mercoledì 3 gennaio 2018
sabato 23 dicembre 2017
Il Presepe alla Gerla Blu
A
Verzegnis, accanto ai Presepi pregevoli realizzati dall’Amministrazione
Comunale davanti alle varie chiese del paese , c’è quello allestito dai privati
proprietari e gestori del B&B La Gerla Blu.
Lui d’origine colombiana lei
albanese, a dire che il presepe è anche incontro di culture diverse. Il cortile
retrostante è stato trasformato in una sorta di presepio. Le cataste di legno
del bosco di Verzegnis e, in terra, lo strame che s’usava un tempo nelle
stalle, fanno da scena e da sfondo alla
mostra dei presepi di Franco Faleschini. L’odore del legno si mescola a quello
dello strame e crea un profumo che riporta il visitatore a rivivere la
suggestione dell’ingresso in quella grotta di Palestina ove, per i cristiani, è
nato il Redentore.
Nella tradizione istituita da san Francesco, quel bimbo è Gesù. Per tutti è un bimbo la
cui nascita dà significato alla famiglia, accende le speranze per il futuro.
E’
questa l’idea che ha portato Faleschini a collezionare oltre mille presepi ma
soprattutto a realizzarne in proprio oltre trecento. Gli scrittori scrivono con
le parole, i registi con le immagini. Faleschini ha scelto di comunicare costruendo
presepi, ambientando in vari modi la scena d’una famiglia e d’un paese di
pastori che gioisce per la nascita d’un nuovo abitante. Vuole comunicare due
cose: che la famiglia è un valore che trova la più alta espressione attorno
alla culla d’un neonato, che l’ambiente agro-pastorale nel quale si colloca la
scena è un ideale di vita.
La
scintilla che ha acceso la sua passione per i presepi è stata, il trauma della
morte di suo padre. Nei giorni precedenti il Natale. Aveva quindici anni. Per
esprimere il suo dolore e il rimpianto per la sua famiglia distrutta dalla
perdita del capofamiglia, per consolare il fratello più piccolo, ha costruito
il suo primo presepe. Poi non si è più fermato! Suo padre era di Treppo
Carnico, sua madre di Intissans di Verzegnis, lui invece e nato a Cittadella di
Treviso ove i suoi erano emigrati. Ma la nostalgia della Carnia che gli hanno
trasmesso i suoi genitori, costretti ad abbandonarla, è diventata per lui un
amore. La costruzione dei Presepi un
modo per ripensare alla Carnia, alle sue tradizioni al modo di vivere dei suoi
abitanti.
Da
giovane gli si erano aperte ben altre prospettive di vita. Giocando a calcio
come portiere era arrivato in serie A
con il Bologna, e nella squadra dell’Italia per le Olimpiadi. Ma le
preoccupazioni e l’apprensione della madre vedova l’hanno condizionato, e
convinto a lasciare per trovarsi un lavoro “normale” vicino a casa. Per uscire
dalla normalità del lavoro e della vita quotidiana, ha trovato una valvola di
sfogo nella poesia del presepe, che è diventata per lui il filo rosso che ha conferito
un senso originale alla sua vita
. Gli oggetti della vita d’ogni giorno, nella
sua immaginazione diventano “location” luoghi da presepe. Il passaggio
dall’immaginazione alla realizzazione un hobby, un passatempo, per riscrivere
in forme sempre nuove il suo mondo poetico sul tema della famiglia e della
natività.
Nei suoi
presepi il Natale più che la rievocazione della scena madre della religione
cristiana, è la festa della famiglia che s’allieta nella nascita d’un figlio.
Per questo i presepi alla Gerla Blu di Verzegnis, creano una suggestione e
inducono a una riflessione che prescinde dal significato religioso.
| La casa con il presepe diventa presepe a sua volta. |
Il Natale
per i Carni e poi per i Romani era il giorno (Dies Natalis) che segnava la
rivincita del Sole (Sol invictus) che riprendeva a salire per aprire l’anno
nuovo. Il Bambino nella culla per Faleschini è il sole che entra nella casa,
nelle famiglie.
Un
Presepe il suo, che ha un senso condivisibile per tutti al di là del credo
religioso. Dei percorsi per ritrovare nella poesia della Carnia il senso del
proprio futuro, al di là di quelle che possono essere le proprie radici di
partenza. Non a caso i gestori del B&B sono lui di diversa origine etnica,
e hanno trovato nei Presepi di Faleschini qualcosa che li unisce, per
immaginare il proprio futuro in Carnia.
In quel
bimbo posto in un giaciglio e inserito in una scena che rievoca multiformi
suggestioni della Carnia di ieri, è riposta la speranza per il nuovo anno.
L’invito a ritrovare nel passato le radici per costruire la speranza d’ogni
giorno dell’anno che s’apre. Nuovo nelle speranze e nei propositi, come è nuovo
alla vita il neonato nella culla.
venerdì 17 novembre 2017
Migranti telefonici.
MIGRAZIONE TELEFONICA
UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA
Tutto
cominciò con una telefonata. Non ho ben capito inviata da chi. Mi si informava
che il costo della mia linea fissa con Tim Telecom stava per essere
praticamente raddoppiato.
“E’
finito il periodo il offerta!”
“E io
migro con un altro operatore!”
“Provaci!”
Ho
provato a cercare in internet una soluzione più vantaggiosa”
Il
ragno di Google deve aver scoperto cosa cercavo. Sono stato subito contattato
infatti da Comparasemplice, e una voce accattivante mi ha indotto a chiudere lì
per li, online, un contratto di migrazione in Wind. Era il sette novembre.
Ho
stampato il file e sono corso in un punto vendita a ritirare il modem, come
specificato nel contratto.
“Col
cavolo!” mi ha detto il gestore, “avresti dovuto venire da me a fare il
contratto!”
“E che
ne so io! Vedo dall’insegna che è un punto di vendita Wind e chiedo che mi
venga consegnato ciò che il contratto Wind ha previsto”. Nulla da fare! Riprovo
i giorni seguenti. Senza esito!
“Forse
a Udine, nel capoluogo di Provincia,” penso. Ci provo!
“Qui
no! Forse in un altro punto vendita in periferia. Se vuol provare!”
E che
devo fare la via Crucis alla ricerca d’un modem? Torno a casa incazzato.
Scarico il modulo di recesso. Lo compilo. Vado in posta e faccio una
raccomandata celere con ricevuta di ritorno.
Accidenti!
Dieci euro, meno qualche centesimo!... E tutto è nato perche volevo
risparmiare!
Era il
15 settembre. La notte successiva il modem va in rosso. La Telecom ha staccato
e quindi sono senza telefono e senza internet.
In
mattinata chiamo il 187.
“E che
vuoi? Se migrato e veditela con il nuovo operatore!”
Chiamo
il 155 con il mio cellulare Tim. Una voce cortese mi avverte che la telefonata
è gratuita solo dai cellulari Wind e dai fissi Telecom.
“Ma se
il fisso Telecom, mi è stato staccato!” Fortuna vuole che una nipote abbia la
sim Wind, le chiedo il cellulare e chiamo.
“E’
impossibile che non le abbiano fornito il modem!”
“E che
son stupido? In due negozi mi è stato rifiutato!”
“Comunque
per tagliare la testa al toro io ho fatto il recesso.”
“Ma a
noi non è giunta la raccomandata!”
“Immagino!
Per quanto mi sia costata cara la velocità delle poste, non posso pretendere la
velocità della luce. Ma mi sapete spiegare perché ho potuto fare il contratto
online e non è invece ammesso la disdetta e il recesso online?
Vorrei
almeno mettere online questo sfogo. Ma non ho internet!
giovedì 12 ottobre 2017
Tiramisù
L’origine storica del Tiramisù
e del Mascarpone.
Raimondo della Torre
fu Patriarca d’Aquileia dal 1273 al 1299. Appena insediato si rese conto dell’
importanza per l’economia del Patriarcato del passo di Monte Croce Carnico e quindi del
ruolo di Tolmezzo a presidio sulla
strada per il passo. Alla cittadina concesse il privilegio della raccolta del
dazio sul commercio della Carnia perché si facessero le mura. I tolmezzini, in
segno di gratitudine, sulla porta di sopra, hanno scolpito il suo stemma.
Ma oltre le
motivazioni geo-politiche a rinsaldare i
vincoli di amicizia di Raimondo con Tolmezzo contribuì il suo amore per la
buona tavola. Aveva nominato gastaldo della Carnia suo cugino Eghelberto della
Torre, famoso buongustaio milanese e la tavola del gastaldo della Carnia si
distinse subito per la raffinatezza. Merito soprattutto del cuoco Cromazio che il Gastaldo era riuscito a scovare nel
paese di Cazzaso, un innovatore appassionato, affascinato dal desiderio di nuove pietanze con nuovi gusti e sapori ma
preoccupato anche della genuinità del
cibo. Al punto che, volle produrre in proprio il formaggio, alimento base della sua cucina.
Nelle cantine del castello s’era fatto
costruire una piccola latteria e il gastaldo obbligò i suoi contadini a
conferire al castello la decima del latte prodotto. Poteva così far colazione
con il burro di giornata, mentre il formaggio e la ricotta venivano stagionati
a seconda delle pietanze a cui erano destinati. Per non sprecare nulla, Cromazio
s’era inventato anche la ricetta del Formàdi Frant. Faceva fermentare i resti
del formaggio e persino le croste, unendovi delle erbe sempre diverse,
ottenendo così un prodotto con sapori
sempre più inusitati.
Ma, come capita spesso, fu invece opera del caso la scoperta
del formaggio che rese Cromazio famoso in tutto il Patriarcato e oltre.
Una mattina aveva appena raccolta la panna
affiorata nelle mastelle nelle quali era stato conservato il latte durante la
notte. Aveva deciso di cuocerla per farne l’ont (burro fuso in friulano) da
conservare. Fu chiamato dal Gastaldo
proprio mentre aveva sul fuoco sia la
pentola del burro che quella del formadi frant. Aveva appena ordinato ad un suo
inserviente di spremere alcune gocce di
limone in quella del formadi frant. Voleva verificare che gusto ne sarebbe
derivato a fermentazione avvenuta.
Al richiamo del
superiore si precipitò lasciando perdere ogni cosa. Al ritorno chiese
all’inserviente se aveva spremuto il limone. Gli rispose di sì, indicandogli il
recipiente che conteneva la panna. Ci si può immaginare la scena! Urla,
bestemmie, pedate nel sedere dell’inserviente. Ma ormai era fattal Rovinato il
burro della giornata! Anche perché si era spento il fuoco e si era interrotta
la cottura del burro. Come aveva
dimostrato con l’invenzione del formadi frant, Cromazio era cresciuto a Cazzaso
nella miseria e non sarebbe stato capace di sprecare nulla. Tanto meno la brume
(la panna), la parte più pregiata del latte.
Rovesciò la pentola con la panna su una delle tele che usava per contenere la
ricotta e ne fece un sacchetto, come appunto fosse ricotta. Bestemmiando ancora contro la stupidità del
suo inserviente, portò il nuovo prodotto nel fresco della cantina e l’appese, accanto ai salami. “Vedrò cosa farne poi,” e con una ultima imprecazione, preso da altre cose, si dimenticò dell’incidente.
Solo il giorno
dopo, mentre staccava un salame, gli tornò agli occhi il sacchetto.
“Son curioso di sapere che
cosa ne è avvenuto della panna al limone!” disse. Rovesciò il sacchetto in un piatto e si trovò davanti un
composto cremoso, bello anche da vedersi. Quando prese ad
assaggiarlo, non potè trattenere una bestemmia di soddisfazione. Una
prelibatezza! Qualcosa dal gusto raffinato. La stupidità del suo inserviente
aveva inventato un derivato dal latte che non era né burro nè formaggio nè
ricotta, ma qualcosa di nuovo. D’una
bontà eccezionale.
Capì subito che
il miracolo era opera delle gocce di limone, ma anche del fatto che il fuoco si
era spento, fermando la cottura ad una
temperatura ideale per realizzare il prodotto. Ci mise alcuni giorni a definire
la ricetta, con diverse prove andate a vuoto. Bisognava trovare la giusta
temperatura e la giusta quantità di limone che aveva provocato il miracolo.
Alla fine ci riuscì e scrisse la ricetta
Si doveva scaldare in una casseruola la panna a fuoco lento
mescolandola con un frusta fino a fare raggiungere gli 80/85 gradi. Poi
aggiunte alcune gocce di limone si doveva continuare la cottura per un’altra
decina di minuti . Lasciar quindi raffreddare nell’ambiente per 35 minuti, poi
scolare in una tela, come fosse ricotta e mettere in fresco per almeno mezza
giornata.
Annunciò allora al
gastaldo, gonfio il petto d’orgoglio e soddisfazione, di aver inventato un
nuovo tipo di formaggio. Proprio inquei giorni era in visita il cugino
Patriarca. L’occasione cadeva a fagiolo per sentire i commenti sul nuovo
prodotto.
“Masse
bon!” esclamò con enfasi l’arcidiacono della Carnia che era stato invitato per
l’occasione e che, come di regola i prelati, era anche un buongustaio. “Che
prelibatezza!” aggiunse il Patriarca con fare estasiato. “Come l’hai chiamato?”
chiese il gastaldo a Cromazio, soddisfatto per la bella figura che gli stava
facendo fare. “Non ci ho ancora pensato, non ho dimestichezza con le parole”
confessò quello. Allora intervenne il giullare, anche lui di Cazzaso, che si
divertiva invece a giocare con le parole e a fare anagrammi: “Mettendo assieme
le vostre esclamazioni Mas Che Pre, se ricaverebbe un Maschèpre. “Non mi pare granchè, ma
riconosco che è un nome originale, se va bene al cuoco tuo compaesano può andar
bene a noi, cui più che il nome interessa il gusto veramente nuovo e squisito,”
disse il Gastaldo. Il cuoco non aveva parole e quindi nel Patriarcato si
diffuse la voce che a Tolmezzo era stato inventato il Maschépre.
A questo punto il
lettore vorrà sapere come mai non s’è continuato a produrlo.
Per rispondere
bisogna tornare alla storia. Nel 1279 il
Patriarca Raimondo guidò in Lombardia un contingente di truppe friulane in
aiuto dei suoi parenti in lotta contro i Visconti, per il dominio della Signoria di Milano.
Naturalmente si offerse come volontario anche il nipote, Gastaldo della Carnia,
che si portò al seguito anche il cuoco Cromazio.
Con i buongustai però
non si vincono le guerre! Fu così che i Torriani subirono una sonora sconfitta
a Vaprio sull’Adda. L’armata friulana fu disfatta. Anche Cromazio cadde
prigioniero e finì i suoi giorni a fare il cuoco nel castello di Abbiategrasso,
che già dal 1277 era passato con i Visconti. Si fece benvolere insegnando ai nuovi padroni la ricetta del Maschépre, che nel frattempo
aveva cambiato nome.
Mentre si abbuffavano con quella nuova delizia
del palato invece che prepararsi alla battaglia, i feudatari patriarchini si
erano resi conto che, almeno il nome della
specialità che gustavano ogni giorno, doveva essere appropriato per l’ambiente
militare. Maschèpre sapeva di frocio, per questo il giullare, lasciando
inalterata la base, propose di cambiarlo nel più militaresco Mascherpòn, o
Mascarpòn.
Oltrechè sul nome
ci furono grandi discussioni su quali fossero gli accostamenti migliori, se con
il dolce o con il salato . Anche qui fu il caso a dare la soluzione.
In una delle
scaramucce che precedettero lo scontro finale, l’armata friulana si era
scontrata con quella dei Conti di Savoia, alleati dei Torriani, ed era riuscita
a fare qualche prigioniero. Tra questi il cuoco del conte. Cromazio si trovò ad
avere così un valido collaboratore e assieme inventarono ricette eccezionali
che fondevano la tradizione della Savoia con quella del Friuli. Come specialità
il nuovo arrivato portava dei biscotti d’una particolare leggerezza che
chiamava “savoiardi”. Fu per loro quasi inevitabile mettere assieme le due
ricette: uno strato di savoiardi e uno strato di Mascherpòn, il tutto farcito
con ottimo zabaglione al vino moscato del Piemonte, e ne venne fuori un dolce
tanto squisito quanto facile a farsi.
“Una bomba energetica!” commentò il giullare. Con questo “Tiramisù” saremo invincibili”, aggiunse, dando così il nome al
nuovo dolce. Non fu così, perché malgrado il Tiramisù furono sonoramente
sconfitti. I Visconti si presero la
signoria di Milano, mentre i Torriani si spostarono in Friuli al seguito del
loro Patriarca a godere dei feudi loro assegnati, ove deliziarsi di Tiramisù e
Mascarpone.
Quando, nel 1420,
Venezia pose fine allo Stato Patriarcale, prese a considerare il Friuli poco
più che una colonia dalla quale importare legname per le proprie navi. Anche le
buone tradizioni culinarie sviluppate con i Patriarchi si sono quindi perse.
Solo
nell’ultimo dopoguerra, negli anni del boom economico è tornato in voga il
Tiramisù Come mai sia venuta l’idea a Norma Pielli titolare e cuoca dell’Albergo
Roma di Tolmezzo negli anni cinquanta del
Novecento, è facile a spiegarsi alla luce di questa storia. La Torre Raytemberger
porta di accesso al castello patriarchino, negli annci cinquante era diventata cantina dell’Albergo. E’ facile immaginare che vi aleggiasse lo
spirito di Cromazio, tornato da morto
nei luoghi che avevano visto brillare la sua stella di grande cuoco. Invece che
i numeri del lotto, come sono soliti fare i defunti, Cromazio ha portato a Norma la ricetta. Come suggerito
dall’anima di Cromazio, Astori ha preso
a importare da Abbiategrasso il Mascarpone che i lombardi avevano continuato a produrre,
sulla ricetta insegnata loro dal carnico prigioniero. Norma , da cuoca innovativa
quanto Cromazio, ha arricchito la ricetta del Tiramisù, avuta in sogno, con i gusti del
caffè e del cacao, prodotti che nel Medioevo non c'erano ancora.
Ecco come la storia
da sempre “magistra vitae” è anche in grado di tagliare la testa al toro sulla
querelle dell’origine del Tiramisù. Alla luce della storia che s’è letta, è
fuor di dubbio che il moderno Tiramisù è nato a Tolmezzo, recuperando la
ricetta dei tempi del Patriarca Raimondo Della Torre.
giovedì 21 settembre 2017
La nascita del Friuli
Il romanzo che ho scritto a quattro mani con Diego Carpenedo è ora in libreria in una nuova veste.
L'eleganza della presentazione mi auguro faccia apprezzare meglio il contenuto.
Recuperando i dati storici nel racconto di Tito Livio nel romanzo si sostiene la tesi che, all'arrivo di Roma, i Carni erano tutt'altro che "barbari".
Dall'integrazione tra la loro cultura e quella degli invasori Romani, è nata l'originalità del popolo friulano e della sua peculiare cultura.
Emblematico il fatto che non sono stati i dei romani a invadere la Carnia e il Friuli con una nuova religione, ma è stato il dio carnico Beleno ad entrare ad Aquleia,
A scanso di equivoci, come precisa Quintiliano Ermacora nel De Antiquitatibus Carneae, originariamente la Carnia andava dal Livenza al Timavo. La Carnia si identificava con l'attuale Friuli: Carnia, madre del Friuli.
L'eleganza della presentazione mi auguro faccia apprezzare meglio il contenuto.
Recuperando i dati storici nel racconto di Tito Livio nel romanzo si sostiene la tesi che, all'arrivo di Roma, i Carni erano tutt'altro che "barbari".
Dall'integrazione tra la loro cultura e quella degli invasori Romani, è nata l'originalità del popolo friulano e della sua peculiare cultura.
Emblematico il fatto che non sono stati i dei romani a invadere la Carnia e il Friuli con una nuova religione, ma è stato il dio carnico Beleno ad entrare ad Aquleia,
A scanso di equivoci, come precisa Quintiliano Ermacora nel De Antiquitatibus Carneae, originariamente la Carnia andava dal Livenza al Timavo. La Carnia si identificava con l'attuale Friuli: Carnia, madre del Friuli.
venerdì 8 settembre 2017
Barabba in Carnia,
CRIST DI VAL.
Che
Ponzio Pilato il procuratore della Giudea colpevole di aver messo a morte Gesù Cristo, sia
morto in Carnia è tradizione ormai consolidata in tante leggende. Ne ha parlato
Giovanni Gortani e più recentemente Renato Zanolli nel libro “Guida insolita
del Friuli”.
Ma ciò
che finora era sfuggito, sia agli storici che agli scrittori di leggende, è il
fatto che in Carnia sia finito e sia morto anche Barabba, il malfattore che si
è salvato lasciando a Cristo il suo posto sulla croce. Come si sono svolti i
fatti è noto. Almeno ai più! Pilato
aveva già capito che gli conveniva mandare a morte Cristo per ingraziarsi gli
Ebrei e fare bella figura con l’imperatore Tiberio. Due piccioni con una fava!
Ma voleva prendere anche un terzo, facendo passare la sua decisione come
decisione del popolo. Da precursore dei populisti del giorno d’oggi, sottopose
al popolo la scelta tra Gesù e Barabba. Era sicuro dell’esito, sapendo che il
popolo era già stato adeguatamente sobillato per chiedere la condanna di Gesù.
Fu così
che Barabba fu il primo degli uomini ad essere salvato dalla morte di Cristo.
Fatto uscire dal carcere, mentre ormai s’era rassegnato a morire in croce,
pieno di gratitudine per Pilato che l’aveva salvato, si mise alle sue
dipendenze.
“A te
devo la vita,” gli disse, “è giusto che mi consideri tuo schiavo!”
“Allora
va e controlla che la persona che ti ha sostituito sulla croce, muoia
veramente!”. Con questo primo incarico Pilato lo costrinse a vedere l’agonia di
Cristo in croce. Immedesimandosi nel morente, suggestionato al pensiero che
avrebbe dovuto essere lui ha gridare: “Ho sete!” Seguì la scena con una
emozione indescrivibile. Sino alla fine. Sino alla deposizione dell'innocente dalla croce. Raccolse anche uno dei chiodi per documentare a Pilato d'aver assistito al fatto.
Ma da quel momento la scena prese a vagargli per la mente, come un incubo. Un oggetto che si vuole affondare nell’oceano della dimenticanza, che però l’acqua della memoria riporta forzatamente e continuamente a galla.
Ma da quel momento la scena prese a vagargli per la mente, come un incubo. Un oggetto che si vuole affondare nell’oceano della dimenticanza, che però l’acqua della memoria riporta forzatamente e continuamente a galla.
Dice la
storia che Pilato fu esiliato dall’imperatore Tiberio nelle Gallie. Ma la
storia va interpretata, il dato vero è soltanto che fu mandato nelle Gallie. Il
cuore delle Gallie al tempo, il luogo dell’incrocio culturale tra Galli e
Romani era Aquileia. Ancora più in su verso il Norico, Julium Carnicum. Qui fu esiliato Pilato, sempre seguìto dal suo
schiavo Barabba. Guardato con sospetto dagli abitanti di Iulium Carnicum,
preferì trasferirsi al di là del fiume e
si costruì una villa in un luogo ameno, alla confluenza del But con un
bel torrente che scende dalle falde del monte Sernio, dal nome poetico di Mignezza. Alla morte di Pilato la località continuò ad essere chiamata “il luogo della casa di Ponzio”. In seguito, nel tempo, con le semplificazioni a cui ci ha abituato la storia, chi vi si recava, prese a dire più
semplicemente che andava in Ponzio. Da qui il nome Imponzo.“
Secondo
la leggenda il corpo di Pilato fu sepolto lontano dal paese, sulla strada
che portava in Friuli. In segno di dispregio si sviluppò l’usanza, per chi
passava da quelle parti, di gettare un sasso sulla sua tomba. Sasso dopo sasso
sarebbe sorto così il costone sul quale si è poi costruita la chiesa di San
Floriano. Qui evidentemente gli scrittori di leggende si sono lasciati prendere
la mano dal disprezzo che nutrivano per chi si porta la colpa materiale storica
della morte di Cristo.
Presi così
dalla storia di Pilato si sono dimenticati quella di Barabba, che mi pare
giusto riprendere.
Lì avrebbe vissuto da eremita.
Così fece. Arrivato sul posto scoprì che dietro, verso sud, Il Novinzola si accoppia con il Pizzat ed entrambi si raccolgono in una bellissima conca. Un posto ideale per farne la sua valle di lacrime! Sul fianco, a mezza costa del Novinzola, individuò una grotta che la natura sembrava aver costruito nei millenni attraverso le rivoluzioni geologiche proprio in attesa di qualcuno in cerca d’un riparo per pentirsi di qualcosa. Barabba vi si insediò e con estrema pazienza, usando la punta d’un chiodo che aveva raccolto sul Golgota, prese a scolpire la scena dei suoi incubi. Pensava che realizzarla all’esterno, fosse il modo migliore per togliersela dalla testa e ritrovare il suo equilibrio psichico.
Così
fu. Presero a frequentarlo i pastori che portavano le loro capre e pascolare
nella valle, e lui si mise a raccontare dell’innocente morto in croce al suo posto.
Divenne il primo evangelizzatore della Carnia. Morì nella grotta e i pastori
lasciarono che il suo corpo si decomponesse come in un loculo all’aperto,
mentre il suo spirito prendeva definitivamente possesso della grotta.
La
grotta nei secoli ha poi ospitato molti altri eremiti, sciamani e benandanti.
Ma questa è un’altra storia!
Da
allora per tutti i secoli trascorsi la
grotta chiamata del Crist di Val, è diventata luogo di pellegrinaggio per
ammirare la scultura della crocefissione che ha scolpito Barabba, per sentire la
presenza del suo spirito, per sentirsi in comunione con il primo uomo salvato
dalla morte di Cristo.
Ci vanno gli Ebrei e, secondo la loro usanza quando visitano una tomba, depositano a ricordo dei sassolini. Ci vanno i Buddisti e lasciano le bandiere di preghiera tibetane. Ci vanno i cristiani e lasciano dei piccoli crocefissi. Il più importante è quello che vi ha lasciato, nel 1980, Mons. Pietro Brollo, allora Vescovo ausiliare di Udine.
Per i
paesani di Verzegnis era il luogo tradizionale delle rogazioni per ottenere la
pioggia.
A quei tempi un anno di siccità significava per il paese un anno di miseria, di fame, di gente che moriva di stenti e d’inedia.
Altri
tempi! Ma perché perdere anche il ricordo, come si è purtroppo già persa persino la
traccia del sentiero che dalla Casera di Val, recuperata come un’opera d’arte,
porta alla grotta del Crist di Val?
Perchè non ripartire dal riutilizzo della Casera restaurata per un progetto di valorizzazione turistica che recuperi la memoria storica del Crist di Val? Che si creda o meno sia opera di Barabba, qualcuno l'ha scolpito. Quando? Le date che vi si leggono possono riferirsi a delle visite o a delle permanenze successive, l'opera potrebbe essere molto antica. Comunque suggestiona ed emoziona, lascia un ricordo indelebile nel turista che ha avuto l'opportunità di visitarla.
venerdì 25 agosto 2017
Un giallo irrisolto a Tolmezzo
Il maresciallo Anselmi si accasciò sul divano del
salotto, come uno straccio sporco che la donna delle pulizie ha dimenticato
fuori posto. Dalla porta aperta, continuava a fissare nell’atrio l’oggetto che
l’aveva così terribilmente sconvolto. Il
fulmine finale d’un temporale spaventoso.
Era tutto iniziato la mattina
del giorno prima, con una donna che denunciava la scomparsa del suo vicino di
casa.
“Scomparso come?”
“Non ho detto scomparso. Ho detto che non lo si vede
da una settimana...” aveva corretto seccata. Potrebbe anche essere morto,” aveva
poi aggiunto, facendosi il segno della croce.
Questa idea del possibile morto, l’aveva obbligato ad
attivare le procedure del caso. Forzata la porta di casa, dell’uomo non s’era trovata traccia.
Viveva solo. Ma la cosa più strana era che nessuno sapeva nulla di lui. Viveva
a Tolmezzo, da una ventina d’anni, ma non aveva rapporti con nessuno: né
parenti, nè conoscenti.
I vicini di casa lo chiamavano “lo svizzero”. Ma
forse il nomignolo non aveva nulla a che vedere con la sua storia, era solo un
sinonimo di “straniero”. All’anagrafe infatti, era registrato come nato a Milano.
“Ma avrà notato in questi anni qualcosa di
particolare!” aveva insistito a chiedere.
“Ripeto, non so nulla di lui. Posso solo dire di aver
osservato che qualche volta fa delle passeggiate sullo Strabùt, la montagna
dietro casa. Lo vedo partire da una parte e tornare dall’altra, e quindi
immagino faccia il sentiero-circuito che
attraversa la sella di Precefic.”
Quel nome strano fu come un lampo. Quando l’avevano
assegnato a comandare la stazione carabinieri di Tolmezzo s’era dato a studiare la storia del luogo ed
era rimasto colpito dalla leggenda di Precefic. Si diceva che nel pianoro che
porta questo nome, a mezza costa del monte Strabut c’è la grotta degli Sbilfs. Sarebbero
questi degli esseri che, a credere alle leggende, vivevano nei boschi prima
dell’arrivo degli umani. Erano rimasti poi a convivere con gli uomini. Di norma
invisibili, a volte si erano manifestati ad alcune persone, ma in forme sempre
diverse. Per questo, anche mettendo assieme le varie leggende, non si capiva né
chi fossero veramente né quale fosse la loro figura.
Si era ripromesso più volte di salire a indagare su questa grotta, per curiosità. Ora aveva un
motivo di farlo, per servizio.
Sulle falde del monte Stabut, è scesa nei secoli una
frana. Assestandosi, a mezza costa, ha realizzato un piccolo pianoro. Ai
margini. verso la roccia, anche se ostruito in parte da quale masso, non si può
non notare l’ingresso di un antro. Non una
grotta naturale ma una galleria artificiale, scavata in una epoca imprecisata.
Avrebbe dovuto farsi accompagnare da qualcuno, ma l’ innata curiosità l’aveva
spinto a risalire in giornata, dopo essersi fornito d’un grossa torcia
elettrica. L’idea di trovare lo “svizzero” morto dentro alla galleria, era poco
più che una scusa per visitare finalmente la grotta della leggenda degli
Sbilfs. Spesso però sono le circostanze a decidere le nostre azioni.
S’era appena inoltrato per qualche centinaio di metri,
quando, incespicando in qualcosa, fu sul punto di cadere. Finì per appoggiare la spalla alla parete di destra. Invece di
sostenerlo, la parete si frantumò come se fosse stata di cristallo. Con uno scatto, riuscì
a riprendere l’equilibrio senza cadere, ma non riuscì a riprendersi dalla
sorpresa, per ciò che gli capitò di vedere. Al solo tocco della spalla era
andata in frantumi la parete alla quale si era appoggiato. Non tutta, ma la
parte che pareva il tamponamento d’un piccolo vano, ricavato nella parete. Una
sorta di loculo. Il termine gli venne alla mente, quando con la torcia,
all’interno del vano illuminò un cadavere. Era quello d’una persona con la
faccia d’un vecchio, ma con le dimensioni di un bambino. La stranezza maggiore
stava nel come era stato ricomposto il cadavere: imbalsamato nella posizione
dello yoga, con le gambe incrociate e le braccia conserti a tenere nel grembo
un medaglione. L’aveva illuminato e l’aveva visto. Non aveva dubbi. Ma era stata
solo una visione. In un attimoa il cadavere si era come dissolto. A terra c’era
solo un grumo di polvere con sopra il medaglione. Aveva letto che qualcosa di
analogo era capitato in qualche tomba in Egitto. Il contatto con l’aria può determinare
una reazione che polverizza le mummie. Perplesso e preoccupato, per non dire
spaventato, raccolse comunque il medaglione e decise di rinunciare a completare
l’ispezione della grotta. Tornando sui suoi passi, facendo scivolare il fascio
di luce sulla parete, si rese conto che tutta la parete era attrezzata con una
fila di loculi. Alcuni aperti come quello che gli era capitato di aprire,
intervallati da altri ancora chiusi.
Non poteva evidentemente raccontare a nessuno ciò che
gli era successo. Anche lui, a casa, se non avesse avuto tra le mani il
medaglione, poteva pensare d’aver sognato. L’oggetto era alto una decina di
centimetri, raffigurava un cuore. Il peso gli fece pensare fosse di bronzo. Su
un lato era inciso il disegno di una
luna al primo quarto, sull’altro era graffita una scritta “mors”. Pur non
conoscendo il latino, non ci potevano essere dubbi sul significato della parola.
Non riusciva a immaginare che relazione ci potesse essere tra quella parola, la
figura del quarto di luna e la forma dell’oggetto. Tuttavia ciò che più l’aveva sorpreso era il
fatto che il medaglione dava l’impressione di emanare calore. Sprigionava
certamente qualche tipo di radiazione. Pericoloso? Si o no, ormai ce l’aveva in
casa!
Tutto incomprensibile! Come del resto il caso della scomparsa dello “svizzero”. Pensò di
mettersi almeno in regola con le procedure e i protocolli. Mise a rapporto che
la donna gli aveva accennato alla località di Precefic, e quindi organizzò una
squadra di quattro carabinieri, per un’ispezione alla località. “Ho letto da
qualche parte che c’è una caverna e quindi attrezzatevi con delle torce
elettriche,” ordinò ai suoi uomini.
Arrivati sul pianoro di Precefic, fece in modo che
scoprissero la galleria, senza far capire che lui c’era già stato. Lasciò che
la squadra si inoltrasse e li seguì a distanza. Aveva due pile: con una faceva
luce per evitare di incespicare come la volta precedente, con l’altra
illuminava la parete che gli era parsa contenere i loculi. Cercava di verificare
l’esattezza dell’intuizione che aveva avuto.
“Oh mio Dio!” il grido spaventato dei suoi quattro
carabinieri all’unissono rimbalzò sulle pareti della caverna con un eco
terribile. La parola “Dio” riecheggiò rifrangendosi come un urlo uscito dalla
gola della montagna, per respingere gli estranei. Immaginò che fosse toccata anche ai sottoposti l’esperienza vissuta lui il giorno prima e si affrettò a
raggiungerli.
Non avevano scoperto un nuovo loculo. Erano invece
quasi incespicati in un cadavere. Orribilmente sfigurato. Ucciso con un
fendente che gli aveva aperto la testa in due, come fosse stata un’ anguria.
Dalle informazioni che aveva ricevuto dalla denunciante su come era vestito, non c’erano dubbi: era il
cadavere dello svizzero.
Erano a non più di cento metri dell’imbocco della
galleria. Il giorno prima si era inoltrato molto di più. Il cadavere non c’era.
Era stato quindi ucciso durante la notte.
“Non toccate nulla!” ordinò ai suoi. Restate di
guardia mentre io vado a chiamare il Procuratore della Repubblica.
Fu una giornata d’inferno quella che seguì! Il Procuratore che voleva sapere ciò che non
si poteva sapere. Prima nella casa dello svizzero, poi due volte in Precefic. Il
Procuratore che voleva rendersi conto d’ogni particolare, prima di autorizzare il recupero della salma.
E poi tutti quei rapporti da scrivere, per essere sicuro di aver seguito le
procedure, in quel primo caso di omicidio di cui doveva occuparsi in quella che
gli era stata presentata come una
stazione tranquilla, con i vantaggi d’essere al confine con l’Austria.
Alla sera, quando, stremato, aprì la porta del suo
appartamento, non pensava ad altro che al letto. Invece la vera sorpresa doveva ancora
arrivare… In mezzo all’atrio, in bella vista in un secchio di plastica, c’era
una ascia sporca di sangue, come il secchio che la conteneva. Ripresosi
dall’istintivo moto di orrore, si rese subito conto che quell’ascia
insanguinata era la sua, quella che usava per spaccare le legna del caminetto.
Per questo s’era lasciato cadere sul divano del
salotto. Gli tornò in mente una delle leggende sugli Sbilfs. Quella di Birt che
aveva il potere di ipnotizzare i suoi uomini per portarli a compiere i più
efferati delitti, senza che avessero la coscienza di ciò che stavano facendo.
Ripensò alle radiazioni che aveva avvertito sprigionate dal medaglione.
L’accetta sporca di sangue era la sua. Non aveva dubbi, se l’era messa nello
zaino il giorno prima quando era salito in Precefic. Pensava di dover aprirsi
il sentiero per entrare nella grotta, ma non c’era stato bisogno. Aveva poi
abbandonato lo zaino con la piccola mannaia in salotto. Nell’appartamento non
c’erano segni di effrazione. Come aveva potuto quello strumento uscire di casa
e rientrare insanguinato, dopo aver spaccato la testa allo “svizzero”? …
Che fare? La domanda gli scrosciava nella mente con
una cascata di possibili soluzioni senza via d’uscita. La riposta che gli
veniva dalla sua passione per la fantascienza, lo portava a pensare al medaglione capace di trasmettere un ordine
come quello delle leggende degli Sbilfs. Un ordine venuto dalla notte dei tempi
per eliminare lo svizzero. Ma allora lo “svizzero” chi era veramente? Uno Sbilf
in forma umana? Davanti al Procuratore però non avrebbe potuto usare risposte
da fantascienza. Non gli restò che far sparire ogni cosa. Non poteva indagare
su un omicidio commesso in proprio. Per chiudere il caso, e mettersi in pace con
la coscienza, fu comunque tra i pochi a seguire il funerale de’ “lo svizzero”.
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