martedì 3 settembre 2019

L'Ebreo Errante.


Barabba l'Ebreo Errante in Carnia

romanzo di promozione turistica e riflessione esistenziale

(nella recensione di Alfio Englaro in Cjargne Online).

        Tutto ha inizio nel B&B "La gerla blu" di Verzegnis (luogo reale) dove i protagonisti (reali) sono Piero, il proprietario, e due ex professori: uno di liceo(originario di Cjaçâs) che, autodefinendosi uno "storico leggendario", pare sia proprio poi lo stesso autore di questo romanzo; l'altro è un professore universitario (da individuare possibilmente con Furio Bianco, illustre docente emerito di Storia Moderna della Università di Udine), il quale si era installato nella ormai abbandonata canonica di Fusea, piccola frazione elevata di Tolmezzo, con il beneplacito di sindaco e monsignore, con i quali però il Piutti reale non manca qui di riproporre una mai sopita garbata legittima polemica, scatenata dall'inatteso e ingiustificato sfratto del professore da parte dei due sorestanz di Tolmezzo, al punto che il povero professore, per continuare le sue singolari ricerche sulla leggenda dell' ebreo errante in Carnia, aveva poi trovato ospitalità proprio nel B&B della Gerla Blu...
         Da questo preciso luogo di Carnia dunque, in cui si incontrano questi tre personaggi reali, prende avvio un fantasmagorico immaginifico racconto (in equilibrato mix tra autobiografia storia leggenda fantasia e fantascienza) che partendo dal Crist di Val (un reale bassorilievo rupestre di ignoto autore ubicato in una delle grotte sovrastanti il villaggio carnico di Verzegnis e riprodotto nel collage di copertina) si sviluppa per cerchi concentrici sempre più ampi la cui tangente va a sfiorare epoche e tempi passati della Carnia per poi, alla fine, prendere un inatteso spettacolare visionario abbrivio verso il futuro...
         Ed il centro di questi cerchi concentrici è proprio l'Ebreo Errante, l'archetipo dell'uomo maledetto da Dio costretto a errare e a non morire mai, attorno al quale Piutti costruisce la sua policroma e accecante storia, partendo però da una puntuale precisa ricerca sulle origini di questa leggenda che, nata nel periodo (a torto giudicato oscuro) del Medio Evo, ha poi attraversato tutti i secoli arricchendosi e modificandosi fino a sfumare in una icona cangiante dai contorni vaghi e indefiniti, che Piutti vuole qui rielaborare e ricostruire secondo una propria logica fantastica quasi per accreditarla come la sola verosimile.
         E qui sta il primo aspetto originale di Piutti: aver individuato l'ebreo errante nientemeno che in Barabba, che proprio Piero, il proprietario del B&B di Verzegnis, incontra in una notte di tregenda nella buia casera di Val...
         Ma subito dopo si delinea il secondo tratto originale: utilizzare la mirabolante ricorrente "metamorfosi" di Barabba/Ebreo Errante per riproporre per sommi capi le principali tappe della vera storia di Carnia in cui l'Ebreo Errante non è mai solo spettatore passivo o presentatore. E probabilmente questo secondo aspetto del presente lavoro letterario di Piutti potrebbe essere propedeutico e preludere al prossimo libro, incentrato tutto sulla storia della Carnia che verrá (forse) raccontata però seriamente e analiticamente, senza artifizi letterari o mirabolanti trovate ad effetto.
Per avere invece "une cerce" del presente codice narrativo quasi allucinato di Piutti basterebbe questo rompicapo: nella cella del palazzo di Pilato si trovarono nella notte precedente alla condanna di Cristo tre persone (ma nella fattispecie due Gesù e tre Barabba!): come è possibile? Sarà il lettore che dovrà scoprire da solo l'arcano che giustamente in una recensione non deve essere svelato...
         Ma Piutti non si limita solo a sbalordire ma, come sempre, stimola senza stordire, inframezzando riflessioni personali e considerazioni morali, interpretazioniardite e fughe in avanti precipitose, elucubrazioni sofisticate e minute briciole di buon senso o senso comune...
         In effetti Piutti riesce abilmente a confezionare una trama narrativa ordita con molteplici fili: quello storico, quello leggendario, quello favolistico, quello filosofico, quello teologico, quello sociale, quello paradossale, non manca addirittura quello giallistico. E tra questi sgargianti accecanti fili spunta civettuola una precisa erudizione classica che occhieggia qua e lá come ciuffetti di primule sul prato ancora giallino di primavera, il quale assume così una rinnovata vitalità così come sorprendente vitalità viene ad assumere il racconto in quei particolari momenti in cui, magari, la tensione cade o il tono si fa più dimesso o anche complesso...
         Piutti esibisce inoltre una singolare accurata conoscenza non solo del territorio di Carnia ma anche di alcuni dei topos più nascosti o antichi, immettendoli in una narrazione che, sempre pervasa da un'aura di misteriosa sospensione, pare quasi in tal modo acquistare credibilità e fondatezza...
         La trama ovviamente è sotto embargo poichè sarai tu curioso lettore a scoprirla pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo (ben 50), sdraiato sotto l'ombrellone su una assolata (magari anche affollata) spiaggia oppure seduto sotto il fresco pergolato di un estivo giardino o magari anche coricato nelle ore insonni di una notte troppo lunga...
         Avrai modo così di stupirti e riflettere, oltre che di ammirare la anarchica fantasia del Piutti che tuttavia riesce a proporre anche apodittiche riflessioni per un buon vivere, come l'ultima dell'ultima pagina: "ogni attimo del viaggio è la meta" che poi sarebbe l'attualizzazione moderna dell'antico "carpe diem"...

Il romanzo è antecedente alla la Storia della Carnia e in qualche modo la anticipa, come Alfio acutamente aveva previsto.


domenica 16 giugno 2019

Campi estivi in Carnia.


Dalla rivista IN CARNIA maggio 2019 edita da Andrea Moro.          
                     Molti degli alpini che hanno fatto la naja nelle caserme della Carnia potrebbero dire di conoscere le montagne carniche e la Carnia meglio di tanti carnici. L’hanno conosciuta infatti “dal di dentro” nell’esperienza dei “campi”, percorrendo le impervie mulattiere che l’attraversano..  Non facili e sempre faticosi i campi estivi. A volte terribili quelli invernali. Credo che il ritorno a Tolmezzo per il Raduno Triveneto del 14-16 giugno, possa dare a molti l’input  per ripensare a quei giorni, a rivivere quell'esperienza e quindi a mettere in programma dei ritorni sull’onda del richiamo della nostalgia.
             Non perché la mia vicenda abbia qualcosa di particolare, ma proprio perché è solo “una delle tante”, immagino possa servire come mappa mentale e stimolo ad altri a ripensare alla propria esperienza, e a mettere in programma il ritorno da turisti.
            Per questo voglio raccontare il mio campo estivo nel 1967. Alpino semplice non idoneo al grado di caporale Btg Tolmezzo 114 compagnia mortai, specialista al tiro. “Siam partiti..”, come dice la canzone, a giugno e ci siamo fatti quindici giorni imboscati in una poetica abetaia a Sella Nevea. Per passatempo: una scarpinata quotidiana ai piani del Montasio per giocare a  sparare con i mortai da  120 ai bersagli collocati sui ghiaioni. Suggestiva la prova notturna!. Trasferimento quindi per quindici giorni di “campo base” a Collina. Nella faggeta di Plan di Val di Bos a verificare quanto sia vera la leggenda che il muoversi degli alpini porta la pioggia in Carnia. In verità in quindici mesi di naja, da qualsiasi parte siano arrivati, tutti i militari hanno scoperto che in Carnia, per la pioggia, non c’è bisogno di dar la colpa agli alpini!. Piove ad ogni piè sospinto!. Ma come in quei quindici giorni, anche a me che sono carnico,  pareva non avesse ami piovuto! Con i teli tenda che facevano acqua da tutte le parti, nel fango tra una tenda e l’altra! Il campo base serve come allenamento  per il campo mobile. Per questo era in programma ogni giorno una sgambata fino al Rifugio  Marinelli, per piazzare i mortai alla Malga “La Plotta”. Non si sa mai che si debba tornare a difendere il passo di Monte Croce Carnico!..
            Sconfitti gli  Austriaci e fatti i muscoli eliminando l’acido lattico, si parte. Ma i mortai da 120 nella guerra alpina sono portati dai muli, quindi la compagnia mortai deve condividere le gite di trasferimento con una compagnia conducenti. Si scopre così il vantaggio della coda di queste brave bestie quando ti manca il fiato in salita, compensata però dalla fatica a frenare i carichi sui basti, in discesa. 
Prima tappa Sappada e poi l’affasciante traversata del passo Siera. Bella d’estate un po’ meno d’inverno. Tant’è che facendola ora ci si imbatte nella lapide a ricordo di Ettore Detorre l’Artigliere alpino morto nel campo invernale dello anno successivo 1967.
. Splendidi gli altipiani di Casera Razzo. Un po’ meno splendida, per non dire illogica, l’idea di portare un mortaio sulla cima dei monti Brentoni."Un arma a tiro curvo, come il mortaio, non si piazza in cima salle montagne. Ma sono idee di uno non idoneo al grado di caporale. E il servizio militare serviva anche a insegnare che a volte si deve ubbidire "a prescindere".
S. Francesco in Canal di Cuna nel quadro di Silva Florit
                 Piove a dirotto mentre si attraversa il passo Rest, così il l capitano suggerisce di togliersi la giacca a vento, per averla asciutta all’arrivo. E dire che avrebbe dovuto essere impermeabile! Piove a Tramonti, al punto che quei bravi paesani ci offrono di dormire nei fienili, evitando di montare le tende. “Per l’amor di Dio senza fumare!” Da lì fino a S.Francesco per la suggestiva attraversata del Canale di Cuna, facendo all’inverso il percorso che nella prima guerra mondiale consentì a molti alpini del Generale Rocca, in ritirata dopo Caporetto, di sfuggire alla morsa degli Austroungarici, evitando la battaglia di Pradis che invece costò la vita a molti alpini.
            Un’ultima sgroppata e si scende finalmente ad Alesso a vedere il lago di Cavazzo. Con un’ultima passeggiata si raggiunge la Caserma di Venzone, sede a quei tempi del Btg. Tolmezzo, ad apprezzare finalmente la branda. “Meglio d’un materasso a molle!”
            Per tutte le imprecazioni con le quali avevo accompagnato le marce quotidiane, pensavo che non avrei mai rivisto quei percorsi. Invece li ho ripetuti più volte da civile, ed è stata sempre una esperienza interessante, come sono le gite nelle quali ti porti al seguito la suggestione dei ricordi. Per questo mi pare di poter consigliare ad altri di rifarsi da borghesi le esperienze che si sono fatte, magari imprecando,  da militari. Sarà un modo per ritrovare il fascino della Carnia (possibilmente non in giorni di pioggia!) filtrato attraverso il ricordo di quei giorni, nella nostalgia della propria giovinezza, quando erano “nostri i silenzi e le cime” e si poteva dire con convinzione: “Mai daùr”.
            Credo che l’esperienza dei campi in montagna sia uno degli elementi che ha reso originale il servizio militare con le truppe alpine. Una originalità d’un vissuto e d’un sentire che fa dei raduni alpini un incontro tra vecchi amici. E’ stata anche la condivisione di queste esperienze, in giro per la Carnia, che ha costruito la “fraternità” che caratterizza il rapporto tra quanti, alpini o artiglieri alpini, hanno avuto l’opportunità di portare la penna sul cappello  e, per questo, hanno voluto ritrovarsi a Tolmezzo  per il Raduno del Triveneto.


martedì 15 gennaio 2019

Ancora le Memorie di Marco Polo.

La recensione di Angela. 
Un irresistibile invito a leggere le memorie del nonno di Marco Polo.


Il sottile ma determinante "ingannevole dubbio", questo è il collante dell'intera narrazione (da non dire, perché il lettore fin dalle prime pagine è mosso dall'idea della "certezza" della fonte).
Abbassi la guardia solo quasi a fine libro, al capitolo Marco di nuovo in Carnia, con lo scambio degli auguri tra nonno e nipote. Qui sorrido!... è come se volutamente avessi inserito come "cammeo" la nostra epoca, la nostra era moderna... il nostro sistema postale!
Si dice che il Viaggiatore non torna mai come è partito, ed è stato anche per me leggendo il tuo libro che vorrei non sfumasse mai dalla mia mente (ma non ritengo purtroppo di avere grande memoria, ahimè!).
Il libro sulla vita di Marco Polo... mi ha entusiasmato al punto tale che mi sono ritrovata a viaggiare assieme ai protagonisti dell'avvincente narrazione... E ho reso partecipi pure i miei di casa...! 
Il tutto è talmente "veritiero" che non mi sarei messa alcun dubbio su quanto riportato con sapiente, raffinata, approfondita maestria.
Infatti fin da subito ti avrei chiesto ingenuamente se conservi ancora il cofanetto in ebano con il suo prezioso contenuto!
Una originalissima trama, pensata con ineguagliabile gusto e amore per la nostra terra di Carnia; un testo che si presta in maniera leggera e coinvolgente a far apprendere com'era la vita qui, e non solo, nel 13° secolo. Personaggi che li senti vivi anche a distanza di molti secoli. 
Un modo inoltre per far conoscere Il Milione, testo passato alla Storia di cui tutti sanno dell'esistenza, pur non avendolo magari peraltro mai letto (è il mio caso).
La saggezza è inoltre alla base di questo lavoro, a mio avviso molto profondo e affatto scontato. Un'attenzione filosofica sui valori che muovono gli animi e portano le persone ad agire di conseguenza, ed inoltre sul senso della religiosità e dei fondamenti ad essa legati. .
Tanti, svariati aspetti si fondono in un tutt'uno armonioso ed affascinante...... a tal punto che anche il contesto creato a cornice potrebbe sembrare vero!