Il romanzo che ho scritto a quattro mani con Diego Carpenedo è ora in libreria in una nuova veste.
L'eleganza della presentazione mi auguro faccia apprezzare meglio il contenuto.
Recuperando i dati storici nel racconto di Tito Livio nel romanzo si sostiene la tesi che, all'arrivo di Roma, i Carni erano tutt'altro che "barbari".
Dall'integrazione tra la loro cultura e quella degli invasori Romani, è nata l'originalità del popolo friulano e della sua peculiare cultura.
Emblematico il fatto che non sono stati i dei romani a invadere la Carnia e il Friuli con una nuova religione, ma è stato il dio carnico Beleno ad entrare ad Aquleia,
A scanso di equivoci, come precisa Quintiliano Ermacora nel De Antiquitatibus Carneae, originariamente la Carnia andava dal Livenza al Timavo. La Carnia si identificava con l'attuale Friuli: Carnia, madre del Friuli.
giovedì 21 settembre 2017
venerdì 8 settembre 2017
Barabba in Carnia,
CRIST DI VAL.
Che
Ponzio Pilato il procuratore della Giudea colpevole di aver messo a morte Gesù Cristo, sia
morto in Carnia è tradizione ormai consolidata in tante leggende. Ne ha parlato
Giovanni Gortani e più recentemente Renato Zanolli nel libro “Guida insolita
del Friuli”.
Ma ciò
che finora era sfuggito, sia agli storici che agli scrittori di leggende, è il
fatto che in Carnia sia finito e sia morto anche Barabba, il malfattore che si
è salvato lasciando a Cristo il suo posto sulla croce. Come si sono svolti i
fatti è noto. Almeno ai più! Pilato
aveva già capito che gli conveniva mandare a morte Cristo per ingraziarsi gli
Ebrei e fare bella figura con l’imperatore Tiberio. Due piccioni con una fava!
Ma voleva prendere anche un terzo, facendo passare la sua decisione come
decisione del popolo. Da precursore dei populisti del giorno d’oggi, sottopose
al popolo la scelta tra Gesù e Barabba. Era sicuro dell’esito, sapendo che il
popolo era già stato adeguatamente sobillato per chiedere la condanna di Gesù.
Fu così
che Barabba fu il primo degli uomini ad essere salvato dalla morte di Cristo.
Fatto uscire dal carcere, mentre ormai s’era rassegnato a morire in croce,
pieno di gratitudine per Pilato che l’aveva salvato, si mise alle sue
dipendenze.
“A te
devo la vita,” gli disse, “è giusto che mi consideri tuo schiavo!”
“Allora
va e controlla che la persona che ti ha sostituito sulla croce, muoia
veramente!”. Con questo primo incarico Pilato lo costrinse a vedere l’agonia di
Cristo in croce. Immedesimandosi nel morente, suggestionato al pensiero che
avrebbe dovuto essere lui ha gridare: “Ho sete!” Seguì la scena con una
emozione indescrivibile. Sino alla fine. Sino alla deposizione dell'innocente dalla croce. Raccolse anche uno dei chiodi per documentare a Pilato d'aver assistito al fatto.
Ma da quel momento la scena prese a vagargli per la mente, come un incubo. Un oggetto che si vuole affondare nell’oceano della dimenticanza, che però l’acqua della memoria riporta forzatamente e continuamente a galla.
Ma da quel momento la scena prese a vagargli per la mente, come un incubo. Un oggetto che si vuole affondare nell’oceano della dimenticanza, che però l’acqua della memoria riporta forzatamente e continuamente a galla.
Dice la
storia che Pilato fu esiliato dall’imperatore Tiberio nelle Gallie. Ma la
storia va interpretata, il dato vero è soltanto che fu mandato nelle Gallie. Il
cuore delle Gallie al tempo, il luogo dell’incrocio culturale tra Galli e
Romani era Aquileia. Ancora più in su verso il Norico, Julium Carnicum. Qui fu esiliato Pilato, sempre seguìto dal suo
schiavo Barabba. Guardato con sospetto dagli abitanti di Iulium Carnicum,
preferì trasferirsi al di là del fiume e
si costruì una villa in un luogo ameno, alla confluenza del But con un
bel torrente che scende dalle falde del monte Sernio, dal nome poetico di Mignezza. Alla morte di Pilato la località continuò ad essere chiamata “il luogo della casa di Ponzio”. In seguito, nel tempo, con le semplificazioni a cui ci ha abituato la storia, chi vi si recava, prese a dire più
semplicemente che andava in Ponzio. Da qui il nome Imponzo.“
Secondo
la leggenda il corpo di Pilato fu sepolto lontano dal paese, sulla strada
che portava in Friuli. In segno di dispregio si sviluppò l’usanza, per chi
passava da quelle parti, di gettare un sasso sulla sua tomba. Sasso dopo sasso
sarebbe sorto così il costone sul quale si è poi costruita la chiesa di San
Floriano. Qui evidentemente gli scrittori di leggende si sono lasciati prendere
la mano dal disprezzo che nutrivano per chi si porta la colpa materiale storica
della morte di Cristo.
Presi così
dalla storia di Pilato si sono dimenticati quella di Barabba, che mi pare
giusto riprendere.
Lì avrebbe vissuto da eremita.
Così fece. Arrivato sul posto scoprì che dietro, verso sud, Il Novinzola si accoppia con il Pizzat ed entrambi si raccolgono in una bellissima conca. Un posto ideale per farne la sua valle di lacrime! Sul fianco, a mezza costa del Novinzola, individuò una grotta che la natura sembrava aver costruito nei millenni attraverso le rivoluzioni geologiche proprio in attesa di qualcuno in cerca d’un riparo per pentirsi di qualcosa. Barabba vi si insediò e con estrema pazienza, usando la punta d’un chiodo che aveva raccolto sul Golgota, prese a scolpire la scena dei suoi incubi. Pensava che realizzarla all’esterno, fosse il modo migliore per togliersela dalla testa e ritrovare il suo equilibrio psichico.
Così
fu. Presero a frequentarlo i pastori che portavano le loro capre e pascolare
nella valle, e lui si mise a raccontare dell’innocente morto in croce al suo posto.
Divenne il primo evangelizzatore della Carnia. Morì nella grotta e i pastori
lasciarono che il suo corpo si decomponesse come in un loculo all’aperto,
mentre il suo spirito prendeva definitivamente possesso della grotta.
La
grotta nei secoli ha poi ospitato molti altri eremiti, sciamani e benandanti.
Ma questa è un’altra storia!
Da
allora per tutti i secoli trascorsi la
grotta chiamata del Crist di Val, è diventata luogo di pellegrinaggio per
ammirare la scultura della crocefissione che ha scolpito Barabba, per sentire la
presenza del suo spirito, per sentirsi in comunione con il primo uomo salvato
dalla morte di Cristo.
Ci vanno gli Ebrei e, secondo la loro usanza quando visitano una tomba, depositano a ricordo dei sassolini. Ci vanno i Buddisti e lasciano le bandiere di preghiera tibetane. Ci vanno i cristiani e lasciano dei piccoli crocefissi. Il più importante è quello che vi ha lasciato, nel 1980, Mons. Pietro Brollo, allora Vescovo ausiliare di Udine.
Per i
paesani di Verzegnis era il luogo tradizionale delle rogazioni per ottenere la
pioggia.
A quei tempi un anno di siccità significava per il paese un anno di miseria, di fame, di gente che moriva di stenti e d’inedia.
Altri
tempi! Ma perché perdere anche il ricordo, come si è purtroppo già persa persino la
traccia del sentiero che dalla Casera di Val, recuperata come un’opera d’arte,
porta alla grotta del Crist di Val?
Perchè non ripartire dal riutilizzo della Casera restaurata per un progetto di valorizzazione turistica che recuperi la memoria storica del Crist di Val? Che si creda o meno sia opera di Barabba, qualcuno l'ha scolpito. Quando? Le date che vi si leggono possono riferirsi a delle visite o a delle permanenze successive, l'opera potrebbe essere molto antica. Comunque suggestiona ed emoziona, lascia un ricordo indelebile nel turista che ha avuto l'opportunità di visitarla.
venerdì 25 agosto 2017
Un giallo irrisolto a Tolmezzo
Il maresciallo Anselmi si accasciò sul divano del
salotto, come uno straccio sporco che la donna delle pulizie ha dimenticato
fuori posto. Dalla porta aperta, continuava a fissare nell’atrio l’oggetto che
l’aveva così terribilmente sconvolto. Il
fulmine finale d’un temporale spaventoso.
Era tutto iniziato la mattina
del giorno prima, con una donna che denunciava la scomparsa del suo vicino di
casa.
“Scomparso come?”
“Non ho detto scomparso. Ho detto che non lo si vede
da una settimana...” aveva corretto seccata. Potrebbe anche essere morto,” aveva
poi aggiunto, facendosi il segno della croce.
Questa idea del possibile morto, l’aveva obbligato ad
attivare le procedure del caso. Forzata la porta di casa, dell’uomo non s’era trovata traccia.
Viveva solo. Ma la cosa più strana era che nessuno sapeva nulla di lui. Viveva
a Tolmezzo, da una ventina d’anni, ma non aveva rapporti con nessuno: né
parenti, nè conoscenti.
I vicini di casa lo chiamavano “lo svizzero”. Ma
forse il nomignolo non aveva nulla a che vedere con la sua storia, era solo un
sinonimo di “straniero”. All’anagrafe infatti, era registrato come nato a Milano.
“Ma avrà notato in questi anni qualcosa di
particolare!” aveva insistito a chiedere.
“Ripeto, non so nulla di lui. Posso solo dire di aver
osservato che qualche volta fa delle passeggiate sullo Strabùt, la montagna
dietro casa. Lo vedo partire da una parte e tornare dall’altra, e quindi
immagino faccia il sentiero-circuito che
attraversa la sella di Precefic.”
Quel nome strano fu come un lampo. Quando l’avevano
assegnato a comandare la stazione carabinieri di Tolmezzo s’era dato a studiare la storia del luogo ed
era rimasto colpito dalla leggenda di Precefic. Si diceva che nel pianoro che
porta questo nome, a mezza costa del monte Strabut c’è la grotta degli Sbilfs. Sarebbero
questi degli esseri che, a credere alle leggende, vivevano nei boschi prima
dell’arrivo degli umani. Erano rimasti poi a convivere con gli uomini. Di norma
invisibili, a volte si erano manifestati ad alcune persone, ma in forme sempre
diverse. Per questo, anche mettendo assieme le varie leggende, non si capiva né
chi fossero veramente né quale fosse la loro figura.
Si era ripromesso più volte di salire a indagare su questa grotta, per curiosità. Ora aveva un
motivo di farlo, per servizio.
Sulle falde del monte Stabut, è scesa nei secoli una
frana. Assestandosi, a mezza costa, ha realizzato un piccolo pianoro. Ai
margini. verso la roccia, anche se ostruito in parte da quale masso, non si può
non notare l’ingresso di un antro. Non una
grotta naturale ma una galleria artificiale, scavata in una epoca imprecisata.
Avrebbe dovuto farsi accompagnare da qualcuno, ma l’ innata curiosità l’aveva
spinto a risalire in giornata, dopo essersi fornito d’un grossa torcia
elettrica. L’idea di trovare lo “svizzero” morto dentro alla galleria, era poco
più che una scusa per visitare finalmente la grotta della leggenda degli
Sbilfs. Spesso però sono le circostanze a decidere le nostre azioni.
S’era appena inoltrato per qualche centinaio di metri,
quando, incespicando in qualcosa, fu sul punto di cadere. Finì per appoggiare la spalla alla parete di destra. Invece di
sostenerlo, la parete si frantumò come se fosse stata di cristallo. Con uno scatto, riuscì
a riprendere l’equilibrio senza cadere, ma non riuscì a riprendersi dalla
sorpresa, per ciò che gli capitò di vedere. Al solo tocco della spalla era
andata in frantumi la parete alla quale si era appoggiato. Non tutta, ma la
parte che pareva il tamponamento d’un piccolo vano, ricavato nella parete. Una
sorta di loculo. Il termine gli venne alla mente, quando con la torcia,
all’interno del vano illuminò un cadavere. Era quello d’una persona con la
faccia d’un vecchio, ma con le dimensioni di un bambino. La stranezza maggiore
stava nel come era stato ricomposto il cadavere: imbalsamato nella posizione
dello yoga, con le gambe incrociate e le braccia conserti a tenere nel grembo
un medaglione. L’aveva illuminato e l’aveva visto. Non aveva dubbi. Ma era stata
solo una visione. In un attimoa il cadavere si era come dissolto. A terra c’era
solo un grumo di polvere con sopra il medaglione. Aveva letto che qualcosa di
analogo era capitato in qualche tomba in Egitto. Il contatto con l’aria può determinare
una reazione che polverizza le mummie. Perplesso e preoccupato, per non dire
spaventato, raccolse comunque il medaglione e decise di rinunciare a completare
l’ispezione della grotta. Tornando sui suoi passi, facendo scivolare il fascio
di luce sulla parete, si rese conto che tutta la parete era attrezzata con una
fila di loculi. Alcuni aperti come quello che gli era capitato di aprire,
intervallati da altri ancora chiusi.
Non poteva evidentemente raccontare a nessuno ciò che
gli era successo. Anche lui, a casa, se non avesse avuto tra le mani il
medaglione, poteva pensare d’aver sognato. L’oggetto era alto una decina di
centimetri, raffigurava un cuore. Il peso gli fece pensare fosse di bronzo. Su
un lato era inciso il disegno di una
luna al primo quarto, sull’altro era graffita una scritta “mors”. Pur non
conoscendo il latino, non ci potevano essere dubbi sul significato della parola.
Non riusciva a immaginare che relazione ci potesse essere tra quella parola, la
figura del quarto di luna e la forma dell’oggetto. Tuttavia ciò che più l’aveva sorpreso era il
fatto che il medaglione dava l’impressione di emanare calore. Sprigionava
certamente qualche tipo di radiazione. Pericoloso? Si o no, ormai ce l’aveva in
casa!
Tutto incomprensibile! Come del resto il caso della scomparsa dello “svizzero”. Pensò di
mettersi almeno in regola con le procedure e i protocolli. Mise a rapporto che
la donna gli aveva accennato alla località di Precefic, e quindi organizzò una
squadra di quattro carabinieri, per un’ispezione alla località. “Ho letto da
qualche parte che c’è una caverna e quindi attrezzatevi con delle torce
elettriche,” ordinò ai suoi uomini.
Arrivati sul pianoro di Precefic, fece in modo che
scoprissero la galleria, senza far capire che lui c’era già stato. Lasciò che
la squadra si inoltrasse e li seguì a distanza. Aveva due pile: con una faceva
luce per evitare di incespicare come la volta precedente, con l’altra
illuminava la parete che gli era parsa contenere i loculi. Cercava di verificare
l’esattezza dell’intuizione che aveva avuto.
“Oh mio Dio!” il grido spaventato dei suoi quattro
carabinieri all’unissono rimbalzò sulle pareti della caverna con un eco
terribile. La parola “Dio” riecheggiò rifrangendosi come un urlo uscito dalla
gola della montagna, per respingere gli estranei. Immaginò che fosse toccata anche ai sottoposti l’esperienza vissuta lui il giorno prima e si affrettò a
raggiungerli.
Non avevano scoperto un nuovo loculo. Erano invece
quasi incespicati in un cadavere. Orribilmente sfigurato. Ucciso con un
fendente che gli aveva aperto la testa in due, come fosse stata un’ anguria.
Dalle informazioni che aveva ricevuto dalla denunciante su come era vestito, non c’erano dubbi: era il
cadavere dello svizzero.
Erano a non più di cento metri dell’imbocco della
galleria. Il giorno prima si era inoltrato molto di più. Il cadavere non c’era.
Era stato quindi ucciso durante la notte.
“Non toccate nulla!” ordinò ai suoi. Restate di
guardia mentre io vado a chiamare il Procuratore della Repubblica.
Fu una giornata d’inferno quella che seguì! Il Procuratore che voleva sapere ciò che non
si poteva sapere. Prima nella casa dello svizzero, poi due volte in Precefic. Il
Procuratore che voleva rendersi conto d’ogni particolare, prima di autorizzare il recupero della salma.
E poi tutti quei rapporti da scrivere, per essere sicuro di aver seguito le
procedure, in quel primo caso di omicidio di cui doveva occuparsi in quella che
gli era stata presentata come una
stazione tranquilla, con i vantaggi d’essere al confine con l’Austria.
Alla sera, quando, stremato, aprì la porta del suo
appartamento, non pensava ad altro che al letto. Invece la vera sorpresa doveva ancora
arrivare… In mezzo all’atrio, in bella vista in un secchio di plastica, c’era
una ascia sporca di sangue, come il secchio che la conteneva. Ripresosi
dall’istintivo moto di orrore, si rese subito conto che quell’ascia
insanguinata era la sua, quella che usava per spaccare le legna del caminetto.
Per questo s’era lasciato cadere sul divano del
salotto. Gli tornò in mente una delle leggende sugli Sbilfs. Quella di Birt che
aveva il potere di ipnotizzare i suoi uomini per portarli a compiere i più
efferati delitti, senza che avessero la coscienza di ciò che stavano facendo.
Ripensò alle radiazioni che aveva avvertito sprigionate dal medaglione.
L’accetta sporca di sangue era la sua. Non aveva dubbi, se l’era messa nello
zaino il giorno prima quando era salito in Precefic. Pensava di dover aprirsi
il sentiero per entrare nella grotta, ma non c’era stato bisogno. Aveva poi
abbandonato lo zaino con la piccola mannaia in salotto. Nell’appartamento non
c’erano segni di effrazione. Come aveva potuto quello strumento uscire di casa
e rientrare insanguinato, dopo aver spaccato la testa allo “svizzero”? …
Che fare? La domanda gli scrosciava nella mente con
una cascata di possibili soluzioni senza via d’uscita. La riposta che gli
veniva dalla sua passione per la fantascienza, lo portava a pensare al medaglione capace di trasmettere un ordine
come quello delle leggende degli Sbilfs. Un ordine venuto dalla notte dei tempi
per eliminare lo svizzero. Ma allora lo “svizzero” chi era veramente? Uno Sbilf
in forma umana? Davanti al Procuratore però non avrebbe potuto usare risposte
da fantascienza. Non gli restò che far sparire ogni cosa. Non poteva indagare
su un omicidio commesso in proprio. Per chiudere il caso, e mettersi in pace con
la coscienza, fu comunque tra i pochi a seguire il funerale de’ “lo svizzero”.
mercoledì 26 luglio 2017
Avrint di Verzegnis
AVRINT
E’ una
bella strada, facilmente transitabile anche con automobili normali non
fuoristrada, e quindi diventa subito argomento per lo sfaticato, per qualche
imprecazione contro i consiglieri regionali che con la legge 15 del 1991 hanno
impedito il transito su strade come questa. La larghezza della strada consente
di procedere in gruppo chiacchierando e il discorso cade subito sul fatto che
la strada si presterebbe ad un utilizzo turistico più intensivo, ad esempio
come percorso per bike assistite.
Ci si
mette un ora, con passo da gente di città, non allenata. Un percorso facile e
divertente, con tratti in salita che si alternano a falsipiani, con lunghi
tratti in ombra e qualche passaggio
soleggiato. Alla fine si emerge dal bosco all’improvviso e ci si trova su
quello che in passato era il cjampèi della malga. Uno spiazzo erboso che mette
in evidenza l’edificio, ristrutturato e
ricostruito in modo mirabile dai volontari di Verzegnis, usando il loro marmo
rosso e quindi caratterizzando in modo inconfondibile la malga.
| La Carnia vista da Malga Aurint |
Bella
la malga! Ma stupendo il panorama che vi si gode. Si ha l’impressione d’essere
a un palco all’opera, avendo come teatro il rincorrersi delle montagne di tutta
la Carnia. Non è un paesaggio che si vede soltanto ma è una immagine grandiosa
che ti prende, ti entra nell’animo, ti fa partecipe come se per incanto
diventassi un protagonista della scena del Tempo, che ha lavorato per
ricostruire quell’alternarsi di vuoti e pieni, nell’alternarsi di valli e
montagne.
E il
fascino del paesaggio fa sembrare
credibile la leggenda che ti è stata raccontata salendo e che ha il suo cuore
nella suggestione che ti ha colto quando la strada attraversa il rio Faeit, in
un pianoro dove grandi massi si alternano agli alberi. Se fossi sceso una
decina di metri nel rio, avresti scoperto l’entrata della casa delle Agane.
Nientemeno!
Avrint
è come tanti altri un nome sbagliato per effetto dell’ignoranza dei copisti nei
secoli. AVRINT, era il termine esatto. Nei testi latini la V sta per U, e
quindi Aurint dovrebbe essere l’interpretazione del nome. Arìnt in friulano sta
per argento, aurint nel friulano antico si può presumere stesse per ” oro”.
La
leggenda precisa infatti che sulla montagna c’era, nella notte dei secoli, una
miniera d’oro in mano ai Gnàus, così si chiamavano i folletti, gli sbilfs di
questa montagna. Si cavava l’oro in alto sul torrente, di solito senza acqua.
Quando le pioggie lo riattivavano, portava a valle le pepite più o meno grosse che
i Gnàus avevano smosso, ma non erano riusciti a raccogliere.
| L'entrata della casa delle Agane nel rio Faeit. |
Più
sotto, come s’è visto c’è la casa delle Agane, che senza fare nessuna fatica
potevano raccogliere l’oro sfuggito ai Gnàus. Quando questi ultimi si accorsero
che le Agane avevano più oro di loro, che loro avevano faticato e le altre
avevano raccolto, chiesero la restituzione del maltolto. Le Agane spiegarono di
non aver tolto niente, che era stato l’oro a venire da loro, per cui ne
ritenevano legittimo il possesso.
Visto
che con le buone non si otteneva niente i Gnaus passarono alle maniere forti e
decisero una spedizione, per invadere il territorio delle Agane. Non avevano
fatto i conti però con i poteri magici delle fate d’acqua. Quando videro i
Gnàus avvicinarsi alla loro casa, misero in atto le loro magie: all’istante i Gnaus si trasformarono in sassi, più o meno
grandi, a seconda della loro dimensione. Così sono rimasti pietrificati e si
vedono ancora nei pianori a ridosso della casa delle Agane, sparsi, come in
ordine sparso s’erano ripromessi di aggredire l’abitazione delle fate.
La
malga Aurint era la base d’appoggio dei Gnàus impegnati in miniera, lasciandola
per ridiscendere a valle, e ripensando alla leggenda, non ci si può non fermare
a cercare la casa delle Agane. Incrociando il rio Faeit , appena sotto la
strada. E guardando i grossi blocchi di pietra sparsi nel bosco tutt’intorno, non
si può non rivivere la suggestione di
quell’epica battaglia che ha visto i Gnaus pietrificati dalla magia delle fate.
Come si
sa, la storia dei Gnaus ha avuto un seguito! Per
secoli hanno chiesto perdono alle fate dell’acqua, promettendo che se avessero
riavuto la vita sarebbero stati umili e sottomessi nei confronti delle donne.
Alla fine le fate si sono lasciate impietosire
e, con una nuova magia, li lasciano rivivere ogni anno, ma sotto terra,
sotto forma di rape: i più umili dei frutti della terra.
Questo
spiega il mistero che per anni ha angustiato le donne di Verzegnis, intente
alla raccolta delle rape, o per meglio dire, dei “gnàus”. Strappando la rapa dalla
terra si sente un leggero rumore, come un soffio. Nessuno sapeva darsi una
spiegazione! Alla luce di questa leggenda invece, tutto è chiaro. E’ l’ultimo
respiro dello “gnàu”, che venendo alla luce muore. Ma intanto ha lasciato alla
rapa i suoi poteri magici. Per questo a Verzegnis si dice: “Una rapa al giorno
toglie il medico di torno”. I “gnàus” non sono rape normali, sono del genere “brassica rapa terapeutica” hanno
dei poteri salutistici eccezionali: i poteri magici che i “gnàus-sbilfs”
vi hanno depositato.
venerdì 14 luglio 2017
Le Agane del passo Siera.
Le Agane del Siera (Las Aganes
dal Sièra).
C’erano una volta le fate. Dal latino fatum=destino, il
loro nome stava a indicare degli esseri capaci di influire sul destino degli
uomini. Esseri capaci di guidare gli uomini verso la felicità, in qualche modo personificazione
del desiderio di felicità degli uomini.
![]() |
| L'Agana della fortezza. |
In Carnia le fate si chiamavano Aganes, da àghe-acqua perché abitavano nei corsi
d’acqua. Chi aveva avuto la ventura di incontrarle, s’era imbattuto con loro
sempre vicino ad un ruscello. Uscivano nelle notti di luna piena ad asciugare
le loro vesti al chiarore della luna.
Poi ci fu il concilio di Trento. Si stabilì che la
felicità viene solo da Dio, dalla sua Provvidenza. Si decise fosse sacrilego immaginare l’esistenza di principi
di felicità che si concretizzavano nella libertà individuale di ogni uomo al di
fuori della Chiesa. Così le Agane che, come apportatrici di felicità, prima erano raffigurate come bellissime fanciulle,
vennero considerate come brutte espressioni infernali, demoniache.
Da bellissime fate divennero orribili streghe!...
In questo modo avrebbero dovuto trasformarsi anche quelle
della Val Pesarina. Popolavano la valle, nascoste nel rio Pesarina e nei tanti
ruscelli che scendono dalle montagne ad alimentare il torrente. Si riunivano
poi ogni notte a danzare sul passo tra la valle del Boite e la Val Pesarina,
che da loro prendeva il nome di passo delle fate. Danzavano mosse dal vento che
soffiava in un senso o nell’altro a seconda che a prevalere fosse Scirocco o
Tramontana. Si ristoravano nel laghetto del passo e nelle pause andavano a
dissetarsi alla fontana degli Sbilf, subito dietro alla casera della malga. Una gorne(gronda)
alimentata dalla sorgente che prende
l’acqua dal monte Siera, dove come si sa, sono corsi a nascondersi i folletti,
per non incorrere nelle furie dell’Inquisizione.
Hanno dato
all’acqua che esce dalla loro montagna il potere di rinforzare e potenziare ciò
che si ha. Per cui se la beve chi è malvagio, chi porta nel cuore il veleno
della malvagità, finisce avvelenato: il veleno morale si potenzia sino a
trasformarsi in veleno del fisico. Chi porta nel cuore sentimenti di generosità
e amore invece, a ogni sorso, ha la sensazione gli si gonfi il cuore di
felicità.
Le agane pesarine avevano anche il potere di trasformarsi
in animali e così di giorno le si poteva incontrare, senza rendersi conto che
fossero loro, mentre si ascoltava estasiati il canto d’un uccello, o si ammirava
la grazia della corsa d’un capriolo o d’un cervo, la furbizia d’uno scoiattolo,
la forza d’un cinghiale, l’imponenza d’un orso.
Trasformate in animali, ne conoscevano il linguaggio, e
diventavano quindi interpreti tra il mondo animale e quello umano. Per questo
la valle andava famosa per il rapporto intenso e profondo che legava animali e
umani: due specie che condividevano lo stesso ambiente in collaborazione, non,
come ora avviene, due specie nemiche, in contrapposizione continua.
Per questo la valle era un parco naturale dove la gente
veniva per godere dello stupore dell’incontro ravvicinato con gli animali, per bearsi del riecheggiare del canto di mille uccelli che
inondava la valle, come il suono degli strumenti di una unica grande orchestra
sinfonica.
Si viveva felici in valle!
Poi con il Concilio venne l’Inquisizione, fu peccato credere alle fate.
Si stabilì che non era vero che le Agane fossero fate, esseri benefici. La loro
natura era invece quella delle streghe: esseri malefici. Il potere di
trasformarsi in animali veniva dal demonio, non da Dio. Andava scacciato dalla
valle il demonio, che l’aveva occupata insediandosi nella forma di queste
Agane.
| La cjalcinarie |
Vista la gravità della situazione, a fare gli scongiuri
per trasformare le fate della Val Pesarina da Agànis in Strìes salì
personalmente il Patriarca di Aquileia Gregorio da Montelongo. Trasformate in
streghe si sarebbero dovute bruciare, come si faceva negli altri paesi, il
parroco del luogo, un ambientalista, suggerì che per evitare l’inquinamento
atmosferico, in alternativa si potevano buttare nelle “cjalcinàrie”: l’effetto
sarebbe stato lo stesso: il fuoco trasforma in fumo, la calce riduce in
polvere.
Ma, si sa, la Val
Pesarina è sempre stata una valle di anarchici, di controcorrente. Anche le
fate erano in linea, anarchiche fino all’ultimo respiro, opposero una decisa resistenza, non accettarono di
trasformarsi in streghe, preferirono la morte.
A ricordo del loro
potere di diventare animali, chiesero di poter restare dentro agli alberi, mantenendo
l’immagine che avevano scelto da vive. E si vedono ancora, sul sentiero che
porta al passo, ora trasformato in una carrareccia transitabile con i
fuoristrada. Chi ci mette attenzione però, scopre ancora i resti
dell’originario sentiero lastricato: il “tròi
das Agànis”.
Sette di loro invece, le più anarchiche, non accettarono
neppure questo compromesso.| Come sono rimaste. |
Si opposero e alla fine chi l’ha dura la vince, l’ebbero vinta sul Patriarca, al punto di costringerlo
a venire a patti. Ottennero di restare fate, accettando
però di riapparire e riunirsi solo una volta alla settimana, di venerdì, la
sera del sabba, come fanno anche le
streghe. Non più nei verdi prati del passo, ma sulla strada di accesso. Nascondendosi
non più nel laghetto del passo ma nel rio.--
| Il Boscùt da Aganis |
Da lì escono a danzare al limitare del ruscello, in un piccolo
bosco di larici, che da loro prende il
nome di boschetto delle Agane, il boscùt
da Agànis. Fino all’alba. Poi salgono con
il sole che inonda di luce la montagna e si nascondono tra le rocce delle
Vette Nere. Così è stata chiamata la montagna a
ricordare il lutto perché le tiene sepolte per l’intera settimana.
Vi entrano infilandosi in una piccola grotta che prende
il nome di “buse das Aganis”.
| La buse das Agànis |
Sono sette,
iniziano le loro riunioni al canto d’un loro inno che dice:
Si era le fate del passo,
volevano che fossimo streghe,
invece
abbiam resistito… Poi una alla
volta si presentano:
Sono la fata della fede
Sono la fata della speranza
Sono la fata della carità
Sono la fata della prudenza
Sono la fata della giustizia
Sono la fata della fortezza
Sono la fata della temperanza
La fata della prudenza ha i piedi girati all’indietro,
per lei infatti è sempre meglio un passo indietro che un passo avanti. La fata
della speranza ha invece le ali, sostiene che comunque non si deve mai smettere
di volare in alto, almeno con la fantasia. Quella della fede ne ha quattro di ali,
come le libellule, a dire che la fede vola ancora più in alto della speranza.
Quella della giustizia gira tenendo in mano la stadera che s’usava un tempo
anche nelle malghe. Quella della forza, ha i piedi a forma di zoccolo di
cavallo, a ricordare l’aiuto che viene all’uomo da questo animale. Ma la forza
va usata con giudizio, sostiene la fata della temperanza, vestita da filosofo o
da mago che dir si voglia. C’è infine quella della carità che ha quattro
braccia e quattro mani, sostiene che la felicità dell’uomo sta nel dare non
nell’avere, “più dai e più ricevi” è il suo motto.
Danzano in cerchio tenendosi per mano, a significare che
nessuna di loro è in grado di dare la felicità, che per gli uomini la vera felicità
nasce dal concerto e dalla sintesi dei loro poteri.
Danzano e cantano per tutta la notte. Nelle pause
s’appoggiano al tronco del larice da ognuna prescelto, che così assorbe al
contatto i loro poteri. Per questo, anche di giorno, si vede la loro immagine
sugli alberi. Per questo, chi si ferma
nel boschetto delle Agane, sente il loro influsso e torna a valle rigenerato.
Dall’attacco del loro inno è derivato il nome che è stato
dato a quello che un tempo era il passo
delle fate.
giovedì 27 aprile 2017
sabato 15 aprile 2017
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