sabato 30 luglio 2011

La Resistenza in Carnia.

Di solito mi occupo di leggende, perché sono finito ad interessarmi di storia, e per di più di un tema ancora scottante come quello della Resistenza in Carnia? Perché ho un debito verso questa storia! Ne sono stato anch’io, a mio modo, protagonista. Nel ’44 avevo un anno. Mia madre ha attraversato il Rest per recuperare qualcosa da mangiare in pianura per se, per potermi allattare, e per me che mi stavo forzatamente svezzando. Quando è rientrata, i partigiani del mio paese (non i tedeschi o i cosacchi!) le hanno preso la gerla con le cose che avrebbero dovuto servire a me. E per punizione, perché per amore di suo figlio aveva infranto gli ordini per i quali sarebbe stato necessario “affamare la Carnia perché si ribellasse”, i partigiani (non i tedeschi!) le hanno tagliato i capelli…
Mio padre invece, con qualche breve interruzione, aveva passato dieci anni lontano da casa, impegnato a seguire i sogni di gloria di Mussolini. Si fregiava d’una croce di guerra per la conquista di Addis Abeba e di una medaglia di bronzo per essere finito congelato sul Golico in Albania. Fu la sua fortuna! Non la medaglia ma il congelamento! Non fu infatti considerato abile per poter partecipare alla "gloriosa" spedizione della Jiulia in Russia. Era quindi rientrato in paese, e fu così reclutato a far parte, obbligatoriamente, della Guardia Territoriale. Mentre i “patrioti” in una casa del paese se la spassavano a gozzovigliare con tutto ciò che avevano requisito, egli, affamato, dopo aver lavorato tutto il giorno, doveva fare la guardia per evitare che il bivacco dei partigiani fosse disturbato da qualche improvvisata di quei bastardi di tedeschi e di quei disgraziati di cosacchi.
Se la storia mia e dei miei fosse un caso isolato, non varrebbe la pena di parlarne, potrebbe restare un mio fatto privato. Ma è stata la storia non scritta di sessantamila carnici nella Resistenza, mentre la storia l’hanno scritta i duemila che hanno approfittato della Resistenza, chi per farsi un nome, chi per farsi delle vendette, chi semplicemente per imboscarsi e poi trarne vantaggio alla fine…
Ora, siccome quei due poveri cristi dei miei genitori si sono anche sacrificati per mettermi nelle condizioni di saper scrivere, e siccome i miei non sono altro che il campione di tutti quei genitori che hanno subito la Resistenza in Carnia, e che alla fine della guerra hanno dovuto prendere la valigia per la Svizzera o per la Francia, mentre ì “resitenti” trovano la possibilità di venir raccomandati per un posto di lavoro in loco, mi sento il dovere di dar loro voce, per raccontare la loro storia della Resistenza, per certi versi molto diversa purtroppo da quella che è diventata la storia ufficiale….(continua)

domenica 29 maggio 2011

L'orca Carnia.

Nella notte dei tempi, ma nel più profondo della notte, vale a dire qualche milione d’anni fa, ove oggi svettano le Alpi Carniche, c’era l’Oceano. Nel profondo degli abissi del mare giaceva un terribile mostro: una orca di nome Carnia. Terribile si fa per dire, avendo mente alle sue enormi dimensioni. Come fosse di carattere non si poteva sapere dal momento che dormiva. E dormì sonni profondi nel profondo dell’oceano per migliaia d’anni. Sulla sua schiena andavano a morire di anno in anno tanti molluschi che un po’ alla volta le formarono un guscio come quello delle tartarughe, una enorme corazza di roccia.

Un giorno però, anche se non è dato a sapere come mai, Carnia l’orca si svegliò. Lentamente. Come ci si sveglia dopo millenni. Prese a muoversi pigramente cercando di scrollarsi da dosso tutta quell’acqua che le stava sopra. Si sollevò lentamente, e con un ultima scrollata spinse l’acqua nell’Adriatico. A seguito di tutti quei movimenti anche il guscio, prese a corrugarsi proprio come quello delle tartarughe, e in qualche punto anche a spezzarsi.

La luna che anche a quei tempi passava ogni notte di là, restò sgradevolmente sorpresa. “Era meglio la distesa del mare, piuttosto che quell’enorme panettone, venuto a galla un po’ alla volta. Ma se si dovesse prestare orecchio anche ai commenti della luna, si finirebbe per non apprezzare neppure il sole…Il sole comunque che anche a quei tempi splendeva sui buoni e sui cattivi, sui belli e sui brutti, prese a riscaldare anche l’orca Carnia. Ma era un sole ancora in fasce, come un bambino appena nato. Non aveva nessuna forza, dava luce, ma non trasmetteva nessun calore.…

Così la pioggia che cadeva sul guscio dell’orca prese a gelare. Non trovando altro di meglio da fare in tutto quel freddo, l’orca si riaddormentò. O meglio andò in letargo, come anche ora fanno gli orsi ed altri animali per difendersi dal freddo dell’inverno. Ma il sonno dell’orca durò di nuovo altri millenni, e sul dorso si formò nel tempo una coltre di ghiaccio, d’un spessore quasi pari a quello della crosta che avevano formato i molluschi in fondo al mare. Secondo i geologi si sarebbe poi risvegliata un paio di volte, agitandosi per alcuni millenni. Al calore del suo corpo non più in letargo, il ghiaccio ha così preso a sciogliersi corrodendo e scavando il guscio del grande animale.

La superficie che prima era uniforme è diventata nel tempo sempre più profondamente corrugata. Al secondo risveglio si distinguevano bene ormai due grandi scanalature che partendo dai bordi venivano a congiungersi più in basso, disegnando in mezzo un altopiano centrale. Ma un giorno ci fu il risveglio definitivo del grande animale. Il sangue dell’orca prese a riscaldarsi sempre più, e scaldandosi a sciogliere con sempre maggiore rapidità la crosta di ghiaccio. E l’acqua che usciva dal ghiaccio a scavare…Per giunta l’orca soffriva di terribili mali di pancia che la costringevano ad agitarsi lasciando uscire dei terrificanti brontolii. A quei movimenti scomposti il guscio si infrangeva, e nelle crepe entrava l’acqua a scavare ancora più in profondità. Si aveva l’impressione che l’Orca avesse come figliato due fiumane, che correvano giù nelle due scanalature, l’una quella che nel tempo prenderà il nome di Bute l’altra quella che si chiamerà Tilia.

Alla fine scioltosi tutto il ghiaccio, restarono le due fiumane a scorrere continuando a modellare la corazza dell’orca. Incidendo il fondo delle valli ed andando a ritroso come i gamberi per portare nell’Adriatico anche le piogge che prima erano costretta a scivolare fino al Mar Nero. Non più sole, nel frattempo infatti le due, s’erano fatte un amante ciascuna: l’una il Chiarsò l’altra il Degano. Dalle due coppie era nata una infinità di figli: torrenti, ruscelli, rigagnoli che continuavano a sdrucciolare sul dorso dell’orca Carnia, come il bulino dello scultore che rifinisce il suo capolavoro..

E la luna ripassando di notte in notte su quello che le era parsa un brutto panettone, fu presa ogni giorno di più dal disegno suggestivo che s’andava formando in un rincorrersi di valli più larghe e più strette, più alte e più basse, per lungo e per traverso, separate da un inseguirsi di bianche creste rocciose che s’alternano a vette avvolte nel verde dei boschi e dei prati. Ora nelle notti del plenilunio, pare quasi voglia fermarsi nel cielo per giocare con le ombre degli abeti, per vedere danzare le fate che hanno scelto queste valli per loro dimora.

sabato 21 maggio 2011

Zoncolan

Zoncolan è un nome entrato nel mito della storia del ciclismo. Ma era già nel mito dei Dobes il Piccolo Popolo che ha abitato la Carnia nella notte dei tempi. Zon Colan era infatti uno dei tre capi tribù e da lui viene il nome entrato nella storia del ciclismo.

Nella storia dei Dobes, come in quella dei Maya, c’è la profezia sulla fine del mondo al 21 dicembre 2012 , ma con un originale interpretazione dell’idea della fine del mondo.

La profezia e la storia del Piccolo Popolo sono state scoperte in una pergamena ritrovata casualmente sul monte Arvenis in Carnia da un mio amico, che poi ha provveduto alla traduzione ed alla trascrizione, e mi ha lasciato in eredità il manoscritto.

Io ho ritenuto di dover portare alla luce storia e profezia nel libro “I Dobes, la saga del Piccolo Popolo di Carnia”.

Il libro è acquistabile nelle Librerie Feltrinelli.

E’ possibile leggere l’anticipazione delle prime pagine (e anche acquistare il libro) all’indirizzo:

http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=590175

venerdì 4 marzo 2011

Il comune domotico

C@S@: il comune domotico.

Il nonno mi raccontava di come alla sera era vivo il paese ai suoi tempi. Non era arrivata ancora l’elettricità. Per le strade i rari passanti si facevano luce con il lampione a petrolio. Le finestre delle case vivevano dei riflessi delle fiamme del focolare, e agitavano le ombre sulla via. C’era luce anche nelle finestrelle di qualche stalla. Al caldo prodotto dagli animali vi si raccoglievano a gruppi le persone, passando il tempo a parlare e raccontare, in “file” come si era soliti dire. Il paese viveva nel primo farsi del buio della notte nel respiro d’un intrecciarsi di luci ed ombre, nell’eco di parole, di battute e di saluti prima di sciogliersi nel silenzio profondo della notte.

Ora il paese è diverso. L’acciottolato delle strade è stato sostituito dall’asfalto, le case sono tutte rimesse a nuovo. Il Comune ha illuminato a giorno tutte le strade. Ma il paese pare un deserto di luce, che illumina case morte. Dalle tapparelle abbassate non filtra un filo di luce. Potresti pensare che siano tutte disabitate, se non si sentissero uscire delle voci. Non sono le voci della gente del paese, ma quelle metalliche e impersonali della televisione. Tutti si sono chiusi in casa, muti tra loro, a subire le immagini e le parole che escono dal televisore.

E si legge che ci sarà un ulteriore sviluppo: quello della domotica. Le tapparelle si chiuderanno da sé all’arrivo dei proprietari e da sé s’accenderà la televisione, mentre il riscaldamento si è acceso a distanza, prima ancora che il proprietario arrivi a casa. La casa sarà sempre più accogliente, addirittura intelligente per capire, anche a distanza i desideri degli abitanti ed adattarsi alle loro esigenze.

La casa di chiuderà sugli abitanti, perfetta…come una cassa da morto, perché l’abitante potrà fare proprio il morto, per subire la tecnologia che muove la casa, la televisione che lo imbonisce. L’uomo nella sua casa intelligente non avrà più nulla da fare, nulla da pensare, appunto come un morto nella sua cassa….

Come uscire? Tornare al passato del racconto di mio nonno? Non avrebbe senso! La soluzione, una vera favola del futuro l’ha trovata il nuovo sindaco del mio paese.

Il paese è stato coperto da una rete virtuale di collegamenti a banda larga per cui da ogni punto ci si può collegare ad internet. Si è messo assieme un cluster di aziende che hanno prodotto un televisore interattivo, e il Comune ha attivato un sistema di finanziamenti agevolati perché tutte le famiglie potessero dotarsi del nuovo strumento. Si tratta d’un grande schermo a 52 pollici LCD che trasforma il salotto di ogni casa in un home teatro. Non è però una televisione ma è il monitor di una postazione internet, che permette di vedere i canali televisivi, ma anche di interagire.

Ogni famiglia è diventata così cella dell’alveare informatico in cui si è trasformato il paese!...

E’ stato così possibile riprendere le serate “in file” di cui parlava il nonno. Ma non occorre andare nelle stalle, si può stare comodamente sprofondati del divano del salotto. Lo schermo dello speciale televisore si può dividere fino a 100 piccoli riquadri ed ogni riquadro è occupato dall’immagine d’una persona che partecipa ad una discussione. Il sistema è programmato per dare per un minuto la parola a chi la chiede, e questo obbliga le persone ad essere stringate e rende animato il dibattito. La persona che parla viene collocata automaticamente al centro dello schermo, e si vedono le altre 99 in ascolto.

Ci sono più gruppi di dibattito, perché ognuno può lanciare un tema, fissando il momento per l’apertura della discussione. Dall’interesse del tema dipende il numero dei partecipanti. Alcuni si sono messi d’accordo di vedere lo stesso film per poi discuterne ed hanno così fatto nascere un cineforum di paese. Altri invece vedono la stessa partita di calcio, dividendo lo schermo in due parti, in una si vede la partita e nell’altra gli spettatori in rete del paese con i relativi commenti. Si è anche diffusa la moda dei viaggi virtuali: a gruppi ci si mette d’accordo di visitare una città o un museo e poi si mettono assieme le immagine che si sono riportare, i commenti che si sono fatti…

Da alcuni giorni, inoltre, si è aperto un dibattito su come riscrivere la storia del paese e tutti si stanno dando da fare a recuperare documenti, mentre si discute sulle varie teorie o leggende che si conoscono sul paese. Partecipano convinti anche gli immigrati che così, sviluppano un processo di identificazione nel paese, che sviluppa anche in loro lo spirito di appartenenza.

Interessante il dibattito che si è sviluppato sul fatto che un tempo il paese si definisse come “vicinia”, e quindi su quanto le riforme del nuovo sindaco tecnologico potessero aiutare a rifare del paese una vera “vicinia” sviluppando di nuovo i rapporti di prossimità tra le famiglie…

Altrettanto interessante il fatto che a questa vita virtuale del paese possono partecipare anche gli emigrati ed infatti ai gruppi di discussione partecipano anche persone dalla Francia e dalla Svizzera e persino dall’Australia. Come ogni casa ha un televisore così ogni persona è stata dotata di un palmare che serve da telecomando ma consente anche di scaricare i programmi. Così le persone possono restare collegate anche quando sono fuori casa ed anche fuori paese.

Ciò che più era cambiato nel Comune era il rapporto dei cittadini con l’amministrazione. Il Sindaco anticipava in internet tutte le delibere sia di Giunta che di Consiglio e sulle delibere si apriva un dibattito preventivo, una sorta di sondaggio d’opinioni che poi veniva tenuto presente nelle sedute convocate per deliberare formalmente. Il Sindaco in primis, ma anche tutti gli Assessori avevano aperto un forum di discussione con i cittadini. Era poi possibile richiedere ed avere a casa ogni tipo di documento comunale, e anche documenti di altri organismi che il Comune si faceva carico di ottenere per conto dei suoi cittadini.

Anche la scuola del paese è stata dotata d’un televisore interattivo che sostituisce la classica lavagna, e gli scolari fanno teledidattica usando internet come fonte di informazioni e collegandosi con altre scuole nel mondo che usano sistemi analoghi. Al pomeriggio poi il sistema viene utilizzato per costituire dei gruppi di lavoro per il doposcuola, consentendo ad una sola maestra di seguire più gruppi di scolari che formano, sia sul monitor di casa che su quello della scuola, un aula virtuale. Con questo sistema anche gli scolari che sono ammalati possono continuare a seguire le lezioni da casa. Mentre i genitori possono entrare nelle pagine dei loro figli a scuola per sapere se sono presenti, ma anche per conoscere in tempo reali i voti. Tutti gli studenti poi, in quanto cittadini sono dotati di un palmare con il quale si può partecipare alle lezioni virtuali e scaricare i compiti, e nelle giornate di primavera possono partecipare al doposcuola standosene all’ombra di qualche albero in campagna e d’inverno passeggiando sulla neve.

Nel portale del paese sono state aperte delle pagine per ogni famiglia, pagine fatte in modo che si possano riempire con estrema facilità. A tutti sono state dati degli indirizzi mail nome.cognome@ilpaese.it e il fatto ha contribuito a sviluppare il processo di identificazione. Comunque sono stati anche organizzati degli incontri nei quali i nipoti hanno spiegato ai nonni come riempire le pagine, come chattare, come telefonare con Skype vedendo l’interlocutore, e tutte le famiglie si sono fatte un loro piccolo sito con la storia della loro famiglia.

Il negozio di alimentari, la macelleria, il fornaio si sono fatti un sito un po’ più complesso con la possibilità di ordinare on line i loro prodotti. Lo stesso hanno fatto anche alcuni produttori locali soprattutto di prodotti agroalimentari. E’ quindi ora possibile per ogni famiglia ordinare da casa la spesa fatta in paese e per i produttori locali si è attivata la “filiera corta” vantaggiosa sia per i produttori che per i consumatori. C’era il problema di chi la dovesse portare la spesa ordinata tramite web…Il Sindaco è riuscito ad ottenere che le Poste appaltassero ad una cooperativa di giovani il servizio di distribuzione della corrispondenza, e questi si sono organizzati per portare oltre che la posta i prodotti ordinati on line, le medicine ordinate alla farmacia…

Ha aderito al sistema anche il medico del paese, il barbiere, la parrucchiera ed altri prestatori di servizi per cui si possono prenotare visite e incontri, evitando di fare le code. Un giovane un po’ scapestrato, appassionato di informatica, aveva proposto di coinvolgere il parroco per prenotare le confessioni, ma questi si era schermito e l’idea era caduta, come ne erano cadute tante altre…“Le confessioni sono come la morte”, aveva sostenuto il vecchio parroco, “non si possono prenotare!” E di fronte ad una affermazione così categorica ha dovuto arrendersi anche l’entusiasmo del Sindaco per l’innovazione tecnologica.

Il giovane era invece riuscito a sviluppare un sistema per cui i vecchi potevano riunirsi virtualmente a giocare a carte, ed anche alla morra, evitando di dover uscire con il brutto tempo. S’era poi messo in società con altri giovani del paese ed avevano attivata una software house che in telelavoro aveva clienti in tutta Europa ed anche negli USA.

Un tempo i Sindaci si distinguevano nel proclamare il loro Comune “denuclearizzato” il nostro volle distinguersi proclamando il primo Comune “demonetizzato” del mondo. Su sua iniziativa, la cooperativa dei postini ha definito una convenzione con le poste per la quale gli addetti sono stati dotati d’uno strumento che ricarica le carte di credito. Tutti gli abitanti hanno quindi avuto in dotazione una carta che viene ricaricata a domicilio e che consente di fare ogni tipo di spesa in paese. Anche il bicchiere di vino al bar viene pagato con la carta e nel paese è scomparso quindi l’uso della moneta. Lo strumento in dotazione ai postini fa anche le funzioni di bancomat, è quindi possibile per gli abitanti rifornirsi a domicilio dei soldi che dovranno spendere fuori paese.

Anche il parroco che aveva avuto dei problemi per la prenotazione delle confessioni si è adeguato al sistema ed ha dotato il sacrestano di un lettore di card. Così durante la Messa non gira più con la borsa delle offerte ma con un strumento nel quale i parrocchiani inseriscono la card e digitano l’offerta voluta.

Il computer che comanda il monitor del salotto è anche un server che riceve impulsi dall’interno della casa e li trasmette all’esterno. Così si è attivata una centrale di assistenza ai risparmi che tiene sotto controllo i consumi di luce e gas di ogni abitazione, avvertendo gli interessati in caso di anomali. Più importante è il risultato che si ottiene con il sistema sotto il profilo dell’assistenza domiciliare. Tutti quelli che hanno dei problemi vengono dotati di sensori che tengono monitorati i valori che è opportuno tenere sotto controllo, e presso la Casa di Riposo si è allestito un centro in grado di intervenire ogniqualvolta il sistema segnala delle variazioni fuori norma. Così, soprattutto per gli anziani, si è così riusciti a ridurre le accoglienze in casa di riposo, privilegiando l’assistenza a domicilio
Anche nel mondo delle favole non tutto va a fagiolo… Anche nel nostro paese il Sindaco viene criticato, come in tutti i paesi, soprattutto dall’opposizione. Chi è dall’altra parte infatti, non si sa bene se per una questione di principio o d’intelligenza non riesce ad ammettere che la rivoluzione tecnologica introdotta dal sindaco ha del miracoloso a livello planetario, ha infatti sfatato l’idea che la tecnologia è disumanizzante, e l’ha trasformata invece in un mezzo per fare del suo paese una vera “vicinìa”, un mezzo per avvicinare tra loro le persone, il sistema di relazioni virtuali per favorire lo sviluppo del sistema di relazioni interpersonali.

Con il nuovo sistema però il Sindaco ha ottenuto il vantaggio di poter sentire direttamente l’opinione della gente, e supportato da sondaggi che gli danno dei gradimenti intorno al 90% (compreso il mio!) va avanti imperterrito nella sua riforma per il Comune domotico. Auguri!...

sabato 19 febbraio 2011

Il Piccolo Popolo di Carnia.


Nella notte dei tempi, in un’epoca sospesa tra storia e preistoria, quando sulle Dolomiti s’era affermato il regno dei Fanes, qualcuno sostiene che le Alpi Carniche fossero abitate dal Piccolo Popolo dei Dobes. Per qualcuno sono estinti, per altri vivono ancora, invisibili nelle terre di Carnia, montagna senza confini tra cielo e terra, tra storia e fantasia, tra realtà e poesia…
Vivono ancora nel respiro dei boschi e nel mormorio dell’acqua, nel palpito delle albe e nel brivido dei tramonti. Parlano ancora nella ingenuità del sentire degli ultimo carnici…
La loro leggenda è stata ritrovata in una pergamena che, finalmente, viene portata alla luce nelle pagine del libro: "I Dobes, la saga del Piccolo Popolo di Carnia" che si può vedere ed acquistare all'indirizzo... e nelle Librerie Feltrinelli.



venerdì 4 febbraio 2011

Chiedo scusa per l'ingenuità.



- Ero a fianco del Presidente della Provincia di Udine nel chiedere un rafforzamento dell’impegno a favore della montagna ed in effetti si era raddoppiato il Fondo Montagna e si era istituita la Direzione dell’Area Montagna.
cambiato il vento, perché cambiate le persone, la Direzione è già stata soppressa, il Fondo dimezzato.
- Ero a fianco del Presidente Tondo che condivideva l’idea del rafforzamento dell’Agenzia regionale per la montagna, in alternativa alla Provincia della montagna,
cambiato il vento, senza neppure cambiare le persone, si vuol ora sopprimere l’Agenzia dopo aver svilito il ruolo delle Comunità montane.
E’ prevalso il negazionismo, non esiste un problema montagna, e quindi non è necessario alcun intervento per risolverlo.
C’è da sperare solo nel Padreterno, nell’attesa che la prossima alluvione ricordi a tutta la pianura che esiste ancora (eccome!) il problema montagna.
L’unica amara consolazione, sul piano della passione politica, è la convinzione che l’idea della Provincia dell’Alto Friuli fosse e resti la strada sbagliata per risolverlo:
Non lo si risolve isolandosi, e tantomeno inventando una nuovo istituzione-carrozzone.
La montagna regionale non si identifica ed esaurisce nell’alto Friuli.
Inventando un Alto Friuli che non esiste si sarebbe finiti in una inutile guerra di campanili tra Tarvisio, Gemona e Tolmezzo.
Inventando una istituzione su un territorio senza identità avrebbe perso di valore l’identità della Carnia. Valore di cui (se fin che c’è vita c’è speranza!) in un prossimo futuro, qualcuno potrebbe anche accorgersi, per farne un punto d’appoggio per la leva del rilancio….

mercoledì 26 gennaio 2011

Il funerale dell'Agemont.


Corre voce si stia per celebrare il funerale dell'Agemont. Spero di no! Ad ogni buon conto desidero partecipare alla veglia, (augurandomi il miracolo della resurrezione della defunta) recuperando dal mio archivio una riflessione datata 05.06.07.
Provocazione per provocazione, come mai non si forma nessun Comitato del No alla chiusura?...
Riforma dell’Agemont.
L’Agenzia è nata nell’87. Erano i tempi in cui si pensava alla “leva finanziaria” al “differenziale di sviluppo”. Casualmente è stato inserito l’articolo per il quale avrebbe dovuto realizzare un non meglio precisato CIT.
Fino al 92 l’Agemont fa da Congafi aggiuntivo per la montagna. Casualmente nel 92 si sviluppa un rapporto con il BIC Trieste e quindi l’idea in qualche modo di duplicarlo in montagna. Casualmente il successivo rapporto con il CRF rafforza l’idea e si sviluppa l’Agemont come ora è strutturata.
L’obiettivo che si doveva raggiungere era la massima occupazione per evitare continuasse l’emigrazione, l’Agemont era “agenzia per lo sviluppo economico”.

La massima occupazione è stata raggiunta tant’è che l’ultimo numero della rivista dell’Agemont titola “immigrazione e integrazione”. Una provocazione per sottolineare che il quadro è radicalmente modificato. Ma purtroppo tutti continuano a pensare con gli schemi vecchi di quindici anni…
Malgrado la piena occupazione:
- la montagna continua a perdere abitanti;
- continua lo spopolamento della media alta montagna per un processo di scivolamento a valle.
L’obiettivo nuovo da assumere è quindi: creare le condizioni perché si scelga di restare, o di venire a vivere in montagna. Il tema è culturale, sociale prima che economico.
L’Agenzia deve modificare la natura e diventare agenzia per lo sviluppo economico e sociale, e in quanto tale Ente strumentale della Regione per lo sviluppo della montagna. Non a caso a livello centrale anche l’IMONT è stato trasformato in Ente Italiano Montagna con una mission di supporto allo sviluppo sociale.
Il ruolo di Agemont deve essere quello di Agenzia per lo sviluppo locale, la sua strategia deve essere quella dei progetti “calati dal basso” mi spiego…

Il nuovo progetto montagna era nato con l’idea di una cabina di regia generale e delle cabine a livello di singola comunità. A un certo punto la cabina centrale si è sciolta perché l’Università che vi partecipava si è proposta per definire il progetto. Poteva essere una idea se del progetto si fosse occupata l’Università in tutte le sue articolazioni. Ancora una volta invece si è pensato che Pascolini potesse essere l’Università.
Partecipavo alla cabina come Confcooperative ma ho sempre cercato di sottolineare l’importanza che dalla Cabina nascesse una nuova Agemont con una nuova mission.
Come Ente strumentale della Regione l’Agemont gestisce il Fondo Montagna, definisce una strategia complessiva, articolata in assi di intervento, che sottintendono un nuovo modello di sviluppo. Sulla base dello schema le Comunità o i Comuni aggregati, sviluppano dei Progetti integrati di sviluppo di vallata. L’Agenzia opera come “facilitatore” nella definizione dei Progetti, li finanzia, ne segue la realizzazione sostituendosi in termini di sussidiarietà quando venisse a mancare l’azione delle Comunità. I GAL che sono già agenzie di sviluppo locale a livello di Comunità, diventano bracci operativi dell’Agemont nell’affiancare le Comunità.

Il modello:
-realizzare dei sistemi economici decentrati ed integrati (agricoltura alternativa, turismo, artigianato, indotto da Amaro a tecnologia avanzata, telelavoro…), attorno ai quali possa ricostruirsi un sistema di relazioni che rendano interessante il vivere in montagna;
- sviluppare un peculiare sistemi di servizi pensati per la montagna che facciano della montagna un luogo che offre di più rispetto alla città (teledidattica, telemedicina, teleassistenza, centri culturali e di aggregazione ecc.).
Il modello va articolato in assi di intervento che vengono poi integrati a livello del progetto specifico riguardante la valle o il singolo paese.

La costituzione dell’Agemont come Ente strumentale della Regione consentirebbe all’Agenzia di gestire anche tutti i progetti sul FESR e sui vari Interreg che adesso vengono gestiti dal Servizio autonomo della montagna, unificando la gestione delle risorse gestite a favore della montagna ed evitando, come ora avviene, che si faccia un po’ di tutto, ma niente che abbia quella massa critica necessaria per invertire il trend in montagna.

Ipotesi n. 2
E’ evidente che l’ipotesi esposta è difficilmente percorribile. Presuppone infatti una iniziativa riformatrice della Regione nell’approccio al problema montagna. Iniziativa difficilmente perseguibile per l’impatto negativo che avrebbe sul territorio, per l’accusa di dirigismo e centralismo regionale con cui verrebbe bollata.
La soluzione subordinata è che Agemont si ricavi da sé uno spazio all’interno del sistema montagna, in accordo con le Comunità Montane, restando nell’ambito dello sviluppo economico, sui due versanti del supporto alla imprenditoria esistente e dello sviluppo di nuova imprenditoria.
Se la fase 1 ha visto lo sviluppo del CIT la fase 2 deve prevedere uno sviluppo della ricaduta dell’innovazione su tutto il territorio, cercando di dare risposte a due domande:
come può l’Agemont fertilizzate il tessuto imprenditoriale esistente? Come può sviluppare una azione di inseminazione di una nuova cultura imprenditoriale e di sviluppo di nuove imprese? Se saprà proporsi come la struttura che da risposta a queste due domande, automaticamente avrà un ruolo che gli consentirà di interagire con gli altri soggetti del sistema montagna, senza sovrapposizione e conflitti.

Fertilizzazione.
A fianco del CIT l’Agemont sin dall’inizio ha sviluppato un Centro Servizi Avanzati. Obiettivo era quello del trasferimento al sistema territoriale l’ innovazioni di processo e di prodotto. Avrebbero dovuto crescere delle persone sviluppando un know how nel trasferimento, diventando antenna locale della rete nazionale ed internazione di innovazione. C’erano i programmi e le risorse, è mancato un progetto di Agemont in questa direzione, per cui dopo quindici anni il sistema imprenditoriale della montagna non ha ancora avvertito la presenza di Agemont e tantomeno ne ha sentito i benefici.
Il turn over delle persone è stato tale da non consentire lo sviluppo di una competenza riconosciuta e percepita.
I nuovi programmi “competitività e innovazione” possono costituire una nuova occasione per un nuovo progetto Agemont-Interfaccia sul territorio delle Università, dell’Area di Ricerca e dei Centri di ricerca in generale. Gli Interreg Italia Austria e Italia Slovenia per la posizione di Agemont a ridosso del triplice confine, devono costituire una nuova opportunità soprattutto per le misure che riguardano la messa in rete delle esperienze di innovazione.

Inseminazione.
Se la mancanza di una cultura imprenditoriale come propensione al fare impresa viene considerata uno degli handicap che hanno impedito lo sviluppo della montagna, l’Agemont deve ritrovare la sua mission nel superare questo handicap. Si è invece defilata in questi anni anche dai progetti regionali come “Imprenderò”.
Un progetto per lo sviluppo di nuova imprenditoria e per l’importazione di giovani imprenditori, con un pacchetto articolato di misure agevolative ma anche di supporti di vario tipo partendo da esperienze come quella di technoseed, o comunque da altre esperienze che si stanno facendo in tutto il mondo, dovrebbe concretizzare la mission di Agemont in questo settore.
Lo sportello unico delle imprese potrebbe costituire il punto di collegamento con le Comunità Montane. Uno sportello presente in Agemont e nelle singole Comunità nel quale gli imprenditori e i futuri imprenditori ottengono sia le informazioni che provengono dall’Agemont che quelle di carattere burocratico.
La banca data dei capannoni disponibili dovrebbe costituire il punto di contatto con i Consorzi industriali ai quali dovrebbero essere affidate in gestione le strutture immobiliari.

Fertilizzazione per l’inseminazione.
Si potrebbe così definire l’attività propedeutica per diffondere la cultura imprenditoriale, l’attività si sensibilizzazione e animazione sui giovani possibili imprenditori. Nel progetto a regia Agemont questa attività potrebbe essere affidata ai GAL.
In questa ottica ai GAL potrebbe essere affidato anche lo sviluppo di programmi di cultura imprenditoriale d’intesa con i centri di formazione e con gli Istituti scolastici della montagna.

Progetti Agemont-Comunità Montane.
Un particolare settore di collaborazione tra Agemont e le Comunità Montane suscettibile di interessanti sviluppi potrebbe essere quello della ricerca applicata su problemi particolarmente rilevanti in montagna. E’ un po’ la mission che si era pensata per Cirmont. Sperimentazioni nei settori del riscaldamento e dell’energia, della telemedicina e dell’assistenza, ma anche delle colture alternative, o di nuovi prodotti agroalimentari di nicchia.

A proposito di Cirmont l’uovo di colombo potrebbe essere quello per cui l’Agemont rileva le quote dell’IMONT, fa entrare anche l’Università di Trieste e l’Area Science Park e lo trasforma nel proprio Centro Servizi nell’accezione di cui si è detto sopra.