giovedì 29 dicembre 2016
giovedì 22 dicembre 2016
sabato 27 agosto 2016
La vita di Marco Polo dalle Memorie del nonno Luigi
Invito alla lettura
“Descrivi
il tuo villaggio e sarai universale” scriveva Tolstoj. “Vivi il tuo villaggio e
sarai globale” può essere considerato il motto di vita di Luigi Polo, il
protagonista di questo nuovo romanzo. Non si muove per tutta la vita dal suo
castello alle falde del monte Diverdalce, a ridosso di Tolmezzo, tra Cazzaso e
Fusea. (Ove c’è ora il cimitero dei due paesi, forse ricavato dal recinto del vecchio maniero...). Ma è uno stanziale in una famiglia di
uccelli migratori. Suo fratello Marco raggiunge Venezia e porta il nome dei
Polo sulla laguna, l’altro, Erminio si trasferisce e porta il nome di Polo ai
Forni Savorgnani.
Ai due capi della filiera del legname, che serve a Venezia
per le sue galere, i due fanno fortuna.
Luigi
ama vivere guardando ogni giorno gli stessi orizzonti. I suoi cercano invece
orizzonti ogni giorno diversi. Dal commercio del legname passano a quello più
redditizio delle spezie, spostando la base dei loro commerci a Soldaia sul Mar Nero.
Ma non bastava ancora! Una sera nel castello del Gastaldo di Tolmezzo il figlio
Nicolò ebbe l’opportunità di sentire il racconto dell’avventura di Giovanni da
Pian del Carpine mandato dal Papa a prendere contatto con i Mongoli. L’idea di
seguire le orme del frate, divenne il
sogno e l’ideale di vita di Nicolò. Non gli bastò più il Mediterraneo. Per
chi si muove, l’orizzonte si sposta sempre più in là; c’era tutta l’Asia da
scoprire, fin là dove si favoleggiava ci fosse il paradiso terrestre.
Nel
frattempo però gli era arrivato un figlio che aveva chiamato Marco. Sarebbe
stato giusto rinunciare ai nuovi orizzonti per coltivare la famiglia. Ma si
inventò la soluzione classica: affidò moglie e figlio al padre, che non volendo
schiodarsi dal suo castello in Carnia, sarebbe stato l’ideale baby sitter.
Gli si
presentò una volta anche l’occasione di mandare a salutare la famiglia.
Guglielmo di Robruck un altro frate che su incarico del re santo Luigi IX era
stato dal Gran Khan per verificare se poteva farselo alleato nella guerra
contro i Mussulmani, risalendo il Danubio per tornare in Francia, aveva
accettato di fare una deviazione per Passo Monte Croce Carnico. Al sentire il
racconti di questo frate, anche il giovane Marco si entusiasmò. Quando al padre
riuscì di rientrare a Venezia e fare una scappata a salutare la famiglia in
Carnia, gli si incollò addosso. Nicolò fu costretto così a portarsi al seguito il figlio,
in una nuova spedizione in Asia, anche se aveva solo 17 anni.
Furono
anni di sofferenza per il conte Luigi, ormai vecchio, che aveva allevato quel
nipote come se fosse suo figlio!... Solo dopo tremilatrecentottantacinque
giorni, gli arrivò la prima lettera, e
solo dopo 17 anni poté rivedere il nipote…
Le
distrazioni culturali non gli mancavano: c’erano i domenicani che facevano
tappa ad Alzeri andando dall’Italia alla Germania, per discutere di teologia.
Aveva avuto persino l’occasione di accompagnare il giovane poeta Dante
Alighieri a visitare le sabbie mobili del Moscardo. Seguiva anche le vicende
della politica locale con il patriarca Raimondo della Torre. Ma l’angoscia al
sapere figlio e nipote in mezzo agli antropofagi dell’Asia non gli dava pace.
L’ansia l’aveva portato persino a credere di poter parlare con i suoi
attraverso la luna…
Si può
quindi immaginare con quale gioia abbia accolto Marco al ritorno. Con quale
entusiasmo abbia assorbito i racconti che il nipote, diventato ormai un uomo
maturo, gli andava facendo delle mirabolanti cose che aveva visto e delle
originali esperienze che aveva potuto fare in Asia. Come
poteva fare a meno di scrivere e lasciare memoria di ciò che gli veniva
raccontando il nipote?
Sono nate così, le sue memorie, che, nella prefazione, sostengo
d’aver trovato proprio nel cimitero sorto al posto del castello.
Alle memorie
del racconto di Marco, Luigi ha aggiunto anche quelle che aveva precedentemente
sentito da Giovanni da Pian del Carpine e da Guglielmo di Robruck. Per questo
le sue memorie, anticipano il racconto che Marco Polo farà a Rustichello da
Pisa che diventeranno “Il Milione”. Allo stesso tempo lo scritto del vecchio Luigi Polo è anche una sintesi della storia della
scoperta dell’Asia nel XIII secolo.
Scoperta
di valore storico mondiale ma inserita nella storia d’un piccolo villaggio,
nella storia della Carnia sotto i Patriarchi, nel Duecento.
Una provocazione la mia, per
ricordare che dalle periferie si può vedere il mondo.
La vita di Marco Polo che
sarebbe nato in Carnia, come romanzo del “glocale”. Le memorie del nonno Luigi
metafora di come vivendo alle falde d’un
monte della Carnia, si possa vivere la scoperta del mondo.
In
attesa che i distributori nostrani si facciano carico di farlo arrivare nelle
librerie locali, Il libro è acquistabile con il sistema dell’e-commerce
sia nella soluzione cartacea che come
e-book nelle biblioteche online di AMAZON e IBS e al sito di una piccola ma intraprendente casa editrice che ha accettato
di scommettere su una opera così inusuale per le provocazioni che contiene, a
cominciare da quella sulla nascita di Marco Polo in Carnia.
martedì 14 giugno 2016
Storia o mito?
Nel quarantennale
del terremoto Furio Honsel ha chiuso il più bello tra i discorsi fatti al
Presidente della Repubblica, con un collegamento alla Resistenza che, al di là
delle sue intenzioni, mi ha portato a considerare che la relazione, se esiste,
conferma il vizio che abbiamo di trasformare la storia in mito.
La storia è maestra, il mito è fuga
dalla realtà. Fuggendo nel mito ci si esclude la possibilità di imparare.
Rileggere la storia di un popolo nel dramma d’una guerra civile, aiuterebbe a
capire l’oggi di quel popolo, aiuterebbe quel popolo a costruirsi il futuro.
Rileggere la storia d’un popolo che affronta il dramma del terremoto e l’opera
della ricostruzione, consentirebbe di capire i valori distintivi di quel
popolo, per immaginare un futuro che trova in questi valori il punto di forza.
Fare un mito della ricostruzione
come della Resistenza, significa soltanto perdere una opportunità, per
crogiolarci in un inutile autocompiacimento, che serve soltanto alla retorica.
lunedì 13 giugno 2016
La Carnia tra mito e storia.
Pieri Stefanutti con
un suo post mi tira simpaticamente a cimento ricordando quando loro “i
ventenni” scandivano “Comelli ci tiri per i fondelli” mentre noi trentenni
(Benvenuti ben più impegnato di me a Gemona è mio coetaneo) eravamo dalla parte
di Comelli e Zamberletti. Già in questa citazione anagrafica emerge il
paradosso. Quello che in un precedente post ho evocato come il paradosso della
democrazia. Il sistema democratico può funzionare solo in una cultura laica,
quando cioè si dà per scontato che gli altri la pensino diversamente da me. Ma
la nostra (quella friulana in particolare) è una cultura a matrice religiosa.
(Non è un caso che la chiesa friulana abbia avuto un ruolo significativo nel
dopo terremoto). Siamo portati a ideologizzare. Anche sul piano politico ad
avere una “fede”. Ma la fede è estremista, perché assoluta, non può accettare
il compromesso tra idee diverse: che invece è il modo di essere istitutivo
della democrazia.
La fede si alimenta nel mito, non nella
ragione.
Da qui una storia del Friuli,
costruita sui miti. A partire da quella che vuole la friulanità nascere con il
patriarcato. Ossia in duecento anni di storia d’un Friuli retto da
principi-vescovi che si alternavano provenendo da ogni parte d’Europa. Portando
idee, ma per forza maggiore impossibilitati a favorire lo sviluppo d’una
identità locale. Che fortunatamente già esisteva, formatasi nel crogiuolo che
aveva visto la civiltà romana confrontarsi con la cultura celtica.
In continuità con ciò che facevo quando
ero con Comelli, da pensionato, mi interesso di storia locale. Diffidato (da
quelli dei fondelli?) a non considerarmi storico, perché storico sarebbe che si
chiude nella muffa degli archivi a scoprire nuovi documenti. Sia come sia, a me
piace ragionare sui documenti che sono già usciti dagli archivi, per
interpretarli in modo nuovo. A lume di logica, e quindi di ragione! Non è colpa
mia se la ragione fa a pugni con il mito. Sia esso quello della Resistenza,
della Ricostruzione, o addirittura quello dei Patriarchi.
mercoledì 18 maggio 2016
Polo è un cognome ancora molto diffuso in Carnia.
Da qui a immaginare che Marco Polo sia nato da queste parti quando il padre Niccolò dovendo partire per l'Asia ha lasciato la moglie incinta alle cure del padre Luigi conte di Cjaciàs in Carnea, il passo è breve.
Qui torna Marco a raccontare al nonno la sua avventura. Il racconto al nonno è quindi un riassunto di quello che farà a Rustichello da Pisa e diventerà "Il Milione".
Il nonno ha fedelmente trascritto il racconto e che l'autore ha ricopiato e dato alle stampe.
Da qui a immaginare che Marco Polo sia nato da queste parti quando il padre Niccolò dovendo partire per l'Asia ha lasciato la moglie incinta alle cure del padre Luigi conte di Cjaciàs in Carnea, il passo è breve.
Qui torna Marco a raccontare al nonno la sua avventura. Il racconto al nonno è quindi un riassunto di quello che farà a Rustichello da Pisa e diventerà "Il Milione".
Il nonno ha fedelmente trascritto il racconto e che l'autore ha ricopiato e dato alle stampe.
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