venerdì 13 novembre 2020

 L'Alieno Benandante.

Un nuovo romanzo scritto nel primo lockdown, utile passatempo per il secondo!
Tra il fantastico e il surreale la storia della Val Degano in Carnia, partendo dai figli di Tiberio Gracco a fondare il paese di Gracco,  ma anche la scoperta della relazione tra i Benandanti del Seicento e i moderni gli Alieni e (addirittura!)la relazione tra Tempo ed Eternità.

Oppure portato a casa dal postino cliccando https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/563826/alieno/

Il romanzo è autopubblicato e quindi è giusto che, di seguito, venga anche autorecensito-

Parte dall'idea d'una ricostruzione fantastica della storia d'un paese della Carnia (Gracco fondato dai figli di Tiberio Gracco). Ma è solo un pretesto come base per un ipertesto, attraverso il quale realizzare quella che per Italo Calvino è la trasfigurazione fantastica dei problemi esistenziali controllata dalla ragione.

Dalla storia si passa alla leggenda dei Benandanti alla fantascienza degli Alieni per finire nella trasfigurazione surreale del racconto dell'Alieno. La dimensione fantastica della leggenda è in qualche modo sempre ancorata alla realtà, quella surreale, perchè assurda e impossibile, consente di realizzare il loop tra fantastico e reale, tornando al reale con una possibilità di riflessione in assoluta  libertà.

La semplificazione linguistica la banalizzazione stilistica dovrebbero consentire al lettore di capire che si sta giocando, seppure un gioco che alla fine riporta alla ragione, alla riflessione.

E' evidente che con questa sperimentazione sono uscito da piani di lettura a cui ho abituato i miei diciassette lettori. Anche se quelli che hanno letto la saga I Dobes, vi potrebbero trovare qualche anticipazione. Per questo introduco il racconto che, nella seconda parte, metto in bocca all'Aleno Benandante sconsigliandone la lettura. Se vogliono proseguire, non se  la prendano con me, hanno voluto entrare nel surreale del racconto di un Alieno. Possono trovare conferma notando che il modo di scrivere  non è il mio!.

martedì 10 novembre 2020

 

Vicinia “da paese a comunità”

(una idea per un progetto di sviluppo che si ricava dalla storia della Carnia)


Vicinia potrebbe essere il titolo del progetto, ma potrebbe essere anche l’obiettivo finale : realizzare con questo nome una associazione tra le realtà già esistenti in un paese per accomunarle nell’obiettivo di proporsi di fare d’un paese una comunità cogliere le opportunità di impresa che possono realizzarsi all’interno di un paese.

Partendo dalle analisi dell’Atlante della Coop. Kramars il progetto si propone di capire come intervenire per invertire la “frana demografica” facendo dei paesi della Carnia luoghi ove si può scegliere di vivere o di tornare. Partendo da un Comune-paese pilota, elaborare un modello per la Carnia che ogni realtà dovrà adattare alle sue particolari esigenze.

Si immagina un progetto bottom up che si sviluppa su 4  Assi articolate in più azioni.

ASSE 1 – Animazione

1 – analisi della situazione

2 – incontri con gli stakeholders, i referenti delle varie associazioni e organizzazioni per far emergere i bisogni per  andare “di male in bene” “di bene in meglio”.

3 – incontri con la popolazione per allargare il coinvolgimento.

4 – abbozzare l’Associazione “Vicinia”

 

ASSE 2 – Innovazione tecnologica.

1 - “Smart paîs“: un paese caratterizzato dalla integrazione tra saperi strutture e mezzi tecnologicamente avanzati”.In contemporanea parallelamente e in collegamento, Carnia Industrial Park assieme a Friuli Innovazione attiva un Living lab, un laboratorio per individuare e importare le TIC più idonee a favorire la trasformazione in comunità di un paese.

A solo titolo indicativo:

nell’asilo nido e scuola materna un sistema per consentire ai genitori di vedere da remoto i loro figli

per la scuola elementare un sistema di teledidattica per organizzare il doposcuola.

Per tutti una App “Paîs” che faciliti le relazioni interne, parlarsi, giocare assieme ecc.

Per gli anziani sistemi di teleassistenza sicuri ma non invasivi.

La protezione civile che diventa punto di riferimento di un sistema avanzato di telemedicina e primo pronto soccorso, unendo tecnologia e rapporto umano etc.etc.

2 - Start up – Carnia Industrial Park promuove un progetto per:

a)      Importare idee d’impresa.

b)      Assistere e finanziare lo start up qualsiasi sia il settore prescelto dai giovani imprenditori.

c)      Coordinare le azioni di alternanza scuola-lavoro per farne strumento di inseminazione della cultura imprenditoriale e di idee d’impresa.

 

ASSE 3 – “Smart paîs” le due azioni precedenti si incontrano e si fondono: l’azione di animazione e  coinvolgimento viene ripetuta insegnando a utilizzare le nuove tecnologie e lanciando “smart paîs”.

 

ASSE 4 – Per evitare che il progetto muoia al finire delle azioni, costituzione dell’Associazione “Vicinia”, una associazione che affianca l’Amministrazione Comunale nel fare rete e comunità.

            La prima istituzione ad aderire dovrebbe essere il Consiglio comunale nella sua interezza, maggioranza e opposizione. Si è superata l’emergenza terremoto creando una unitarietà di intenti “speciale” al disopra degli interessi di partito. All’emergenza frana demografica si deve reagire allo stesso modo, uniti prima alla ricerca di “che cosa fare” perché il paese diventi più vivibile, e poi nell’attuare il progetto concordato, con l’aiuto anche delle TIC.

            Costi: Le azioni di animazione coinvolgeranno il volontariato e quindi sono a costo zero. Per l’azione riguardante l’ICT che si immagina in capo a Friuli Innovazione o Carnia Industrial Park, questi Enti potrebbero produrre il progetto ottenendo un finanziamento ad hoc da parte della Regione o dall’Unione Europea.

giovedì 5 novembre 2020

 



La Carnia dopo coronavirus.

 

            Alla Storia della Carnia  scritta per Biblioteca dell’Immagine ho voluto aggiungere un capitolo intitolato Carnia domani. Non ho pensato di avere delle doti particolari per fare gli oroscopi  e pronosticare il futuro. Ho solo ritenuto di fare una provocazione, per indurre a immaginare il futuro. Senza una idea del futuro si vive un presente senza domani! Sia sul piano individuale che su quello sociale. Naturalmente non potevo immaginare che,  dopo l’uragano Vaia, sulla Carnia, come in tutto il mondo, si abbattesse anche il ciclone Coronavirus.

            Paradossalmente però la pandemia ha solo accelerato (almeno spero!) la mia previsione di una Carnia interconnessa e che fa della rete il valore aggiunto per ridiventare una terra dalla quale non si fugge (come ora avviene!) ma nella quale si sceglie di venire a vivere.

            Le parole che si sono più sentite durante i due mesi che abbiamo trascorso chiusi in casa, erano “distanziamento” e “smart”. Il distanziamento, nei paesi con i pochi abitanti rimasti, non costituiva un problema. Lo smart invece, sia che si riferisse alla possibilità di lavorare da casa o, per i ragazzi, di partecipare alle lezioni, ha messo in evidenza uno spaventoso digital divide. Altro inutile inglesismo! In parole povere, la banda larga che doveva arrivare con il progetto Mercurio, è rimasta sulle carte di qualche scrivania. Mercurio il dio romano che viene rappresentato con le ali ai piedi, in questo caso non solo ha perso le ali, ma gli devono essere venuti  i calli, non è quindi riuscito a risalire le valli di Carnia.

             Si scusa, dicendo che sono i calli della burocrazia! Sarà! Ma per un territorio come quello della montagna dove le distanze costituiscono un handicap, la telematica doveva essere un priorità assoluta.

            Nel libro ho scritto che “nel secolo precedente ci si era preoccupati perché internet e la rete avrebbero potuto portare all’isolamento delle persone. Invece in Carnia è diventata una modalità per stare assieme”.

            Può! Direi, deve, la rete diventare la infrastruttura che cambia la modalità  di stare assieme, di vivere in modo nuovo in montagna. Per il dopo Coronavirus si sta usando e abusando della parola “rilancio”. Ci dovrà  essere (ce lo auguriamo!) un rilancio anche per la montagna. E la facilità dei collegamenti telematici, (con le soluzioni che si riterranno più opportune!), sarà la base per rilanciare in una prospettiva nuova il vivere in montagna.

            “Smart” è la parola diventata di moda con Coronavirus. Prima si diceva “tele”. Parlando come si mangia, i termini stanno per “a distanza”. Coronvirus ha insegnato che in futuro, sempre più si potrà lavorare da casa “smart”, cioè in telelavoro, ma anche studiare in teledidattica o essere assistiti in telemedicina e teleassistenza.

            Ma smart o tele che sia! Vuoi mettere la differenza tra lavorare “a distanza” rinchiuso in un appartamento in un condominio di città e fare lo stesso lavoro, in una casetta con orto e giardino, in uno dei tanti piccoli paesi della Carnia!

            La telematica inoltre  mentre mi consente di lavorare dal paese,  permette anche  di decentrare i servizi nel paese, aumentandone la vivibilità. E qui il rilancio può già iniziare da subito. Non occorre aspettare Mercurio. Si devono ripensare i paesi con i servizi rivisti  alla luce delle possibilità offerte dalla telematica. Teleassistenza  deve essere un sistema immaginato per accompagnare gli abitanti dei paesi dalla nascita alla tomba. Telemedicina un modo per portare l’ospedale in casa, attraverso il medico di base. .            “Condivisione” dovrà essere poi la parola d’ordine per ripensare ogni aspetto della vita all’interno del paese.

            Una rivoluzione del modo di vivere che è più facile pensare si realizzi in un paese della Carnia, che in un quartiere di Udine.

            Nella storia, la Carnia veniva ripopolata a ogni pestilenza dalla gente che si ritirava sui monti per fuggire la peste. Per il futuro sarà invece ripopolata come conseguenza della peste, se da Coronavirus ci verrà la spinta a innescare questa rivoluzione. La montagna che è arrivata come l’ultimo vagone del progresso economico e sociale, allo scontro con la pandemia, nella ripartenza potrebbe essere il primo. Sta a noi far sì che anche questa volta valga il proverbio “no l’è un mal ca nol seti encie un ben. Non c’è evento dannoso che non lasci anche qualche opportunità.

lunedì 8 giugno 2020

Flipped Classroom


La scuola con Coronavirus.

Flipped Classroom – la classe rovesciata che diventa anche allargata.
            Visto che in Carnia si dice che “no l’è mai un mal ca nol seti un ben” non c'è male da cui non si possa trarre anche del bene, chissà che da Cornovirus non ci arrivi l’input per capire che la didattica non può non far proprie e assimilare le possibilità offerte dall’informatica e dalla telematica? Con il termine di classe rovesciata “flipped classrom”, si indica la metodologia didattica che utilizzando le nuove tecnologie, rovescia il modo di fare lezione. L’alunno viene indirizzato a prepararsi in internet ove ormai “c’è tutto e il contrario di tutto”, e in classe la lezione frontale viene sostituita da una discussione che ha l’insegnante come facilitatore. Un rovesciamento che cambia il modo di insegnare e ancor più quello di imparare.
             Quando leggo come comportamento virtuoso il divieto di portare in classe gli smartphone, da ex insegnante di latino, resto sconcertato. No! E’ obbligatorio averli come è obbligatorio avere i libri di testo. Google sostituisce (perché ricomprende!) ogni enciclopedia. Ma l’insegnante prima e l’alunno poi devono imparare a utilizzare questo libro di testo, che a domanda mette a disposizione tutte le conoscenze del mondo, (comprese le versioni di latino che gli alunni copiano a piaciemto!). La scuola che trasmetteva conoscenze diventa così la scuola che favorisce il formarsi delle competenze, compresa la competenza di acquisire conoscenze.
            La LIM lavagna interattiva multimediale, è la lavagna che, sostituendo il gesso in mano agli insegnanti di una volta, consente agli insegnanti di interagire  portando in classe tutte le opportunità offerte da internet.
            Compresa quella della didattica a distanza che si è utilizzata durante il lockdown.  “Ma", si dice, "gli alunni sono stati traumatizzati da questo modo di far scuola”.
            La soluzione per la terza fase, su cui tanto si discute, tra telematica e informatica, è molto semplice, e supera anche i traumi: la metà degli alunni seguirà la lezione in classe e metà da casa, a giorni alterni. Ma amche quelli da casa saranno virtualmente presenti in linea, visibili nel contorno della LIM.
            Si ottiene così una classe “allargata” con i distanziamenti necessari. Ma è importante che si approfitti della situazione, per far sì  che nell’aula allargata, si introduca il metodo della classe rovesciata, la scuola delle competenze.
            Utopia? Forse no. Basterebbe un investimento massiccio della Regione per far sì che ogni aula venga dotata della LIM, ogni studente dello smarphone, o, meglio, del tablet. Una cosa fattibile in tempi brevi! Entro ferragosto! E poi un rientro obbligatorio anticipato degli insegnanti in classe, per imparare a far lezione con la LIM in una aula allargata, ma soprattutto in una classe rovesciata in una flipped classrom.
            Finiremmo per ringraziare Coronavirus che ci ha costretti a capire (a partire dalla scuola!) che alle innovazioni non ci si oppone, ma ci si adegua, assimilandole però con intelligenza.
               

domenica 17 maggio 2020

Il ritorno del Cosacco.

Per il 75° anniversario delle stragi di Ovaro e Avasinis, la scia di sangue con la quale si è conclusa la ultima guerra in Carnia, ho pubblicato il romanzo "Il ritorno del Cosacco" che ricorda quei fatti. 
Nel romanzo il 2 giugno il protagonista Peter porta le ceneri del nonno Fiodor al cimitero cosacco di Lienz, assieme al diario di don Zossi con il racconto dell'eccidio dei Cosacchi ad Avasinis.
 Il 2 giugno immagino di presentare virtualmente  il romanzo nel cimitero di Lienz, come evento di Facebook invece che con la solita presentazione, con l'invito ad acquistarlo e a leggerlo per mantenere memoria dei fatti che ricorda.

venerdì 3 aprile 2020

Ricordando Pietro Polettini

                     
           " Ex se natus", amava sottoscriversi il grande Jacopo Linussio. "Fattosi da sé". Ex se natus mi piacerebbe fosse scritto anche sulla tomba dell’amico Pietro Polettini, venuto a mancare questa notte all’età di 86 anni. In questa espressione mi pare si possa raccogliere e definire la vita d’un uomo che partito veramente “dal nulla” ha saputo diventare il più grande imprenditore edile di Tolmezzo, dopo il terremoto del 1976, legato alla tradizione ma capace di innovazione come dimostra la nascita della Solaicarnia.
            “Multa pars mei vitabit libitinam” mi piace ricordarlo con la frase latina del poeta Orazio a bilanciare per contrappasso il suo dispiacere per non aver potuto studiare, ricordando il suo disappunto quando gli facevo le citazioni. Ma lui mi ha tante volte concretamente  insegnato che la vita fa da maestra se la sai ascoltare anche se non ti ha consentito di frequentare le scuole. Gli torno quindi a spiegare  che con questa frase, tradotta in italiano,  il poeta voleva sottolineare  che molte delle cose fatte da lui supereranno il fiume della dimenticanza. E in effetti molto di ciò che ha fatto Polettini a Tolmezzo, resterà ben oltre la sua scomparsa, a muovere il ricordo di lui. Gli edifici dell’Istituto Professionale, il Centro Direzionale e l’Ospedale e tante altre opere che segnano il paesaggio di Tolmezzo e della Carnia.
La chiesa dell'ospedale  dedicata a S.Antonio

            A proposito dell’Ospedale ho vivo il ricordo di quando è arrivato da me Sindaco a dire: “Guarda che qui, a progetto, è previsto che vanga demolita la cappella di S. Antonio, ma io mi rifiuto di demolire chiese”. “Si cumbine!” gli ho risposto e infatti la cappella e ancora lì. “Merito tuo,” gli dicevo scherzando, “quindi se muori prima di me ti porteremo lì per il rosario e le onoranze funebri.” Invece il destino l’ha chiamato all’altra vita quando addirittura non è ammesso neppure di celebrare il funerale.
            Appena qualche giorno fa ho salutato l’amico Tiziano Dalla Marta, con lo stesso richiamo alla poesia di Orazio del “Non omnis moriar-non morirò completamente”. Due amici così diversi ma che ho accomunato nell’intensità e spontaneità del sentimento di amicizia, nell’ammirazione provata per loro, nel lascito che hanno lasciato alla Carnia con la testimonianza della loro vita.
            Il figlio della bidella, senza titoli di studio che diventa imprenditore, che sa quindi mettersi in gioco per inventarsi capace di gestire tempi e metodi in una realtà estremamente complessa come quella dell’impresa edile. Un esempio della capacità di intraprendere, da portare a modello ai giovani d’oggi. E perché no anche ai politici che progettano il futuro della Carnia, perché è solo facendo crescere persone che si ispirano a questi modelli che ci può essere un grande futuro per il nostro territorio. Con la morte di Polettini la Carnia perde una persona che ha saputo interpretare al meglio lo spirito di intrapresa nel quale spesso si sviluppa in positivo l’individualismo carnico. Tolmezzo perde uno degli ultimi autentici tolmezzini doc, quelli con le radici insinuate nelle androne e nei cortili interni del Borgàt.

            Ci eravamo promessi di salire ancora una volta assieme sull’Amariana, la nostra montagna. Poi si rimanda e il tempo purtroppo rende impossibile mantenere gli impegni. Comunque mi piace ricordarlo lassù. Non dimenticava mai di portare dei fiori alla Madonna. Mi piace ricordarlo lassù in particolarela sera in cui siamo saliti per l’accensione dei fuochi nella festa dell’Ausiliatrice. Era una notte piena di stelle. Nel chiarore della luna si aveva l’impressione di essere sospesi nel cielo, in un'altra dimensione nell’atmosfera trapunta di stelle. Il nostro respiro diventato il respiro della notte.
            Amico fraterno. Coronavirus mi impedisce di vederti da morto. Meglio così! Per me non sei morto. Nel prefazio della Messa dei morti, con la quale avremmo dovuto salutarti,( ma ci viene impedito!), si recita che “vita mutatur, non tollitur”  
Ti traduco: “La morte non ci toglie la vita, ci cambia soltanto la modalità del vivere”. Appunto! Per me resti lassù nell’altra dimensione, accanto alla “tua” Madonna, nel ricordo del respiro di quella notte di stelle. Mandi Pèpo. Questo il soprannome con cui ti chiamavo, il perché te l’avevo attribuito, può restare un  segreto tra noi due. Cordialmente Mandi, anche a nome di tutta la mia famiglia, con le più sentite condoglianze a Lidia ai tuoi figli e a tutti i tuoi parenti.

  

mercoledì 18 marzo 2020

Ricordando Tiziano Dalla Marta


 Tiziano Dalla Marta, amico carisimo,
non c’è amicizia più intensa e sincera di quella che nasce tra due persone che hanno idee e modi di pensare diversi, ma che proprio in questa diversità trovano il modo di confrontarsi, crescendo intellettualmente assieme, rispettandosi a vicenda, riconoscendosi reciprocamente l’onestà intellettuale. E’ stata questa la storia della nostra amicizia durata cinquanta anni.
            Negli ultimi anni ci siamo trovati a condividere la comune passione per la scrittura. Quando ti ho visto qualche giorno fa, per l’ultima volta, avrei voluto dirti che sono tornato a scrivere favole. Ma il destino ha voluto riportarmi, bruscamente, alla realtà, imponendomi di ricordare la frase di Ungaretti che abbiamo discusso come introduzione al mio ultimo romanzo storico: “la morte si sconta vivendo”. Sul tuo viso si vedeva che il tempo aveva ormai scavato tutti i segni dei tuoi 97 anni. Come il tempo nei millenni ha segnato le nostre montagne. Ma tu parlavi ancora di quando hai sfidato quelle montagne da scalatore provetto, a volte spericolato. Respingevi la debolezza con la quale i tanti anni di vita, inesorabilmente avevano segnato  il tuo corpo, nel ricordo di quando facevi a gara a dimostrare la tua forza: “invincibile a braccio di ferro”:
            A seguito del mio interesse sull’argomento, negli ultimi anni è stata la storia della Resistenza in Carnia i leit motiv delle nostre accese discussioni, nei nostri frequenti incontri. Tu che avevi contribuito a costruire il mito del Movimento della Resistenza. Io che considero negativo l’aver voluto trasformare la realtà in mito e che sento quasi come impegno civile quello di ristabilire la verità storica. Due visioni opposte che ci hanno portato a puntualizzazioni anche vivaci, ma nel rispetto sempre delle reciproche posizioni, ricordando più volte Voltaire nella frase che gli viene attribuita: “non sono d’accordo con ciò che dici, ma sarei disposto a perdere la vita perché tu abbia la libertà di dirlo”.
            Ma la nostra amicizia viene da molto più lontano. Nel 1970 come consigliere comunale sono entrato a far parte della tua squadra di Sindaco di Tolmezzo al secondo mandato. Giovane, fresco di idee. entusiasmi e comportamenti sessantottini, sono entrato in un conflitto con te con una foga che tu hai sopportato e capito solo perché intuivi che veniva dal comune impegno che ci portava a spenderci per lo sviluppo della nostra comunità. Entrato a far parte della tua Giunta, l’ho messa in crisi, spaccando il gruppo consiliare di cui entrambi facevamo parte.
            Ne abbiamo parlato tante volte, perché è nata proprio lì quella strana e originale amicizia tra due persone che agli occhi degli altri, potevano sembrare nemici.
            Una amicizia che si è rinsaldata quando da Sindaco della Ricostruzione, sono ricorso a te per utilizzare la preziosa competenza che ti veniva dal fatto di  poter unire  l’esperienza d’amministratore alle conoscenze dell’architetto. E ci siamo trovati, in quel momento particolarmente difficile per la nostra comunità a collaborare sinceramente, in ruoli diversi, ma sullo stesso obiettivo, con lo stesso impegno civile, la stessa passione politica.
            La nostra amicizia però è un fatto personale, seppure con risvolti pubblici. Da tuo successore come Sindaco, desidero  anche  ricordare e sottolineare la tua grandezza come Sindaco che ha scritto una pagina importante e decisiva della storia della nostra comunità.
            “Non omnis moriar! “ scrive il poeta latino Orazio, non morirò completamente se il ricordo di ciò che ho fatto mi sopravviverà, se resterà d’esempio.
            Per questo mi pare doveroso ricordarti con l’ammirazione e la stima che ho sempre avuto nei tuoi confronti. Vorrei portarti come esempio agli amministratori di oggi come la figura di un Sindaco che non si è fermato ad amministrare il presente, ma ha voluto e saputo pensare e immaginare il futuro della comunità che democraticamente era stato chiamato ad amministrare. Il piano regolatore del 1969 che imponeva a Tolmezzo un futuro da centro industriale, in conflitto con gli agricoltori proprietari dei terreni, è un esempio di lungimiranza, d’un saper guardare al futuro anche a danno dei propri interessi politici immediati. Esempio di concretezza poi, l’impegno che hai messo nel dare contenuti alla sua scelta, cercando gli imprenditori, come Apollo Candoni, che poi avrebbero segnato il futuro di Tolmezzo.
\           “Exegi monumentum aere perennius” continua ancora il poeta ricordando il lascito del suo spirito . “Ho lasciato un monumento più duraturo del bronzo”. Altrettanto puoi dire tu per i segni che hai lasciato oltreché come amministratore, come architetto e anche come scrittore e pittore. Come scrittore ricordo libri che non hanno avuto il successo che si meriterebbero come “Il volo del rondone” e “Il ritorno del Gismano”. Titolo quest’ultimo che ho voluto richiamare nel mio romanzo storico in uscita “Il ritorno del Cosacco” nel quale un capitolo, intitolato “Tiziano” ti vede come personaggio. Ricordo anche l’inedito “Mia, Romania” la bella elegia con cui evochi il rapporto di grande umanità che sei riuscito a costruire con la badante, negli ultimi dieci anni della tua vita, dopo la morte della amata Caterina.
            Di te come pittore parleranno altri più competenti di me. Voglio però ricordare il ciclo destinato a richiamare la tua storia personale nella Resistenza, non a caso la prima opera che hai lasciato è il lunotto nelle chiesa di Cludinico che hai dipinto da giovane partigiano.
            Come opere dell’architetto mi piace ricordar la Chiesa del Sacro Cuore di Betania che ben interpreta l’aspirazione all’infinito, all’esistenza nella dimensione dell’immortalità che è stata oggetto di tante nostre riflessioni negli ultimi tempi.
            La morte, che come la falce manzoniana” tutte pareggia l’erbe del campo” mi toglie dalla vista un grande amico, ma i sentimenti che ci hanno uniti vanno oltre la morte. Resti e resterai tra noi, finchè resta il ricordo dell’amico, finchè durerà il ricordo di te in una comunità come quella di Tolmezzo che tanto ti deve.
            Scherzando, mi avevi fatto assumere l’impegno di farti l’orazione funebre in chiesa. “Don Angelo non lo permette” ti ribattevo. Il destino ha voluto che tu sia venuto a mancare in questo strano momento nel quale non sono permessi addirittura i funerali, non solo le orazioni funebri. Questo mi consente di ricordarti in modo meno formale, meno forbito se vuoi, come a te avrebbe fatto piacere, perché ci tenevi a scrivere in una forma meno rustica della mia, ma  certamente più sincero.
            Tiziano, il mio romanzo l’Ebreo Errante che abbiamo condiviso l’anno scorso, può essere considerato in qualche modo un saggio sull’immortalità. Ne abbiamo parlato tanto. Una realtà  in una dimensione diversa, per me senza Inferni e Paradisi (anche qui in disaccordo!), ma comunque eternamente vivi.
            Io ci credo! Ti penso lì. Pur non mancando di fantasia non riesco a immaginare come. Ma so che sei vivo. Che mi stai aspettando, per continuare i discorsi. Come stai aspettando la tua grande famiglia di figli nipoti e pronipoti. Non metterci fretta però! Mi raccomando!
            Mandi Tiziano.