presenta una serie di scene della storia di Gracco, allargata poi al Comune di Rigolato, per certi versi compendio della storia della Carnia.
 Una ventina di scene da tre minuti intervallate da qualche  minuto di monologo.          

                
Per la prima rappresentazione a Rigolato, in assenza d’un palcoscenico con le quinte, si immagina una soluzione di compromesso.
 “Si cumbine”.
La porta a destra del palco, coperta con un apposite paravento diventa il percorso di accesso degli attori, dalla rulotte che, collocata nel cortile esterno, fa da spogliatoio.
                
A un angolo del palcoscenico, a sinistra, di sghembo il parroco con tonaca e quadrato. Ha davanti un tavolino su cui poggia un computer portatile. In mano ha dei fogli e un libretto.
 Al centro del palcoscenico, uno schermo gigante.


 (Monologo introduttivo)
Buonasera! Mi presento. Sono il Parroco di Rigolato. Sono qui per parlarvi di questo libretto che mi è venuto tra le mani e della storia del paese di Gracco che vi è scritta. Ma per spiegarmi devo fare un passo indietro.
                 A metà del secolo scorso, subito dopo la fine della guerra, viveva a Gracco un povero cristo.  Si chiamava Sempronio, e il nome aveva assunto una connotazione negativa.
                 “Tu sês un Sempronio” in riguladòt era diventato sinonimo di sei un imbranato.
                 Era l’individuo che non manca mai nei paesi, quello che viene chiamato “lo scemo del villaggio”, e Sempronio sembrava il nome più appropriato per denominarlo.


La Fontana all’ingresso di Gracco
                 Invece il nome aveva ben altra origine, era un nome storico importante. Suo nonno si chiamava Tiberio e s’era messo in testa di dimostrare che il nome del paese aveva qualcosa a che fare con i famosi personaggi della storia di Roma, Tiberio Sempronio e Gaio Sempronio.
                 Che in qualche modo avesse ragione a pensare a una origine romana era dimostrato anche dal fatto che in paese erano ricorrenti i nomi d’origine latina. Un ramo dei D'Andrea ancora si chiama "chei di Corneli". Evidente richiamo a Cornelia la madre dei Gracchi!
                 Sempronio, nato nel 1899, era stato chiamato alle armi ed era tornato dalla guerra, gloriandosi di essere "un ragazzo del 99" ma “disturbato”, come aveva detto il medico, per non usare il brutto termine di pazzo.
                 Disturbato o pazzo che dir si voglia Sempronio aveva vissuto nella sua casa di Gracco senza dar fastidio a nessuno. Accudito da una vecchia zia, lo si vedeva girare per i boschi. Una vita in piena solitudine che si concluse ad appena cinquanta anni.
                 La zia, rovistando tra le sue carte trovò un libriccino nero, scritto con una fitta calligrafia che pensò bene di regalarmi, non sapendo che altro farne.
                 È questo il libricino che mi ha regalato. Questo libricino nero che ho portato con me questa sera. (lo mostra al pubblico)

                 Potete immaginarvi la mia sorpresa quando ho preso a leggerlo e vi ho trovato, scritta in bella grafia, la storia del paese di Gracco.
 Scritta da chi? Da Sempronio, assicurava la zia, che diceva di riconoscere la scrittura del nipote.
                 “Ma forse l’ha solo ricopiata da un manoscritto di suo padre o addirittura di suo nonno!” ho pensato sulle prime. Oppure no?
                 A rispondermi mi è apparso in visione lo stesso Sempronio che naturalmente ho registrato, per essere sicuro di non aver sognato e ve lo posso far vedere.
(Fa partire la proiezione di Sempronio)
Sempronio - In paese mi chiamavano Sempronio per prendermi in giro. Sono stato considerato pazzo. Ma ero l’ultimo dei benandanti. I personaggi nati con la camicia, che hanno segnato la storia della Carnia con i loro poteri particolari. Tra questi poteri quello di avere in memoria la storia del proprio paese. Come ognuno di voi ha in memoria la sua storia personale, a me era concesso di avere in memoria quella del mio paese, di Gracco, e dei paesi confinanti della val Degano. Mi è parso così opportuno scrivere ciò che ricordavo se a qualcuno può interessare.
(Sempronio in dissolvenza)
Parroco – Come potevo non cogliere l’opportunità di conoscere la storia attraverso una testimonianza così originale? Ho quindi preso a trascrivere il libretto battendolo a macchina sulla mia vecchia Olivetti lettera 32. Questi sono i fogli. (li mostra)
                 Se mi mettessi a leggerveli vi addormentereste, per evitare di sentirvi russare e siccome, a dispetto dell’età, sono anche un appassionato intenditore delle nuove tecnologie informatiche, ho chiesto a Sempronio di far rivivere le scene del suo racconto.
                 Di seguito avrete l’impressione di vedere rappresentate delle scene di teatro, ma non è così.  Misteriosamente, il libriccino di Sempronio passato ai raggi Y dell’informatica 5.0, consente di far rivivere i personaggi delle scene raccontate. Vedrete quindi veramente i personaggi che hanno fondato Gracco e tanti altri che hanno scritto la storia del territorio del Comune di Rigolato.
Spettatrice Come parroco è suo dovere spiegarci i misteri della religione. Ma ora sta esagerando. Ho l’impressione che ci voglia prendere in giro con i misteri della tecnologia del futuro. Prima ci ha mostrato addirittura la ripresa di un sogno, ora vuol farci credere che vedremo scene di teatro che invece sono ritorni dalla storia.
Parroco – Io non so chi sia lei. Ma comunque  mi permetta di dirle che è una maleducata. Questa è una recita seria, a sfondo storico. Non si può intervenire dal pubblico e disturbare.
Se non ci credete, fa niente. Se pensate siano scene recitate da attori, non so che dirvi.  Mi sta bene lo stesso. L’importante è che attraverso le mie parole e ciò che avrete l’impressione di vedere sul palcoscenico, riusciate a seguire la storia, come l’ha ricostruita in questo libretto Sempronio il “disturbato”
Andiamo avanti.


Uno scorcio di Gracco

Sul fondale appare la scritta
Nel 181 prima di Cristo.
Parroco – (legge): In quell’anno arrivarono i Romani a fondare la città di Aquileia nella regione della Carnia appena conquistata che, al tempo, era tutto il territorio che andava dal Livenza al golfo di Trieste, come testimonia lo storico Strabone quando chiama Trieste “vicus carnorum” villaggio carnico.
                 Scene da you tube  sulla fondazione di Aquileia.
                 Dopo aver fatto sorgere Aquileia nel 181 a.C. Acidino, il fondatore, ebbe un figlio con la seconda moglie, la celtica Medea, come si legge nel romanzo storico “Aquileia” di Carpenedo-Piutti. Lo chiamarono Giulio e divenne un fedele continuatore della missione che il padre s’era imposto di favorire: l’integrazione tra i Carni autoctoni e i Latini che continuavano ad arrivare dal Lazio.
                 Giulio ebbe in particolare il compito di realizzare la strada che da Aquileia portava al Passo di Monte Croce Carnico che poi si chiamerà Iulia Augusta.
                 Scene da you tube sulla strada romana.
                 Ma prima Giulio aveva trascorso degli anni a Roma, ove il padre l’aveva introdotto a frequentare il Circolo degli Scipioni, la lobby letteraria e affaristica del tempo.
                 Era entrato in famigliarità in particolare con Cornelia la figlia di Scipione l’Africano. Costei aveva sposato Tiberio Sempronio Gracco, morto all’età di 66 anni. Vedova a 35 anni aveva fatto in tempo ad avere 12 figli.
                 Morti tutti eccetto tre, una donna, e i due, Tiberio e Gaio, diventati famosi nella storia di Roma come tribuni della plebe rivoluzionari innovatori. Come succede a chi vuol cambiare il mondo, ci lasciarono entrambi le penne Tiberio nel 133, Gaio dieci anni dopo nel 123.

Si  illumina la presenza di Cornelia, entrata da dietro ilparvento.
Parroco – Ve l’avevo detto che sembrano attori in carne e ossa, e invece sono solo apparizioni, immagini. Lei è l’immagine di Cornelia la famosa madre dei Gracchi.
Entra anche il figlio di Acidino.
Eccone un’altra! È sicuramente Giulio il figlio di Acidino, il fondatore di Aquileia.
Cornelia – Grazie di essere venuto.
Giulio – Nessun grazie. Sono corso appena ho saputo. Che disgrazia. Non so cosa dirti.
Cornelia – Non c’è nulla che si possa dire per consolare una madre che ha perso un figlio di soli 29 anni. E l’ha perso in modo così tragico.
Giulio – Come è stato?
Cornelia – Ho tanto predicato a vuoto, dicendogli che stava rischiando la vita insistendo nel voler fare la riforma agraria, per dare i terreni ai piccoli contadini. Era evidente che i grandi proprietari, gliel’avrebbero fatta pagare. E così è stato. Tiberio ha voluto ricandidarsi a tribuno della plebe per un secondo anno, contro ogni tradizione, perché sentiva il dovere di portare a termine la riforma e s’è così inimicato un po’ tutti. Questa mattina è stato proprio Scipione Nasica, pontefice massimo e mio nipote, suo cugino quindi, a ucciderlo, pugnalandolo nel Foro.
Giulio – Che sfrontatezza. Suo cugino…in piazza…
Cornelia – Cose inaudite! Ma ora devo chiederti un grande favore. Io temo anche per i suoi figli, miei nipoti: Claudio ha sette anni, Lucio solo cinque. Tu li conosci, sono in grande confidenza con te. Mi hai detto che stai ripartendo per tornare ad Aquileia. Vorrei chiederti di portarli con te. Preferisco non vederli più, ma saperli al sicuro.
Giulio – Li avrò come fossero miei figli. Io parto domani. Preparali.
Si spengono le luci sulla scena.
Parroco – In effetti secondo lo storico Luciano Perelli Tiberio aveva un figlio solo. Ecco così che il libretto di Sempronio ci aiuta anche a coprire i buchi della storia. I figli erano due. Per questo se permettete, continuo a leggere.
                 I timori di Cornelia erano fondati, come dimostra il fatto che nel 123, dieci anni dopo, venne ucciso l’altro suo figlio Gaio, che aveva voluto portare a termine le riforme impostate dal fratello.

Sul fondale viene proiettata la data
 120 avanti Cristo


 (il parroco continua a leggere)
                 Data fondamentale per la storia del paese di Gracco questa del 120 a.C. Giulio, il figlio di Acidino, era stato incaricato di realizzare la strada che da Aquileia porta ad Aguntum (oggi Lienz) per il passo di Monte Croce e si trasferì ai piedi del villaggio celtico di Sezza, impostando la costruzione di un Municipium romano che da lui prese il nome provvisorio di Iulium.
                 All'epoca, Claudio aveva vent’anni, Lucio 18. Giulio aveva insegnato loro il suo mestiere di Magister, costruttore di strade, progettista e impresario allo stesso tempo. L’avevano imparato molto bene, per questo i Duoviri di Aquileia si convinsero ad affidare loro la realizzazione di un'altra strada che, attraverso la val Degano, anche se con un percorso molto più tortuoso, portava ad Aguntum.
                 Si trasferirono quindi sul percorso della strada che avrebbero dovuto realizzare, creando un insediamento abitativo a supporto, come aveva fatto Giulio nell’altra valle. Sorse così l’abitato che dal loro prese il nome di Graccum, come quello della valle del But aveva preso il nome di Iulium.

Foro romano di Zuglio

                 I resti di Julium ci possono dare l’idea di come fosse la Gracco di allora.
                 La valle a quel tempo era abitata da una tribù dei Carni, i Fauz. Dediti alla pastorizia, occupavano gli altopiani in quota. Vivevano in capanne come quelle di cui si vedono i resti sul monte Sorantri sopra Raveo. Ma per i Romani non ci furono difficoltà a trovare una intesa con i nuovi arrivati, ci pensarono le donne.
Romana – Sono vostre queste montagne?
Donna Fauz – Noi siamo Celti venuti da oltre le montagne. Ci siamo messi qui, perché c’erano delle capanne occupate dai Veneti. Ma se ne sono andati e noi abbiamo preso il loro posto.
Romana – Ma quindi i territori sono vostri?
Donna Fauz – Per quanto ci dicono i nostri sacerdoti Druidi, la terra e tutto ciò che essa produce è della Dea Madre Terra, gli uomini sono ospiti.
Romana – Va bene. Meglio così. È chiaro che abbiamo due concezioni diverse del mondo. Comunque, sappiate che d’ora in poi i territori più in basso sono nostri.
DonnaFauz – A noi non interessano, se lasciate che i nostril umonini continuino a usare i pascoli di alta montagna.
Parroco – Si insediarono così i figli di Tiberio come è dimostrato dal fatto che sono state trovate delle monete che si riferiscono a loro.


Monete romane rinvenute a Gracco?


Entrano di nuovo in scena i due fratelli.
Claudio – Io vorrei che nel paese che stiamo fondando ci sia qualcosa che ricorda il sacrificio di nostro padre e di nostro zio.
Lucio – Sono d’accordo con te. Possiamo fare un monumento a Tiberio e Gaio Gracco e attorno a questo sviluppare il piano urbanistico del paese.
Claudio – Si può fare. Ma io vorrei qualcosa di più significativo. Il modo più sentito e sincero per ricordare i morti non è tanto quello di edificare monumenti, quanto quello di continuare a far vivere le loro idee. Potremmo impostare il nostro villaggio sui principi della riforma agraria.
Lucio – Mi pare un’ottima idea, ma in pratica cosa faresti?
Claudio – Il principio a fondamento della riforma voluta da nostro padre era quello di dividere i territori, in modo che servissero al sostentamento delle famiglie che diventavano proprietarie, non allo sfruttamento da parte dei grossi proprietari. Lui pensava di dividere. Io ponendomi lo stesso obiettivo di equità sociale, al contrario lascerei le proprietà indivise, facendo partecipare le famiglie, in parti eguali, agli utili che ne derivano.
Lucio – Claudio sei grande! Soprattutto perché hai capito che i principi vanno sempre adattati alle situazioni reali. Nostro padre pensava alle pianure da coltivare, qui in montagna non ci sono contadini, ma pastori. È più razionale mantenere in comunione la proprietà dei prati e dei boschi che circondano il paese. Basta un armentarius per tutta la mandria o il gregge, basta un porcarius, per condurre al pascolo i maiali.
                 Si spengono le luci sulla scena e riprende il racconto.
Parroco – Il Senato decise la fondazione di Aquileia nel 183 e nel 181, tre anni dopo, ci fu l’inaugurazione.
                 Così andavano le cose a quel tempo! E infatti in soli tre anni si portò a termine anche la strada della val Degano. Nel 117 ci fu l’inaugurazione e i due fratelli vollero che a tagliare il nastro ci fosse la loro madre Cornelia.
Riprende la scena.
Claudio – Grazie nonna di essere venuta.
Cornelia – Non è stato facile abbandonare la mia residenza di Miseno sul golfo di Napoli per salire tra queste montagne. A 72 anni non è stato un viaggio facile. ma non potevo mancare.
                 Già quando erano fanciulli i miei figli, vostro padre e vostro zio, mi vantavo di lor dicendo “haec ornamenta mea - ecco i miei gioielli”.
 Ora che ho visto cosa sanno fare i miei nipoti posso ripetere con il cuore a loro “haec ornamenta me” Siete veramente i miei gioielli. Ora che ho visto La VIA che siete stati capaci di realizzare, posso anche morire.
Lucio – Gli alberi danno buoni frutti quando, ancora arbusti, sono stati ben curati dal contadino. Noi, da bambini, abbiamo avuto la fortuna d’una nonna che certamente resterà nella storia come esempio di grandezza d’animo.
Claudio – Riposati nonna nella casa che ti abbiamo preparato nel paese che è anche tuo perché è il nostro paese, il paese dei Gracchi. Il viaggio di ritorno non sarà meno faticoso.
Parroco – E invece non ci fu nessun viaggio di ritorno per Cornelia. Il destino colse al volo quel “adesso posso morire” della vecchia Cornelia, e lo esaudì facendola morire a Gracco, assieme ai suoi nipoti. Per questo in Carnia il suo nome è ancora molto usato.
                 Non a caso da qui veniva anche la pasionaria del Movimento Friuli la consigliera regionale Cornelia D’Agaro Puppini.
                 I nipoti le fecero costruire una statua in bronzo. La venne a visitare Giulio Cesare nell’inverno che trascorse a Zuglio (Iulium Carnicum) e decise di trasferirla a Roma nel Foro, su un basamento in marmo. Il basamento si può vedere ancora, la statua invece è sparita.        Ma non è sparito in Carnia il ricordo di questa grande matrona romana, per questo molte donne portano ancora questo nome.
                 Comunque, a conferma di tutto ciò che si è visto, con l’idea di Tiberio e Caio di tenere unite le proprietà, a Gracco sono nate le vicinìe, il modo originale di organizzare i paesi che poi si diffonderà per tutta la Carnia e resterà in vigore fino all’arrivo di quel cretino di Napoleone, che alla Carnia ha fatto più danni di un ciclone.
                 Tutti i beni in comune, un Meriga-Sindaco eletto ogni anno, responsabile della gestione. Il sistema che ha impressionato anche Carducci quando è venuto a “passare le acque” ad Arta e ha scritto della rustica virtù dei carnici, ai quali “Un fremito d’orgoglio empieva i petti, nel sentirsi uno per tutti e tutti per uno”.
Spettatrice Sarà stato un grande poeta, ma se questa è l’idea che s’è fatta dei carnici, non ha proprio capito niente.
Parroco – Parla dei Carnici di una volta non di quelli di adesso. Di quando il paese di Gracco appare per la prima volta in un documento.
Proiezione
                 casas in Gracio laco ...” del 762 d.C.
Tre fratelli Longobardi si erano ritirati in convento e per guadagnarsi il Paradiso avevano regalato alle monache di Salt di Povoletto, vicino a Udine, le loro proprietà in Carnia tra cui appunto le case di Gracco.
                 In quei tempi anche la Carnia è stata devastata dagli Ungari, per ripopolarla il Patriarca Popone ha favorito l’immigrazione degli Slavi Carantani, finiti anche in Val Degano come si desume dal toponimo di Cuel Sclavanesco sopra Vuezzis,
                 Carducci nei suoi versi ci rimanda a quando i carnici, intelligentemente, trasformarono le vicinìe, a partire da quella di Gracco, in Comuni serrati.
                  I diritti li avevano i proprietari originari. Per rispettare un equilibrio tra i beni a disposizione e il loro utilizzo, ogni Comune doveva organizzarsi per mantenere inalterato nel tempo il numero degli abitanti. Serrato era il Comune perché non dovevano essere ammessi foresti. A questo fatto si lega un momento significativo della storia di Gracco.
                 Sullo sfondo Mille e non più mille.
                 Anche a Gracco si attese con ansia la notte di San Silvestro del 999. S’era diffusa la convinzione che l’anno mille dovesse segnare la fine del mondo.
                 Tutti a pregare…Non come adesso che sono costretto a predicare ai banchi vuoti!...
                 Quando però nel gennaio dell’anno mille ci si accorse che era una panzana quella della fine del mondo, si scatenò una gioia immensa. Ubriachi di libertà, si riprese a vivere con grande entusiasmo, convinti che con il nuovo millennio fosse tutto cambiato. “Compresa la regola che non si possono portare in paese dei foresti” pensò Gigliana, la più bella ragazza del paese. E si diede a trescare con un bel ragazzo di Ovaro, Terenzio, il figlio di Andrea, l'oste del paese.
Entrano in scena il Meriga e i due innamorati.
Meriga – Io sono il Meriga, come sapete duro in carica un anno, e in questo anno non voglio fastidi. Le consuetudini sono legge. Se entrasse in paese altra gente non ci sarebbe da mangiare a sufficienza. Quindi Gigliana, se vuoi, segui il marito e cerca ospitalità a Ovaro, ove ci sono prati con minore pendenza dei nostri e quindi sono più ricchi di noi. Loro possono fare una eccezione ed accoglierti.
Gigliana – Ma io sono innamorata del mio paese, Gracco, quanto sono innamorata del mio ragazzo di Ovaro. Mi entusiasmano gli ambienti e i paesaggi con prati e boschi in salita non quelli pianeggianti. Il ripido mi affascina!



La chiesa di Gracco nella versione odierna
Meriga – Che una ami i prati in salita invece che quelli in piano, che una preferisca le montagne invece che la pianura è un fatto importante che va tenuto in considerazione e premiato.

Spettatrice Anche adesso andrebbe premiato che sceglie di vivere in montagna. E invece ci sono solo tasse e costi in più per il riscaldamento, per i trasporti. Sfido io che non ci sono più ragazze che preferiscono la montagna alla pianura.

Parroco – Io faccio il parroco, non il politico. Mi interesso di storia e la storia insegna che ora come allora c’è sempre una soluzione, se si vuole c’è sempre la possibilità d’un accomodamento e fu proprio il curato del tempo a pronunciare il fatidico “Si cumbino”.

Riprende la scena.
Meriga – Bene! Volendo premiare l’attaccamento di Gigliana alla sua valle, che non vuole abbandonare neanche per amore, faremo noi l'eccezione e daremo ai due sposi una parte della montagna ora inutilizzata, ove metter su famiglia e avviare la nascita d’un nuovo paese. Daremo loro i terreni oltre il cimitero, oltre il lôc dei vues, sulla strada per Collina.
Gigliana – Va bene che mi piacciono le pendenze. Ma quelli sono terreni d’una ripidità che fa venire il capogiro. Già qui a Gracco non si scherza, ma quelli sono in verticale, non per nulla non sono stati utilizzati fino ad ora. Possono andar bene per le capre, ma le mucche scivolerebbero, non riuscirebbero a pascolare.
Terenzio di Andrea – A me, pur di restarti vicino, di metter su famiglia assieme, sta bene ogni cosa. Ho sentito che in pianura hanno inventato dei ferri da mettere sotto gli zoccoli dei cavalli, perché possano fare più sforzo. Noi li metteremo alle mucche al pascolo, perché non scivolino, li metteremo anche a noi cristiani, e alle galline appenderemo un sacco per evitare che le uova rotolino a valle.
Parroco – L’usanza per le mucche e le galline s’è persa nel tempo, in questo modo però da Gracco, attraverso Givigliana, è venuta alla Carnia l’invenzione delle “darbedos cui glacins”.
                 Degna di ricordo comunque la discussione che ha portato alla scelta del nome per il nuovo paese.
Tre attori in scena
Terenzio – A me piacerebbe che il paese che nascerà attorno alla nostra prima casa porti il tuo nome.
Gigliana – Ti ringrazio del bel pensiero. Ma sono gli uomini a fondare i paesi, non le donne, quindi credo sia giusto si chiami il paese dei D’Andrea. E poi il merito più grande è il tuo, che hai accettato di venirmi dietro, mentre, secondo le usanze, avrei dovuto venire io dietro a te.
Terenzio – Se sia giusto non so, ma da me deriverebbe un nome che suona male.
Gigliana – Forse sì. ‘Si cumbino’ ha detto il Meriga indicandoci il luogo ove abitare. Facciamo anche noi “si cumbino” per il nome. Va bene per il mio, ma con la finale in o, a ricordare che i paesi li fondano i maschi non le femmine.
                 Fu così che nacque il nuovo paese che, dalla bella ragazza, prese il nome di Gigliano che poi il solito cretino di impiegato comunale del c… (Pardon!) per evitare il fastidio che gli davano quelle due “g” di seguito, ci ha messo in mezzo una “v”. Gigliano è così diventato Givigliano.
Parroco – Dalla “o” di Givigliano il paese prese poi spunto per preferire la finale in “o” in tutti i vocaboli della lingua nuova che si veniva formando, mettendo assieme le parole dei celti con quelle dei romani, dei barbari e degli slavi immigrati.
                 Fu proprio Gracco la culla della nuova lingua che poi si diffuse in tutta la Carnia e la pianura friulana imbastardendosi, ora preferendo le desinenze in “a” ora in “e” rinunciando al più robusto e maschile “o” che avevano voluto gli abitanti di Gracco.
                 Orgogliosi di aver inventato una lingua nuova si misero a fare i poeti e la valle continuò a nutrire poeti fino ai giorni nostri.
Fruch – Certo che sì. Io, Enrico Fruch sono forse l’ultimo e mi piace rendere testimonianza per il primo di cui s’è perso il nome, ma son rimasti i versi: Piruç myo doç inculurit, quanti yo chi vyot, dut stoy ardit, La prima poesia in friulano! Una raffinatezza e sensibilità d'animo eccezionali in quel primo poeta di Gracco.

Spettatrice – Non esageriamo. Dopo aver rivendicato al paese di Gracco l'origine della lingua friulana, non possiamo rubare al Friuli anche il merito della prima poesia. Io un poco me ne intend. Il testo è stato ritrovato in un documento del 1380 a Cividale, non a Gracco.
Fruch – Ma è stata composta a Gracco più di un secolo prima, attorno al 1250 quando Gracco era diventato un covo di poeti, meritandosi nel 1251 una visita particolare del Patriarca Gregorio di Montelongo.
Spettatrice – Mi pare che la fantasia non ti manchi. Per quell che so questo patriarca è famoso solo perchè per controllare meglio la Carnia  ha inventato Tolmezzo, che poi è diventato Toltutto a danno della Carnia.
Fruch – Non è una questione di fantasia, a conferma che la poesia viene da Gracco c'è la dedica che dice:
                 Cianzonuta va cun Djo a chello dumlo saludant, e "dumlo" si diceva a Gracco per dire bella ragazza, dal latino “dominula”.
Spettatrice – Sarà! Ma poi anche tu come poeta in friulano non hai scritto nella parlata di Rigolato.

Fruch – La vita. Il lavoro. Mi hanno costretto ad abbandonare il paese natio. Ma le radici restano. Sono tornato come maestro per un anno a rinverdirle. Il respiro dei primi giorni di vita ti segna, anche se ti devi adattare. È così che il Dean al devento Natison in una delle mie liriche più belle:

In che sere i gris ciantavin
Su pas rives dal Dean
Lis acacis svintulavin
E nulivin cusì bon

In che sere ti ài viodude
A tornà cul fas dal fen
Di lontan po’ ti ai sintude
Tu ciantavis cusì ben

                 Il profumo delle acacie, il canto dei grilli, le donne che cantano malgrado le fatiche inenarrabili che sono costrette a sopportare, sono immagini della val Degano che mi son portato nell’anima, per tutta la vita.



Gracco e Vuezzis

Parroco – Bravo il nostro poeta! Sull’origine del friulano, a quanto ne so la disputa è ancora in corso e ha portato a profondi studi da parte della Società Filologica Friulana.
Ma tornando a noi, i poeti si sa, possono essere arditi con le ragazze ma girano con la testa tra le nuvole e quindi è facile imbrogliarli. Si spiega così il bidone del bosco che si sono presi quelli di Gracco nel 1270.

Leggo dal testo di Sempronio:

                 Passò di lì un mercante di legname di nome Erminio Polo, accompagnato da un nipote di 16 anni di nome Marco, come si legge nel romanzo “Marco Polo, dalle memorie del nonno Luigi”.

La faggeta di Gracco
                 Avevano visto il magnifico bosco di querce che sovrastava il paese, impiantato ancora dai Celti, che consideravano sacre le querce, e fecero in modo di avere l’appalto per il taglio del bosco.
Erminio – Marco, hai visto che bosco meraviglioso di roveri c’è in questa valle.
Marco – Certo, zio Erminio, e vedo che ti luccicano già gli occhi immaginando l’affare.
Erminio – A Venezia questo legname non ha prezzo. Non c’è legno migliore per realizzare i remi delle caravelle. Un legno eccezionale per la tempra e la durata nel tempo. Ma come convincere questi montanari a lasciarcelo?
Marco – Ci penso io! (e rivolto al Meriga). Mio zio vorrebbe farvi un piacere. Tagliare questo bosco di querce e ripiantarlo come bosco di faggi. Il faggio arde meglio nei vostri focolari, si lavora più facilmente per fare le stoviglie e gli attrezzi di legno che voi usate.
Meriga – Mi pare un’ottima idea. Così spariranno anche quei fastidiosi stormi di brutti uccelli neri che si alimentano di ghiande.
Parroco – (leggendo) E come scrive Sempronio al bellissimo bosco di querce che avevano piantato i Carni, che consideravano sacre le querce, si sostituì un altrettanto bel bosco di faggi.

                 A ricordo della sua abilità di mediatore che poi avrà modo di mettere a frutto addirittura con il Gran Kan dei Tartari, Marco si prese come stemma di famiglia tre degli uccelli che aveva fatto allontanare del paese, ma che mantennero e hanno ancora il nome di Gracchi corallini.

Lo stemma di Marco Polo

Parroco – L'origine di Givigliana, da Gracco, paese di poeti, è dimostrato anche dal fatto che si è trasferita in quella borgata la vena poetica che ancora oggi caratterizza il coro, che vanta il nome di quel paese quando canta il suo inno:
                 Vivo Vivo Gjviano ….
                 O la nostalgia degli abitanti del confinante paese di Mieli, quando prendono la strada costruita da Claudio e Lucio, per andare all’estero:
                 Sullo schermo di sfondo viene proiettato il filmato del coro di Givigliana che canta le due canzoni.
Parroco – Ma nel frattempo, tra Gracco e Givigliana, era nato un nuovo paese, nel luogo ove prima c’era il cimitero. Il luogo era stato soprannominato “il lôc dei vuès”, luogo delle ossa, nome che si trasferì al paese, Vuessis da vues, (osso) che poi per il solito errore di trascrizione divenne Vuezzis. Era un paese di origine celtica a differenza di Gracco, d’origine romana, con una strana storia che val la pena di raccontare.
                 Come si è già detto, quando arrivarono i due fratelli Gracco da Roma, non trovarono difficoltà a insediarsi, perché la tribù autoctona dei Carni, i Fauz, dediti alla pastorizia, abitavano un villaggio molto più in quota che portava il loro nome: Fauz.
                 Fu abbandonato dagli abitanti a seguito d’una strana epidemia causata da un virus che si trasmetteva rapidamente portando alla morte chi ne era colpito, un antenato del corona virus. Era stato importato e veniva trasmesso da nugoli di mosche bianche che avevano fatto morire tutta la vegetazione.
                 Il Druido sentenziò che era conseguenza del cambiamento climatico. Era in corso un raffreddamento dell'atmosfera terrestre, per cui non si poteva più continuare ad abitare oltre i mille metri di quota. I quattro che si salvarono dall’epidemia scesero quindi più in basso portando i morti nel cimitero di Vuezzis, e costruendo un nuovo paese attorno al cimitero.
                 Scesero in processione al seguito del Druido che continuava a suonare una campanella che a Fauz era stata il simbolo del villaggio. Allo stesso modo degli abitanti di Chiarsevualis, che al seguito della campanella erano scesi a Valle Rivalpo. Così ora nella chiesa di San Nicolò a Vuezzis come in quella di San Martino a Valle Rivalpo, all’ingresso della sacrestia, si dovrebbe vedere a segnare l’inizio delle funzioni religiose, una campanella d’origine celtica. Che però è sparita. È stata immediatamente sostituita a chiamare a raccolta la gente del paese da una campana più grande collocata all’imposta del tetto e realizzata prima del 1350 da un tale Vincenzo che lasciò la firma
                 VIVENCIUS ME FECIT.
                 Gli abitanti di Fauz, tra i ruderi del loro villaggio abbandonato, avevano nascosto un tesoro che poi per secoli gli abitanti di Vuezzis hanno cercato invano di scoprire e portare alla luce.
                 Si sapeva che le indicazioni per individuare il nascondiglio erano scolpite su una pietra che alla fine fu ritrovata.


La pietra di Fauz

“L’ho trovata io scrive Sempronio” e non aggiunge altro a questo proposito volendo mantenere il mistero.

Spettatrice – Non so chi l’abbia trovata. La pietra c’è.  Ma nessuno è stato ancora in grado di decifrare che cosa vi è scritto. Anche perché è stata murata e la mappa del tesoro potrebbe essere nella parte non visibile.
Si dice che sia scritta e in lingua venetica, quella del popolo che abitava qui prima dei Celti. Usavano questa scrittura anche i Carni non avendo, come tutti i Celti, una propria lingua scritta.
Parroco – Che ci sia il tesoro non si sa. Ma I tesori sono cose di questo mondo. Mentre pensando all’altro mondo, per temersi a distanza,  gli abitanti di Vuezzis nel 1341 hanno voluto dedicare la loro chiesa a San Nicolò per essere protetti dall’arrivo di altre pestilenze, con o senza mosche bianche. Qualcuno sostiene che sia stato per merito dei poteri magici del campanello di Fauz se l'epidemia di peste nera che nel 1348 ha interessato tutta l'Europa non è arrivata a Vuezzis e a Gracco.
                 Per questo, per portarsi a casa i suoi poteri magici, qualcuno se lo sarebbe  portato a casa, costringendo gli abitanti a provvedere una nuova campana.
                 Comunque, i meriti furono attribuiti a San Nicolò, e per ringraziarlo si decise di affrescare la chiesa. Sembra facile! Ma la chiesa era  utilizzata sia da Vuezzis che da Gracco.            Per questo non era stata costruita in alto, come in tutti i paesi, ma in basso, sulla strada per Gracco.
Uvezzana – Per ricordare il miracolo di non aver avuto la peste non c’è nulla di più significativo che riportare i miracoli compiuti in vita dal nostro patrono San Nicolò.
Graccotta – Voi sì. Ma noi, scampata la peste, per poco finivamo al Giudizio universale. Il 1348 è stato un anno orribile per tutti, per la peste e il terremoto. Ma per noi c’è stato di peggio: abbiamo rischiato di finire tutti a fare i conti con il Padreterno. Il terremoto del 25 gennaio ha fatto staccare una enorme slavina che ha sfiorato il paese. Il pittore che scegliamo noi dovrà sottolineare questo fatto, dovrà dipingere un Cristo giudice e il giudizio universale.
Uvezzana – Va bene! Voi vi dipingete la parete di sinistra entrando, noi quella di destra.

Parete di sinistra
Parete di destra
Parroco – Per questo gli storici dell’arte si scervellano anche ora a capire, come mai abbiano lavorato due pittori quasi nello stesso tempo, con soggetti così diversi.
                 Il fatto che si sia scelto il miracolo d’un bambino salvato dall’acqua può far pensare che si sia scelto questo santo per proteggere il passaggio sulle passerelle del Degano, dove c’erano stati già tanti incidenti mortali.
                 Frattanto infatti, mentre si continuava a sentire scorrere in fondo alla valle il torrente Degano, e con lo scorrere dell’acqua scorrevano gli anni e i secoli, tutta la valle s’era convertita al cristianesimo.
                 Dal 1077
poi la Carnia entrò a far parte del Patriarcato di Aquileia. Il Patriarca era vescovo e conte allo stesso tempo.

                 I paesi facevano a gara a costruire le chiese ove raccogliersi a pregare man mano che si sviluppavano. Non come adesso che si potrebbero anche demolire senza che nessuno s’accorga. Nel 1209 fu eretta la chiesa della Pieve e nel 1341, come già detto, quella di San Nicolò di Vuezzis, utilizzata in un primo momento anche dagli abitanti di Gracco.


Il portale della Chiesa di Gracco

                 Solo in un primo momento però, perché anche Gracco volle la sua Chiesa!... Non la ricorda Piutti nella sua storia della Carnia, non la ricorda neppure la Filologica nel suo bel volume “In Guart”, malgrado l’evidenza della sua esistenza in centro al paese.
                 Sullo stipite del portale d’ingresso si legge la data del 1638, ma è quella della sua ricostruzione. C’era ben prima come dimostra il fatto che non è periferica ma centrale rispetto al paese, che sembra quasi sia sorto attorno a lei. E come è dimostrato da una serie di documenti di matrimoni celebrati a Gracco prima di quella data.
                 Anche la nuova comunque, era stata costruita “con miseria” perché il paese era povero. Il visitatore patriarcale nel 1633 non potè fare a meno di farlo notare. Ma poi anche da Gracco si iniziò a partire per fare i “cramârs”. Qualcuno si arricchì e portò dalla Baviera una bellissima statua della Madonna a cui la chiesa era dedicata con il titolo di “Santa Maria di Gracco”.

                 Un’altra famiglia ordinò a Gian Pietro Pittoni il più famoso intagliatore del tempo, un capolavoro di altare ligneo, che però invece di incorniciare la Madonuto, (per principio!) incorniciava un quadro dei Santi Pietro e Paolo, che nessuno ha mai capito cosa ci stessero a fare, in una chiesa dedicata alla Madonna.
                 Fatta la Chiesa ci voleva un prete per le funzioni e bisognava mantenerlo. Anche a Gracco si istituì quindi il Quartese, l’obbligo cioè per tutte le famiglie di destinare la quarta parte del PIL, per mantenere l’incaricato della cura d’anime. I preti venivano incaricati di tre anni in tre anni.
                 Alla fine del triennio dovevano rendere conto e attendere il giudizio dei camerari nominati dalla vicinia per sapere se venivano confermati.
Curato – Sono qui a chiedere umilmente se mi sarà rinnovato l’incarico per un altro triennio.
Cameraro – Ma veramente ti sei assentato troppe volte senza il nostro permesso.
Curato – Lo so, ma cosa ci stavo a fare se non c’è nessuno che viene a messa durante la settimana.
Cameraro – Può essere anche colpa tua perché fai delle prediche senza né capo né coda.
Curato – Però i soldi che avete sprecato per fare un altare di valore li avete trovati.
Cameraro – L’altare dimostra che abbiamo una grande fede e devozione, malgrado le tue prediche con poco sale.
Curato – Se fossi un bravo predicatore concorrerei per la chiesa d’un paese con un ricco quartese. Con quello che mi date voi sarei già morto di fame se non mi dessi da fare. Se sapessi raccontarla bene nelle prediche non sarei qui a prendermi la croce della cura d’anime d’un paese che ha salite più ripide di quelle del Calvario.
Cameraro – Non hai tutti i torti, e non sarà facile trovare qualcuno che venga fin quassù a sostituirti. Naturalmente i migliori scelgono i paesi con il quartese più generoso. O ci tassiamo di più o ci teniamo quello che passa il convento. Non possiamo lamentarci se a Gracco come a Vuezzis e Givigliana, arrivavano quindi i morti di fame.
Spettatrice Quelli erano bei tempi! Quando i preti dipendevano dal paese, non come ora che pretendono di comandare.
Parroco – Ma cosa vuoi che comandiamo se siamo sempre meno, le chiese con sempre meno fedeli. Ci si sposa in Municipio, manca solo che i Sindaci si mettano a celebrare i funerali e poi possiamo chiudere.
                 Ma la smetta per cortesia di  portarmi fuori tema.
                 Dal libretto di Sempronio si ricava invece un altro episodio significativo che riguarda la chiesa di Gracco, quella vecchia che ora non c’è più.
                 Attorno al 1300 si era diffusa in paese una epidemia di invidia. Direte voi, l’invidia non è una epidemia ma un vizio. Secondo Sempronio invece si è sviluppata a Gracco come una epidemia poi si è diffusa per tutta la Carnia diventando pandemia. Debellato il virus il corpo sociale della Carnia, ne è rimasto segnato. Curado la ferido a è restado la crosto.
Spettatrice (rivolto al pubblico) Una crosta che credo tutti siate d’accordo si nota ancora. Invidia ed egoismo è stato detto, e si dice ancora, sono i mali endemici di noi carnici.
Parroco – Non esageriamo! Non è che in Friuli si stia meglio. Ma torniamo all’epidemia del Trecento. Il problema più grosso era che tutti a guardare con invidia se qualcuno faceva qualcosa, alla fine nessuno faceva qualcosa e si era finiti alla fame. Il Patriarca per scongiurare il morbo mandò per una missione d’una settimana, il più famoso frate cappuccino del tempo.
Frate – Chi non viene a Messa venti scudisciate. Chi non si confessa non mangia.
Abitante – Ma dobbiamo perdere il nostro tempo a pregare?
Frate – Pregare e lavorare. Ora et labora. Solo così si debella il vizio dell’invidia e si impara la virtù della generosità.
Abitante – Per essere generosi bisogna avere, e noi siamo poveri.
Frate – Chi dà non perde ma guadagna. Dopo una settimana di prediche vi metto alla prova. Cosa chiedereste a Dio in dono sapendo che lo darà doppio ai vostri amici?
Abitante – Di avere due occhi di falco, così il mio compagno di caccia ne avrà quattro e non ci sfuggirà più nessuna preda.
Spettatrice Bugiardo! Tutti sanno che in cuor vostro vi siete trovati concordi nel chiedere “Dio cavami un occhio” così da far diventare cieco il compagno.
Parroco – Comunque il frate è andato via contento, come son contento io pensando di impegnare bene il mio tempo per farvi diventare bravi cristiani.
Spettatrice Alle volte anche illudersi fa bene.
Parroco – Comunque, se non mi interrompesse, potrei andare più in fretta con il racconto.
                 Nel Seicento, come in tutti i paesi della Carnia, cambiò l’economia del paese perché come si è già detto, anche i graccotti presero a commerciare in spezie con il Centro Europa.
La strada che avevano realizzato Tiberio e Caio Gracco divenne una delle vie di collegamento tra Venezia e il Centro Europa, percorsa dai carnici con una cassettiera issata sulla schiena a mo’ di gerla, carica di spezie sì da prendersi il nome di Cramârs aromatici.
Così ne parla lo storico tolmezzino Fabio Quintiliano Ermacora.


(testo proiettato e letto da un attore fuori scena)
Gli abitanti di questo territorio procurano il vitto per sé e per i propri congiunti soprattutto con l’attività del commercio al minuto e con traffici di vario genere che gestiscono non soltanto sul suolo italiano o tedesco ma anche in ogni parte del mondo. Da questo si capisce con molta evidenza che non sono di natura codarda e stupida come alcuni sono arrivati a torto a giudicare, ma al contrario sono di ingegno perspicace e furbo nel fare i propri interessi.
Spettatrice Questo sì che deve essere stato un bravo storico con quel “ingegno perspicace e furbo” si vede che ha ben capito l’essenza della carnicità.
Parroco – Ermacora ha scritto in latino e dice “callido et sagaci ingenio”, così l’ha tradotto Piutti e mi pare che abbia colto il senso.

                 Ma dopo il 1420 sul letto del Degano portati dall’acqua avevano preso a scendere tronchi d’albero. In quella data era finito il Patriarcato, la Carnia s’era data a Venezia che aveva confermato consuetudini e statuti. S’era soltanto presa 47 boschi per il suo Arsenale. I Boschi vennero banditi e presero il nome di Boschi di San Marco. Banditi vuol dire che non vi era consentito l’accesso. Quello di Gracco era uno dei 47. Gli abitanti non potevano più entrare nel bosco che scendeva fino a ridosso delle case. Neppure a raccogliere legna secca. Se poi vi fossero entrate le capre, la pena per gli abitanti sarebbe stata gravissima.
Proclama. (letto da un attore fuori scena)
Che non se possi più in alcun logo desboscar né cavar legni né de roveri né de altro, ma tuti restino boschi, sotto tutte le pene e le streture in ciò per leze et ordini desponenti del dominio nostro.

Parroco – Una rivoluzione! Ci furono proteste, fatti di sangue…Prima gli abitanti di Gracco pensavano che fosse il prato la loro risorsa principale, perché consentiva l’allevamento. Venezia insegnava loro che era più importante il bosco. Ai cambiamenti non ci si deve opporre, vanno assecondati e sfruttati.
Un D’Andrea che aveva studiato un po’ di latino con i frati di Raveo, cambiò il motto del paese in Flectar ne frangar, da Gracco non mi piego ma mi spacco a Gracco mi piego e così non mi spacco.     
 Facendo di necessità virtù si mise a fare l’impresario boschivo per conto di Venezia, impiegando gli altri paesani come operai. Il bosco, proprio perché proprietà di Venezia, era diventato una risorsa per il paese. I tronchi di faggio, cresciuti snelli ed altissimi al posto delle querce, presero a scorrere nelle lisse che dal bosco scendevano al Degano. Da qui ad Ovaro ove si formavano le zattere che scendevano fino a Latisana e poi a Venezia.

                 Ma pur con tanti demeriti a Venezia la nostra valle deve riconoscere il merito di averla tolta dall’isolamento. Nel 1790 fu portata a termine la carrareccia fino a Sappada. Purtroppo, per Gracco e gli altri paesi in sinistra, Venezia decise di fare la strada nuova in destra del torrente. La “strata” romana divenne la VIA, oggi ancora Via della Fede perchè vi transitano i pellegrinaggi che partono da Tolmezzo per il Santuario di Luggau.

Spettatrice - La “Viata” la stradaccia si chiama in valle. Forse perchè l’hanno percorsa,  come scrive Piutti nella sua Storia della Carnia, tante madri con in braccio il bambino nato morto, per portarlo a resuscitare in quel santuario, il tempo per ricevere il battesimo e volare in Paradiso.     Finché non si scoperto che lo stesso miracolo si otteneva anche nel più vicino santuario della Madonna di Trava.


Parroco – Lei con la sua vena da miscredente mi vuol portare di nuovo fuori tema. Torniamo a noi. Non era chissà che la nuova strada, ma la situazione peggiorò quando si passò con l’Italia che privilegiò la viabilità per il Mauria nel 1890, mentre divenne strada provinciale di seconda serie quella di Gorto, che per giunta arrivava solo fino ad Ovaro.
                 Da un villaggio di poeti che ha nutrito i primi vagiti della lingua friulana, non poteva non nascere anche il carattere distintivo del popolo carnico che ragiona per principi, a partire dal principio fondamentale che due cose non sono mai confrontabili.

                 Mettersi d’accordo su una eredità in modo che un figlio si prenda il prato di Sot la Carono e l’altro quello di Paluz è impossibile, appunto perché Carono e Paluz sono due termini inconfrontabili. Così ognuno dei due figli eredita un toc di Carono e un toc di Paluz. Cusì in Carono, la ca si podevo fâ un fasc di fen, cumò non val la peno di lâ a seâ. E in Paluz dove si poteva ricavare un campicello, non si rivin a fâ nencjo dôs cunvièrios par om.
                 L’è stât cussi che... quando entrò in eredità la locanda del paese i due fratelli, non riuscendo a trovare altro accordo, decisero di dividere in due la porta di ingresso e anche il portale.
                 Ma mezza porta a che serve? A nulla! Ma da Gracco s’è diffusa in Carnia l’idea che “i principi sono tali a prescindere dal valore”.
                 E su questo principio si sono ingrassate famiglie di avvocati mentre le proprietà sono andate frantumandosi fino a non essere più economicamente gestibili.
Spettatrice Il D’Andrea del Seicento aveva insegnato a piegarsi per non rompersi. Poi è invece tornato in voga il ragionare per principi, rompersi pur di non piegarsi. La porta della locanda di Gracco è stata ricomposta a Rigolato in casa D’Andrea. Chissà che non sia di buon auspicio. Non sia l’inizio d’un “Carnia domani” nel quale il buonsenso, ce la farà ad affermarsi sui principi.


                
           La porta di Casa D’Andrea


Parroco – Comunque, caduta Venezia in mano francesi, anche sulla Carnia si è abbattuto il ciclone Napoleone. Peggio di Vaia.

Spettatrice Ma sta leggendo il libriccino di Sempronio o dice cose sue? Perché io so che i preti hanno visto come una disgrazia quel miscredente di Napoleone che ce l’aveva con preti e suore, ma io ho letto che Lupieri di Luint medico e storico (Ha per primo tradotto Quintiliano Ermacora e ha continuato la sua storia fino al 1870), parla di Napoleone come un di “astro sublime che fece la contentezza dei popoli!”.
Parroco – Anche in Carnia ha eliminato le vicinìe e formato i Comuni. Giudicate voi se è stato un bene o un male



In Scena
Francese – È ridicolo che ogni piccolo paese sia una vicinìa cioè un comune autonomo. D’ora in poi ci sarà il Comune unico di Rigolato e la Val Degano sarà uno dei distretti in cui verrà divisa la Carnia.

Graccotto – Ma noi è da secoli che siamo autonomi, che amministriamo i nostri prati e i nostri boschi. Già a metterci assieme con Vuezzis avremmo delle difficoltà. Ci si può immaginare a dipendere da Rigolato che è di là dall’acqua.

Francese – E invece d’ora in poi sarà così. Per darvi un contentino Rigolato sarà capoluogo del Distretto.
Graccotto – Sai quanto ce ne importa! Ma i nostri beni, i beni della vicinìa di Gracco che fine faranno.
Francese – Saranno conferiti al Comune di cui voi farete parte.

Graccotto – Ma te l’immagini? Difenderemo la nostra storia con le falci non avendo spade…

Francese – La vedremo!
Parroco – Siccome contro la forza la ragion non vale, deposte le falci prese vita il Comune di Rigolato, uno dei 28 in cui fu organizzata la Carnia. Finisce così, con la fine dell’autonomia, la storia di Gracco nel racconto di Sempronio. Invece che parlare di Gracco finisce parlando di Givigliana. Ma usando i potenti mezzi delle nuove tecnologie, mi piace concludere dando la parola proprio a lui.

Sullo sfondo viene proiettata l’immagine iniziale di Sempronio ma da dietro il paravento  entra un attore vestito allo stesso modo dell’immagine proiettata.
Sempronio - La sceno pin bielo de mê storio a è chê dal’amuor di Gigliana. Par chest la mê storio a si sciero invidansu a pasâ par Gjviano a vedìo lu cjampanîl.
Parroco – Ci invita a passare per il paese di Givigliana ad ammirare il campanile.
Sempronio - L’unic cjampanîl al mont cencjo glîsio. Istoriàt cu las scenos di vito in cjargno, l’è ben un biel grant monument a la storio di chesto valado, a la storio de cjargno.
Parroco – È l’unico campanile al mondo lontano dalla chiesa, affrescato con le scene di vita della Carnia. Per questo può essere considerato un monumento alla storia di questa valle alla storia della Carnia.


Sempronio - A Romo l’imperaduor Traiano l’à fat uno colono cun scolpidos las sos imprêsos. Il cjampanîl di Gjviano al è como uno colono che si iôc in duto la valado, cu las imprêsos dai cjargnei.
Parroco – Ha paragonato il campanile di Givigliana alla colonna Traiana a Roma. Esagerato! Ma forse è giusto che questo racconto partito da Roma si chiuda con Roma.
Sempronio – Mandi spetaduors e augurios pal deman da Cjargno.
Parroco – Speriamo bene! Che Dio ce la mandi buona! Mandi e che Diu sel meriti par esi stâz a sintii chesto storio.
SPERIAMO BENE PER IL FUTURO DI GRACCO E ANCHE PER IL FUTURO DELLA CARNIA.