lunedì 8 gennaio 2018

Il binario morto.

La Carnia si mette in moto
(e finisce in un binario morto!...)

Fratelli di Carnia – la Carnia s’è desta
Del casco ciclista – s’è cinta la testa.

Persone influenti , - i Sindaci in vista,
insieme hanno chiesto – d’avere la pista,

ove ora in disuso – c’è il vecchio binario.
Nessuno ha risposto! – Neppure un vicario!

Ha dato fastidio – la nuova richiesta?                 
Per certo a Trieste –  ben altro s’appresta

per dar finalmente, - la gran soluzione
ai mali pregressi – di questa regione:

a frotte i turisti – su un vecchio trenino
verranno a Tolmezzo – a farsi il panino…

Preclusa la Carnia – è invece ai ciclisti
Che vengon dall’Austria. – In tanti mai visti!

Va via Filastrocca,- ed entra in Regione.
Cerca il buon senso. – Sarà in un cantone

rimasto da quando – la  nostra Regione
rimava nei fatti  - con Dea Ragione!



mercoledì 3 gennaio 2018

sabato 23 dicembre 2017

Il Presepe alla Gerla Blu

                A Verzegnis, accanto ai Presepi pregevoli realizzati dall’Amministrazione Comunale davanti alle varie chiese del paese , c’è quello allestito dai privati proprietari e gestori del B&B La Gerla Blu. 
Lui d’origine colombiana lei albanese, a dire che il presepe è anche incontro di culture diverse. Il cortile retrostante è stato trasformato in una sorta di presepio. Le cataste di legno del bosco di Verzegnis e, in terra, lo strame che s’usava un tempo nelle stalle, fanno da scena e da sfondo  alla mostra dei presepi di Franco Faleschini. L’odore del legno si mescola a quello dello strame e crea un profumo che riporta il visitatore a rivivere la suggestione dell’ingresso in quella grotta di Palestina ove, per i cristiani, è nato il Redentore.
 Nella tradizione istituita da san Francesco,  quel bimbo è Gesù. Per tutti è un bimbo la cui nascita dà significato alla famiglia, accende le speranze per il futuro.
                E’ questa l’idea che ha portato Faleschini a collezionare oltre mille presepi ma soprattutto a realizzarne in proprio oltre trecento. Gli scrittori scrivono con le parole, i registi con le immagini.  Faleschini ha scelto di comunicare costruendo presepi, ambientando in vari modi la scena d’una famiglia e d’un paese di pastori che gioisce per la nascita d’un nuovo abitante. Vuole comunicare due cose: che la famiglia è un valore che trova la più alta espressione attorno alla culla d’un neonato, che l’ambiente agro-pastorale nel quale si colloca la scena è un ideale di vita.
                La scintilla che ha acceso la sua passione per i presepi è stata, il trauma della morte di suo padre. Nei giorni precedenti il Natale. Aveva quindici anni. Per esprimere il suo dolore e il rimpianto per la sua famiglia distrutta dalla perdita del capofamiglia, per consolare il fratello più piccolo, ha costruito il suo primo presepe. Poi non si è più fermato! Suo padre era di Treppo Carnico, sua madre di Intissans di Verzegnis, lui invece e nato a Cittadella di Treviso ove i suoi erano emigrati. Ma la nostalgia della Carnia che gli hanno trasmesso i suoi genitori, costretti ad abbandonarla, è diventata per lui un amore. La costruzione dei  Presepi un modo per ripensare alla Carnia, alle sue tradizioni al modo di vivere dei suoi abitanti.
                Da giovane gli si erano aperte ben altre prospettive di vita. Giocando a calcio come portiere  era arrivato in serie A con il Bologna, e nella squadra dell’Italia per le Olimpiadi. Ma le preoccupazioni e l’apprensione della madre vedova l’hanno condizionato, e convinto a lasciare per trovarsi un lavoro “normale” vicino a casa. Per uscire dalla normalità del lavoro e della vita quotidiana, ha trovato una valvola di sfogo nella poesia del presepe, che è diventata per lui il filo rosso che ha conferito un senso originale alla sua vita
. Gli oggetti della vita d’ogni giorno, nella sua immaginazione diventano “location” luoghi da presepe. Il passaggio dall’immaginazione alla realizzazione un hobby, un passatempo, per riscrivere in forme sempre nuove il suo mondo poetico sul tema della famiglia e della natività.
                Nei suoi presepi il Natale più che la rievocazione della scena madre della religione cristiana, è la festa della famiglia che s’allieta nella nascita d’un figlio. Per questo i presepi alla Gerla Blu di Verzegnis, creano una suggestione e inducono a una riflessione che prescinde dal significato religioso. 
La casa con il presepe diventa presepe a sua volta.
Il Natale per i Carni e poi per i Romani era il giorno (Dies Natalis) che segnava la rivincita del Sole (Sol invictus) che riprendeva a salire per aprire l’anno nuovo. Il Bambino nella culla per Faleschini è il sole che entra nella casa, nelle famiglie.
                Un Presepe il suo, che ha un senso condivisibile per tutti al di là del credo religioso. Dei percorsi per ritrovare nella poesia della Carnia il senso del proprio futuro, al di là di quelle che possono essere le proprie radici di partenza. Non a caso i gestori del B&B sono lui di diversa origine etnica, e hanno trovato nei Presepi di Faleschini qualcosa che li unisce, per immaginare il proprio futuro in Carnia.
                In quel bimbo posto in un giaciglio e inserito in una scena che rievoca multiformi suggestioni della Carnia di ieri, è riposta la speranza per il nuovo anno. L’invito a ritrovare nel passato le radici per costruire la speranza d’ogni giorno dell’anno che s’apre. Nuovo nelle speranze e nei propositi, come è nuovo alla vita il neonato nella culla. 


venerdì 17 novembre 2017

Migranti telefonici.

MIGRAZIONE TELEFONICA
UNA TRAGEDIA ANNUNCIATA
                Tutto cominciò con una telefonata. Non ho ben capito inviata da chi. Mi si informava che il costo della mia linea fissa con Tim Telecom stava per essere praticamente raddoppiato.
                “E’ finito il periodo il offerta!”
                “E io migro con un altro operatore!”
                “Provaci!”
                Ho provato a cercare in internet una soluzione più vantaggiosa”
                Il ragno di Google deve aver scoperto cosa cercavo. Sono stato subito contattato infatti da Comparasemplice, e una voce accattivante mi ha indotto a chiudere lì per li, online, un contratto di migrazione in Wind. Era il sette novembre.
                Ho stampato il file e sono corso in un punto vendita a ritirare il modem, come specificato nel contratto.
                “Col cavolo!” mi ha detto il gestore, “avresti dovuto venire da me a fare il contratto!”
                “E che ne so io! Vedo dall’insegna che è un punto di vendita Wind e chiedo che mi venga consegnato ciò che il contratto Wind ha previsto”. Nulla da fare! Riprovo i giorni seguenti. Senza esito!
                “Forse a Udine, nel capoluogo di Provincia,” penso. Ci provo!
                “Qui no! Forse in un altro punto vendita in periferia. Se vuol provare!”
                E che devo fare la via Crucis alla ricerca d’un modem? Torno a casa incazzato. Scarico il modulo di recesso. Lo compilo. Vado in posta e faccio una raccomandata celere con ricevuta di ritorno.
                Accidenti! Dieci euro, meno qualche centesimo!... E tutto è nato perche volevo risparmiare!
                Era il 15 settembre. La notte successiva il modem va in rosso. La Telecom ha staccato e quindi sono senza telefono e senza internet.
                In mattinata chiamo il 187.
                “E che vuoi? Se migrato e veditela con il nuovo operatore!”
                Chiamo il 155 con il mio cellulare Tim. Una voce cortese mi avverte che la telefonata è gratuita solo dai cellulari Wind e dai fissi Telecom.
                “Ma se il fisso Telecom, mi è stato staccato!” Fortuna vuole che una nipote abbia la sim Wind, le chiedo il cellulare e chiamo.
                “E’ impossibile che non le abbiano fornito il modem!”
                “E che son stupido? In due negozi mi è stato rifiutato!”
                “Comunque per tagliare la testa al toro io ho fatto il recesso.”
                “Ma a noi non è giunta la raccomandata!”
                “Immagino! Per quanto mi sia costata cara la velocità delle poste, non posso pretendere la velocità della luce. Ma mi sapete spiegare perché ho potuto fare il contratto online e non è invece ammesso la disdetta e il recesso online?

                Vorrei almeno mettere online questo sfogo. Ma non ho internet!

giovedì 12 ottobre 2017

Tiramisù

        
L’origine storica del Tiramisù e del Mascarpone.

   Raimondo della Torre fu Patriarca d’Aquileia dal 1273 al 1299. Appena insediato si rese conto dell’ importanza per l’economia del Patriarcato  del passo di Monte Croce Carnico e quindi del ruolo  di Tolmezzo a presidio sulla strada per il passo. Alla cittadina concesse il privilegio della raccolta del dazio sul commercio della Carnia perché si facessero le mura. I tolmezzini, in segno di gratitudine, sulla porta di sopra, hanno scolpito il suo stemma.
       Ma oltre le motivazioni  geo-politiche a rinsaldare i vincoli di amicizia di Raimondo con Tolmezzo contribuì il suo amore per la buona tavola. Aveva nominato gastaldo della Carnia suo cugino Eghelberto della Torre, famoso buongustaio milanese e la tavola del gastaldo della Carnia si distinse subito per la raffinatezza. Merito soprattutto del cuoco Cromazio  che il Gastaldo era riuscito a scovare nel paese di Cazzaso, un innovatore appassionato,  affascinato dal desiderio  di nuove pietanze con nuovi gusti e sapori  ma preoccupato anche  della genuinità del cibo. Al punto che, volle produrre in proprio  il formaggio, alimento base della sua cucina.   
     Nelle cantine del castello s’era fatto costruire una piccola latteria e il gastaldo obbligò i suoi contadini a conferire al castello la decima del latte prodotto. Poteva così far colazione con il burro di giornata, mentre il formaggio e la ricotta venivano stagionati a seconda delle pietanze a cui erano destinati. Per non sprecare nulla, Cromazio s’era inventato anche la ricetta del Formàdi Frant. Faceva fermentare i resti del formaggio e persino le croste, unendovi delle erbe sempre diverse, ottenendo  così un prodotto con sapori sempre più inusitati.
        Ma, come capita spesso, fu invece opera del caso la scoperta del formaggio che rese Cromazio famoso in tutto il Patriarcato e oltre.  
        Una mattina aveva appena raccolta la panna affiorata nelle mastelle nelle quali era stato conservato il latte durante la notte. Aveva deciso di cuocerla per farne l’ont (burro fuso in friulano) da conservare.  Fu chiamato dal Gastaldo proprio mentre  aveva sul fuoco sia la pentola del burro che quella del formadi frant. Aveva appena ordinato ad un suo inserviente di  spremere alcune gocce di limone in quella del formadi frant. Voleva verificare che gusto ne sarebbe derivato a fermentazione avvenuta.
       Al richiamo del superiore si precipitò lasciando perdere ogni cosa. Al ritorno chiese all’inserviente se aveva spremuto il limone. Gli rispose di sì, indicandogli il recipiente che conteneva la panna. Ci si può immaginare la scena! Urla, bestemmie, pedate nel sedere dell’inserviente. Ma ormai era fattal Rovinato il burro della giornata! Anche perché si era spento il fuoco e si era interrotta la cottura del burro.  Come aveva dimostrato con l’invenzione del formadi frant, Cromazio era cresciuto a Cazzaso nella miseria e non sarebbe stato capace di sprecare nulla. Tanto meno la brume (la panna), la parte più pregiata del latte.  Rovesciò la pentola con la panna  su una delle tele che usava per contenere la ricotta e ne fece un sacchetto, come appunto fosse ricotta.  Bestemmiando ancora contro la stupidità del suo inserviente, portò il nuovo prodotto nel fresco della cantina e  l’appese, accanto ai salami. “Vedrò cosa farne poi,” e con una ultima imprecazione, preso da altre cose,  si dimenticò dell’incidente.
       Solo il giorno dopo, mentre staccava un salame, gli tornò agli occhi il sacchetto.
“Son curioso di sapere che  cosa ne è avvenuto della panna al limone!” disse. Rovesciò  il sacchetto in un piatto e si trovò davanti un composto cremoso,   bello anche da vedersi. Quando prese ad assaggiarlo, non potè trattenere una bestemmia di soddisfazione. Una prelibatezza! Qualcosa dal gusto raffinato. La stupidità del suo inserviente aveva inventato un derivato dal latte che non era né burro nè formaggio nè ricotta, ma qualcosa di nuovo.  D’una bontà eccezionale.
       Capì subito che il miracolo era opera delle gocce di limone, ma anche del fatto che il fuoco si era spento,  fermando la cottura ad una temperatura ideale per realizzare il prodotto. Ci mise alcuni giorni a definire la ricetta, con diverse prove andate a vuoto. Bisognava trovare la giusta temperatura e la giusta quantità di limone che aveva provocato il miracolo. Alla fine ci riuscì e scrisse la ricetta
       Si doveva scaldare  in una casseruola la panna a fuoco lento mescolandola con un frusta fino a fare raggiungere gli 80/85 gradi. Poi aggiunte alcune gocce di limone si doveva continuare la cottura per un’altra decina di minuti . Lasciar quindi raffreddare nell’ambiente per 35 minuti, poi scolare in una tela, come fosse ricotta e mettere in fresco per almeno mezza giornata.
       Annunciò allora al gastaldo, gonfio il petto d’orgoglio e soddisfazione, di aver inventato un nuovo tipo di formaggio. Proprio  inquei giorni era in visita il cugino Patriarca. L’occasione cadeva a fagiolo per sentire i commenti sul nuovo prodotto.
               “Masse bon!” esclamò con enfasi l’arcidiacono della Carnia che era stato invitato per l’occasione e che, come di regola i prelati, era anche un buongustaio. “Che prelibatezza!” aggiunse il Patriarca con fare estasiato. “Come l’hai chiamato?” chiese il gastaldo a Cromazio, soddisfatto per la bella figura che gli stava facendo fare. “Non ci ho ancora pensato, non ho dimestichezza con le parole” confessò quello. Allora intervenne il giullare, anche lui di Cazzaso, che si divertiva invece a giocare con le parole e a fare anagrammi: “Mettendo assieme le vostre esclamazioni Mas Che Pre, se ricaverebbe un Maschèpre. “Non mi pare granchè, ma riconosco che è un nome originale, se va bene al cuoco tuo compaesano può andar bene a noi, cui più che il nome interessa il gusto veramente nuovo e squisito,” disse il Gastaldo. Il cuoco non aveva parole e quindi nel Patriarcato si diffuse la voce che a Tolmezzo era stato inventato il Maschépre.
       A questo punto il lettore vorrà sapere come mai non s’è continuato a produrlo.
       Per rispondere bisogna tornare alla storia.  Nel 1279 il Patriarca Raimondo guidò in Lombardia un contingente di truppe friulane in aiuto dei suoi parenti in lotta contro i Visconti, per  il dominio della Signoria di Milano. Naturalmente si offerse come volontario anche il nipote, Gastaldo della Carnia, che si portò al seguito anche il cuoco Cromazio.
       Con i buongustai però non si vincono le guerre! Fu così che i Torriani subirono una sonora sconfitta a Vaprio sull’Adda. L’armata friulana fu disfatta. Anche Cromazio cadde prigioniero e finì i suoi giorni a fare il cuoco nel castello di Abbiategrasso, che già dal 1277 era passato con i Visconti. Si fece benvolere  insegnando ai nuovi padroni  la ricetta del Maschépre, che nel frattempo aveva cambiato nome.
        Mentre si abbuffavano con quella nuova delizia del palato invece che prepararsi alla battaglia, i feudatari patriarchini si erano resi conto  che, almeno il nome della specialità che gustavano ogni giorno, doveva essere appropriato per l’ambiente militare. Maschèpre sapeva di frocio, per questo il giullare, lasciando inalterata la base, propose di cambiarlo nel più militaresco Mascherpòn, o Mascarpòn.
       Oltrechè sul nome ci furono grandi discussioni su quali fossero gli accostamenti migliori, se con il dolce o con il salato . Anche qui fu il caso a dare la soluzione.
       In una delle scaramucce che precedettero lo scontro finale, l’armata friulana si era scontrata con quella dei Conti di Savoia, alleati dei Torriani, ed era riuscita a fare qualche prigioniero. Tra questi il cuoco del conte. Cromazio si trovò ad avere così un valido collaboratore e assieme inventarono ricette eccezionali che fondevano la tradizione della Savoia con quella del Friuli. Come specialità il nuovo arrivato portava dei biscotti d’una particolare leggerezza che chiamava “savoiardi”. Fu per loro quasi inevitabile mettere assieme le due ricette: uno strato di savoiardi e uno strato di Mascherpòn, il tutto farcito con ottimo zabaglione al vino moscato del Piemonte, e ne venne fuori un dolce tanto squisito quanto facile a farsi.
        “Una bomba energetica!” commentò il giullare. Con questo “Tiramisù” saremo invincibili”, aggiunse, dando così il nome al nuovo dolce. Non fu così, perché  malgrado il Tiramisù furono sonoramente sconfitti. I Visconti si presero  la signoria di Milano, mentre i Torriani si spostarono in Friuli al seguito del loro Patriarca a godere dei feudi loro assegnati, ove deliziarsi di Tiramisù e Mascarpone. 
       Quando, nel 1420, Venezia pose fine allo Stato Patriarcale, prese a considerare il Friuli poco più che una colonia dalla quale importare legname per le proprie navi. Anche le buone tradizioni culinarie sviluppate con i Patriarchi si sono quindi perse. 
       Solo nell’ultimo dopoguerra, negli anni del boom economico è tornato in voga il Tiramisù Come mai sia venuta l’idea a Norma Pielli titolare e cuoca dell’Albergo Roma di Tolmezzo negli anni cinquanta del  Novecento, è facile a spiegarsi alla luce di questa storia. La Torre Raytemberger porta di accesso al castello patriarchino, negli annci cinquante era diventata cantina dell’Albergo.  E’ facile immaginare che vi aleggiasse lo spirito di Cromazio,  tornato da morto nei luoghi che avevano visto brillare la sua stella di grande cuoco. Invece che i numeri del lotto, come sono soliti fare i defunti, Cromazio  ha portato a Norma la ricetta. Come suggerito dall’anima di Cromazio, Astori  ha preso a importare da Abbiategrasso il Mascarpone che  i lombardi avevano continuato a produrre, sulla ricetta insegnata loro dal carnico prigioniero. Norma , da cuoca innovativa quanto Cromazio,  ha  arricchito la ricetta del Tiramisù, avuta in sogno, con i gusti del caffè e del cacao, prodotti che  nel Medioevo non c'erano ancora.

       Ecco come la storia da sempre “magistra vitae” è anche in grado di tagliare la testa al toro sulla querelle dell’origine del Tiramisù. Alla luce della storia che s’è letta, è fuor di dubbio che il moderno Tiramisù è nato a Tolmezzo, recuperando la ricetta dei tempi del Patriarca Raimondo Della Torre.

giovedì 21 settembre 2017

La nascita del Friuli

Il romanzo che ho scritto a quattro mani con Diego Carpenedo è ora in libreria in una nuova veste.
L'eleganza della presentazione mi auguro faccia apprezzare meglio il contenuto.
Recuperando i dati storici nel racconto di Tito Livio nel romanzo si sostiene la tesi che, all'arrivo di Roma, i Carni erano tutt'altro che "barbari".
Dall'integrazione tra la loro cultura e quella degli invasori Romani, è nata l'originalità del popolo friulano e della sua peculiare cultura.
Emblematico il fatto che non sono stati i dei romani a invadere la Carnia e il Friuli con una nuova religione, ma è stato il dio carnico Beleno ad entrare ad Aquleia,
A scanso di equivoci, come precisa Quintiliano Ermacora nel De Antiquitatibus Carneae, originariamente la Carnia andava dal Livenza al Timavo. La Carnia si identificava con l'attuale Friuli: Carnia, madre del Friuli.

venerdì 8 settembre 2017

Barabba in Carnia,

CRIST DI VAL.

                Che Ponzio Pilato il procuratore della Giudea colpevole di aver messo a morte Gesù Cristo, sia morto in Carnia è tradizione ormai consolidata in tante leggende. Ne ha parlato Giovanni Gortani e più recentemente Renato Zanolli nel libro “Guida insolita del Friuli”.
                Ma ciò che finora era sfuggito, sia agli storici che agli scrittori di leggende, è il fatto che in Carnia sia finito e sia morto anche Barabba, il malfattore che si è salvato lasciando a Cristo il suo posto sulla croce. Come si sono svolti i fatti è noto. Almeno ai più!  Pilato aveva già capito che gli conveniva mandare a morte Cristo per ingraziarsi gli Ebrei e fare bella figura con l’imperatore Tiberio. Due piccioni con una fava! Ma voleva prendere anche un terzo, facendo passare la sua decisione come decisione del popolo. Da precursore dei populisti del giorno d’oggi, sottopose al popolo la scelta tra Gesù e Barabba. Era sicuro dell’esito, sapendo che il popolo era già stato adeguatamente sobillato per chiedere la condanna di Gesù.
                Fu così che Barabba fu il primo degli uomini ad essere salvato dalla morte di Cristo. Fatto uscire dal carcere, mentre ormai s’era rassegnato a morire in croce, pieno di gratitudine per Pilato che l’aveva salvato, si mise alle sue dipendenze.
                “A te devo la vita,” gli disse, “è giusto che mi consideri tuo schiavo!”
                “Allora va e controlla che la persona che ti ha sostituito sulla croce, muoia veramente!”. Con questo primo incarico Pilato lo costrinse a vedere l’agonia di Cristo in croce. Immedesimandosi nel morente, suggestionato al pensiero che avrebbe dovuto essere lui ha gridare: “Ho sete!” Seguì la scena con una emozione indescrivibile. Sino alla fine. Sino alla deposizione dell'innocente dalla croce. Raccolse anche uno dei chiodi per documentare a Pilato d'aver assistito al fatto.
                Ma da quel momento la scena prese a vagargli per la mente, come un incubo. Un oggetto che si vuole affondare nell’oceano della dimenticanza, che però l’acqua della memoria  riporta forzatamente e continuamente a galla.
                Dice la storia che Pilato fu esiliato dall’imperatore Tiberio nelle Gallie. Ma la storia va interpretata, il dato vero è soltanto che fu mandato nelle Gallie. Il cuore delle Gallie al tempo, il luogo dell’incrocio culturale tra Galli e Romani era Aquileia. Ancora più in su verso il Norico, Julium Carnicum. Qui  fu esiliato Pilato, sempre seguìto dal suo schiavo Barabba. Guardato con sospetto dagli abitanti di Iulium Carnicum, preferì trasferirsi al di là del fiume e  si costruì una villa in un luogo ameno, alla confluenza del But con un bel torrente che scende dalle falde del monte Sernio, dal nome poetico di Mignezza. Alla morte di Pilato la località continuò ad essere chiamata “il luogo della casa di Ponzio”. In seguito, nel tempo, con le semplificazioni a cui ci ha abituato la storia,  chi vi si recava, prese a dire più semplicemente che andava in Ponzio. Da qui il nome Imponzo.“
                Secondo la leggenda il corpo di  Pilato fu sepolto lontano dal paese, sulla strada che portava in Friuli. In segno di dispregio si sviluppò l’usanza, per chi passava da quelle parti, di gettare un sasso sulla sua tomba. Sasso dopo sasso sarebbe sorto così il costone sul quale si è poi costruita la chiesa di San Floriano. Qui evidentemente gli scrittori di leggende si sono lasciati prendere la mano dal disprezzo che nutrivano per chi si porta la colpa materiale storica della morte di Cristo.
                Presi così dalla storia di Pilato si sono dimenticati quella di Barabba, che mi pare giusto riprendere.

                Il poveretto stava per impazzire non riuscendo a togliersi dalla mente la scena della crocefissione. Pensò che l’unico modo per salvarsi fosse quello di darsi alla penitenza. Pensa a ripensa, finalmente gli parve d’aver trovato una penitenza adeguata. Si sarebbe ritirato sulle più alte montagne che si intravedevano dalla villa di Pilato: i monti Verzegnis, e  Novinzola.
            Lì avrebbe vissuto da eremita.

            Così fece. Arrivato sul posto scoprì che dietro, verso sud, Il Novinzola si accoppia con il Pizzat ed entrambi si raccolgono in una bellissima conca. Un posto ideale per farne la sua valle di lacrime! Sul fianco, a mezza costa del Novinzola, individuò una grotta che la natura sembrava aver costruito nei millenni attraverso le rivoluzioni geologiche  proprio in attesa di qualcuno in cerca d’un riparo per pentirsi di qualcosa. Barabba vi si insediò e con estrema pazienza, usando la punta d’un chiodo che aveva raccolto sul Golgota, prese a scolpire la scena dei suoi incubi. Pensava che realizzarla all’esterno, fosse il modo migliore per togliersela dalla testa e ritrovare il suo equilibrio psichico.
                Così fu. Presero a frequentarlo i pastori che portavano le loro capre e pascolare nella valle, e lui si mise a raccontare dell’innocente morto in croce al suo posto. Divenne il primo evangelizzatore della Carnia. Morì nella grotta e i pastori lasciarono che il suo corpo si decomponesse come in un loculo all’aperto, mentre il suo spirito prendeva definitivamente possesso della grotta.
                La grotta nei secoli ha poi ospitato molti altri eremiti, sciamani e benandanti. Ma questa è un’altra storia!
                Da allora per tutti i secoli trascorsi  la grotta chiamata del Crist di Val, è diventata luogo di pellegrinaggio per ammirare la scultura della crocefissione che ha scolpito Barabba, per sentire la presenza del suo spirito, per sentirsi in comunione con il primo uomo salvato dalla morte di Cristo.

                Ci vanno gli Ebrei e, secondo la loro usanza quando visitano una tomba, depositano a ricordo dei sassolini. Ci vanno i Buddisti e lasciano le bandiere di preghiera tibetane.  Ci vanno i cristiani e lasciano dei piccoli crocefissi. Il più importante è quello che vi ha lasciato, nel 1980, Mons. Pietro Brollo, allora Vescovo ausiliare di Udine.
                Per i paesani di Verzegnis era il luogo tradizionale delle rogazioni per ottenere la pioggia.
                Me n’ha parlato la prima volta, e ha trasmesso anche a me  la suggestione della grotta del Crist di Val, l’amico Enore Deotto. Mi ricordava di quando bambino la mamma l’aveva costretto a salire più volte attraverso il sentiero che parte da Sella Chianzutan. “Un po’ a piedi scalzi, un po’ con le "dalbides", par no frujà i scarpèz…. Alle due di notte per essere alla grotta all’alba. Al ritmo delle invocazioni delle litanie, accompagnati dalla nenia delle Ave Marie del Rosario”.
                A quei tempi un anno di siccità significava per il paese un anno di miseria, di fame, di gente che moriva di stenti e d’inedia.

                Altri tempi! Ma perché perdere anche il ricordo, come si è purtroppo già persa persino la traccia del sentiero che dalla Casera di Val, recuperata come un’opera d’arte, porta alla grotta del Crist di Val?
             Perchè non ripartire dal riutilizzo della Casera restaurata per un progetto di valorizzazione turistica che recuperi la memoria storica del Crist di Val? Che si creda o meno sia opera di Barabba, qualcuno l'ha scolpito. Quando? Le date che vi si leggono possono riferirsi a delle visite o a delle permanenze successive, l'opera potrebbe essere molto antica. Comunque suggestiona ed emoziona, lascia un ricordo indelebile nel turista che ha avuto l'opportunità di visitarla.