sabato 27 agosto 2016

   
 La vita di Marco Polo         dalle Memorie del nonno Luigi

Invito alla lettura        

 “Descrivi il tuo villaggio e sarai universale” scriveva Tolstoj. “Vivi il tuo villaggio e sarai globale” può essere considerato il motto di vita di Luigi Polo, il protagonista di questo nuovo romanzo. Non si muove per tutta la vita dal suo castello alle falde del monte Diverdalce, a ridosso di Tolmezzo, tra Cazzaso e Fusea. (Ove c’è ora il cimitero dei due paesi, forse ricavato dal recinto del vecchio maniero...). Ma è uno stanziale in una famiglia di uccelli migratori. Suo fratello Marco raggiunge Venezia e porta il nome dei Polo sulla laguna, l’altro, Erminio si trasferisce e porta il nome di Polo ai Forni Savorgnani.
 Ai due capi della filiera del legname, che serve a Venezia per le sue galere, i due fanno fortuna.
                Luigi ama vivere guardando ogni giorno gli stessi orizzonti. I suoi cercano invece orizzonti ogni giorno diversi. Dal commercio del legname passano a quello più redditizio delle spezie, spostando la base dei loro commerci a Soldaia sul Mar Nero. Ma non bastava ancora! Una sera nel castello del Gastaldo di Tolmezzo il figlio Nicolò ebbe l’opportunità di sentire il racconto dell’avventura di Giovanni da Pian del Carpine mandato dal Papa a prendere contatto con i Mongoli. L’idea di seguire le orme del frate, divenne il  sogno e l’ideale di vita di Nicolò. Non gli bastò più il Mediterraneo. Per chi si muove, l’orizzonte si sposta sempre più in là; c’era tutta l’Asia da scoprire, fin là dove si favoleggiava ci fosse il paradiso terrestre.
                Nel frattempo però gli era arrivato un figlio che aveva chiamato Marco. Sarebbe stato giusto rinunciare ai nuovi orizzonti per coltivare la famiglia. Ma si inventò la soluzione classica: affidò moglie e figlio al padre, che non volendo schiodarsi dal suo castello in Carnia, sarebbe stato l’ideale baby sitter.
                Gli si presentò una volta anche l’occasione di mandare a salutare la famiglia. Guglielmo di Robruck un altro frate che su incarico del re santo Luigi IX era stato dal Gran Khan per verificare se poteva farselo alleato nella guerra contro i Mussulmani, risalendo il Danubio per tornare in Francia, aveva accettato di fare una deviazione per Passo Monte Croce Carnico. Al sentire il racconti di questo frate, anche il giovane Marco si entusiasmò. Quando al padre riuscì di rientrare a Venezia e fare una scappata a salutare la famiglia in Carnia, gli si incollò addosso.  Nicolò  fu costretto così a portarsi al seguito il figlio, in una nuova spedizione in Asia, anche se aveva solo 17 anni.
                Furono anni di sofferenza per il conte Luigi, ormai vecchio, che aveva allevato quel nipote come se fosse suo figlio!... Solo dopo tremilatrecentottantacinque giorni, gli arrivò la prima  lettera, e solo dopo 17 anni poté rivedere il nipote…
                Le distrazioni culturali non gli mancavano: c’erano i domenicani che facevano tappa ad Alzeri andando dall’Italia alla Germania, per discutere di teologia. Aveva avuto persino l’occasione di accompagnare il giovane poeta Dante Alighieri a visitare le sabbie mobili del Moscardo. Seguiva anche le vicende della politica locale con il patriarca Raimondo della Torre. Ma l’angoscia al sapere figlio e nipote in mezzo agli antropofagi dell’Asia non gli dava pace. L’ansia l’aveva portato persino a credere di poter parlare con i suoi attraverso la luna…
                Si può quindi immaginare con quale gioia abbia accolto Marco al ritorno. Con quale entusiasmo abbia assorbito i racconti che il nipote, diventato ormai un uomo maturo, gli andava facendo delle mirabolanti cose che aveva visto e delle originali esperienze che aveva potuto fare in Asia.   Come poteva fare a meno di scrivere e lasciare memoria di ciò che gli veniva raccontando il nipote?
             Sono nate così, le sue memorie, che, nella prefazione, sostengo d’aver trovato proprio nel cimitero sorto al posto del castello.
            Alle memorie del racconto di Marco, Luigi ha aggiunto anche quelle che aveva precedentemente sentito da Giovanni da Pian del Carpine e da Guglielmo di Robruck. Per questo le sue memorie, anticipano il racconto che Marco Polo farà a Rustichello da Pisa che diventeranno “Il Milione”. Allo stesso tempo  lo scritto del vecchio Luigi Polo  è anche una sintesi della storia della scoperta dell’Asia nel XIII secolo.
                Scoperta di valore storico mondiale ma inserita nella storia d’un piccolo villaggio, nella storia della Carnia sotto i Patriarchi, nel Duecento.  
              Una provocazione la mia, per ricordare che dalle periferie si può vedere il mondo.
              La vita di Marco Polo che sarebbe nato in Carnia, come romanzo del “glocale”. Le memorie del nonno Luigi metafora di come  vivendo alle falde d’un monte della Carnia, si possa vivere la scoperta del mondo.
                In attesa che i distributori nostrani si facciano carico di farlo arrivare nelle librerie locali, Il libro è acquistabile con il sistema dell’e-commerce sia  nella soluzione cartacea che come e-book nelle biblioteche online di AMAZON e IBS e al sito di una piccola ma intraprendente casa editrice che ha accettato di scommettere su una opera così inusuale per le provocazioni che contiene, a cominciare da quella sulla nascita di Marco Polo in Carnia.

venerdì 12 agosto 2016

https://www.facebook.com/piutti
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martedì 14 giugno 2016

Storia o mito?

Nel quarantennale del terremoto Furio Honsel ha chiuso il più bello tra i discorsi fatti al Presidente della Repubblica, con un collegamento alla Resistenza che, al di là delle sue intenzioni, mi ha portato a considerare che la relazione, se esiste, conferma il vizio che abbiamo di trasformare la storia in mito.
            La storia è maestra, il mito è fuga dalla realtà. Fuggendo nel mito ci si esclude la possibilità di imparare. Rileggere la storia di un popolo nel dramma d’una guerra civile, aiuterebbe a capire l’oggi di quel popolo, aiuterebbe quel popolo a costruirsi il futuro. Rileggere la storia d’un popolo che affronta il dramma del terremoto e l’opera della ricostruzione, consentirebbe di capire i valori distintivi di quel popolo, per immaginare un futuro che trova in questi valori il punto di forza.

            Fare un mito della ricostruzione come della Resistenza, significa soltanto perdere una opportunità, per crogiolarci in un inutile autocompiacimento, che serve soltanto alla retorica.

lunedì 13 giugno 2016

La Carnia tra mito e storia.

              Pieri Stefanutti con un suo post mi tira simpaticamente a cimento ricordando quando loro “i ventenni” scandivano “Comelli ci tiri per i fondelli” mentre noi trentenni (Benvenuti ben più impegnato di me a Gemona è mio coetaneo) eravamo dalla parte di Comelli e Zamberletti. Già in questa citazione anagrafica emerge il paradosso. Quello che in un precedente post ho evocato come il paradosso della democrazia. Il sistema democratico può funzionare solo in una cultura laica, quando cioè si dà per scontato che gli altri la pensino diversamente da me. Ma la nostra (quella friulana in particolare) è una cultura a matrice religiosa. (Non è un caso che la chiesa friulana abbia avuto un ruolo significativo nel dopo terremoto). Siamo portati a ideologizzare. Anche sul piano politico ad avere una “fede”. Ma la fede è estremista, perché assoluta, non può accettare il compromesso tra idee diverse: che invece è il modo di essere istitutivo della democrazia.
             La fede si alimenta nel mito, non nella ragione.
            Da qui una storia del Friuli, costruita sui miti. A partire da quella che vuole la friulanità nascere con il patriarcato. Ossia in duecento anni di storia d’un Friuli retto da principi-vescovi che si alternavano provenendo da ogni parte d’Europa. Portando idee, ma per forza maggiore impossibilitati a favorire lo sviluppo d’una identità locale. Che fortunatamente già esisteva, formatasi nel crogiuolo che aveva visto la civiltà romana confrontarsi con la cultura celtica.

            In continuità con ciò che facevo quando ero con Comelli, da pensionato, mi interesso di storia locale. Diffidato (da quelli dei fondelli?) a non considerarmi storico, perché storico sarebbe che si chiude nella muffa degli archivi a scoprire nuovi documenti. Sia come sia, a me piace ragionare sui documenti che sono già usciti dagli archivi, per interpretarli in modo nuovo. A lume di logica, e quindi di ragione! Non è colpa mia se la ragione fa a pugni con il mito. Sia esso quello della Resistenza, della Ricostruzione, o addirittura quello dei Patriarchi.

mercoledì 18 maggio 2016

Polo è un cognome ancora molto diffuso in Carnia.
Da qui a immaginare che  Marco Polo sia nato da queste parti quando il padre Niccolò dovendo partire per l'Asia ha lasciato la moglie incinta alle cure del padre Luigi conte di Cjaciàs in Carnea, il passo è breve.
Qui torna Marco a raccontare al nonno la sua avventura. Il racconto al nonno è quindi un riassunto di quello che farà a Rustichello da Pisa e diventerà "Il Milione". 
 Il nonno ha fedelmente trascritto il racconto e che l'autore ha ricopiato e dato alle stampe.



IL ROMANZO SULLA VITA DI MARCO POLO NATO A CAZZASO DI TOLMEZZO

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lunedì 7 marzo 2016

I MITICI ANNI VENTI DI TOLMEZZO DELLA CARNIA E DELL'ALTO FRIULI.

2020 - QUEI MITICI ANNI VENTI

 ANTEFATTO
            Con la macchina del futuro siamo finiti nel 2050. E’ stato ritrovato un racconto scritto negli anni trenta nel quale, lamentando la crisi economica e sociale che sta attraversando Tolmezzo, si ripropone con nostalgia e rimpianto la Tolmezzo degli anni venti (2020), che con non celato orgoglio l’autore definisce “mitici”.
            Anche quella volta, tiene a sottolineare  si era usciti da una crisi terribile. C’era stato il disgraziato 2015 che viene definito da lui (forse per dirci che sa di latino!) “annus horribillimus” l’anno che più orribile non si può: l’anno della chiusura del Tribunale, del fallimento “de facto” se non “de iure” della Coop.Ca, della chiusura delle caserme. Etc. etc. di disgrazia in disgrazia!
            Ma è stato proprio l’aver toccato il fondo che, secondo l’autore di questo racconto-cronaca, ha dato una scossa, ha provocato la reazione  che ha portato allo sviluppo che si è conosciuto nei successivi “mitici anni venti”.
            Non è ben chiaro come, ma si ha l’impressione che questo raccontastorie degli anni trenta, sia uno che in qualche modo ha contribuito (o ritiene d’aver contribuito!) alla ripresa d’allora. Anche se fosse millantato credito, la pubblicazione del suo diario-racconto sugli anni venti, si presta ad alcune riflessioni che forse aiuteranno a superare anche la crisi in atto negli anni Cinquanta.
            E’ proprio vero che a Tolmezzo le crisi sono cicliche!




 Cap. 1 - LA PRO CARNIA.           
           
            Come ho già avuto modo di anticipare, quel fatidico 2015 il Destino non aveva lesinato con le disgrazie per Tolmezzo. Si può ben dire che il cielo aveva grandinato disgrazie. Come succede con la grandine nei campi, non solo s’era perso il raccolto esistente, ma s’era fatta terra bruciata. Non c’era chi riuscisse a farsi venire  una idea su come reagire, su cosa inventarsi di nuovo.
            Quando non si è in grado di nutrire speranze ci si rifugia nei ricordi e nella nostalgia. Fu così che l’unica idea che riuscì a emergere fu quella di tornare al passato. I Comunisti sono abituati a vivere del mito della Resistenza, hanno fatto della Repubblica Partigiana della Carnia il loro epinicio. Pasquale che ha il vantaggio di venire dal Sud, da insegnante di storia, ha fatto un ulteriore salto all’indietro e ha scoperto che negli anni Trenta del Novecento, la Carnia ha avuto un sussulto culturale e ha dato vita a un associazione denominata “Pro Carnia”.
            “Basta rifarsi a quella esperienza,” ha pensato, “e il gioco è fatto!”
            Detto e fatto. Ha trovato un gruppo di vecchietti di varia estrazione politica, che convinti dal suo entusiasmo, hanno fatto rinascere l’Associazione “Pro Carnia”.
            Arrivati alla costituzione il loro gesto ha ottenuto l’effetto desiderato.
            Per caso, o per l’intelligenza dei cittadini, ad amministrare il Comune in quell’anno c’era una Giunta di giovani, che sT sentì offesa dall’iniziativa dei vecchietti.
            Ma come? L’Associazione Pro Carnia metteva assieme dei giovani trentenni desiderosi di confrontarsi per farsi venire delle idee innovative sul futuro della Carnia! Vuoi che non siamo all’altezza di fare altrettanto! Vuoi che il nostro futuro economico e sociale sia la risultante del passatempo nostalgico di quattro pensionati!
            Detto e fatto. Dall’assessore alla cultura del Comune di Tolmezzo è partita subito l’idea non di una associazione (termine obsoleto!) ma, secondo la moda del momento di un  think tank (serbatoio di pensiero in inglese) cioè di un gruppo di lavoro tra i Presidenti di tutte le Associazioni che a vaio titolo si interessano della politica economica e sociale della Carnia.
            Da non credere! Il think tank è stato come una benefica scossa ad un corpo sociale che si era lasciato prendere dal torpore, dalla malinconia, dal pessimismo.
            Il Think tank si è collocato nei locali dell’ex tribunale. Dal think tank è nato un impact hub uno spazio            di ispirazione e di sharing ideas di condivisione delle idee, un network tra professionisti ed innovatori un spazio attrezzato per il coworking.
            I locali in passato destinati all’amministrazione della giustizia, sono diventati in breve la culla e il nido ove ha preso vita un nuovo modo di pensare e di agire che è stato all’origine del boom economico e sociale vissuto dalla Carnia nei “mitici anni venti”..


 Cap. 2 - CINQUANTA ANNI DELLA BIBLIOTECA CIVICA.
           
            Nel 2015 per riprendersi tra tanti disastri si è voluto ricordare che almeno la Biblioteca non pare in crisi. Porta molto bene i suoi cinquanta anni. Anche perché li ha utilizzati per crescere, per sistemarsi in locali adeguati.
            Era una celebrazione che andava enfatizzata e che invece si è ridotta all’incontro di quattro vecchietti nostalgici e ha suscitato una violenta presa di posizione delle opposizioni in Consiglio Comunale.
            Si dice che sia stato presentato un Odg che così reciterebbe.
            La biblioteca è stata voluta e realizzata dal CUCC Circolo Universitario Culturale Carnico. Celebrare i cinquanta anni non doveva ridursi ad una bicchierata ma doveva essere il momento per  ricordare che un tempo gli universitari carnici (pochi allora!) avevano saputo mettersi assieme, produrre delle pubblicazioni, allestire una biblioteca.
            Se allora, perché non ora?
            E’ stato così che l’Amministrazione Comunale ha deciso di ripetere la celebrazione del Cinquantenario della nascita  della Biblioteca Civica, con un invito personale diretto a tutti gli attuali universitari carnici a partecipare ad un convegno intitolato appunto “Se allora, perché non ora?” per discutere quindi se e con quali nuovi obiettivi si potrebbe immaginare di rifare il CUCC?”
            Il sindaco ha introdotto il convegno sottolineando che il passato non chiede d’essere celebrato, chiede d’essere tenuto in considerazione per poter immaginare il futuro.


 Cap. 3 - IL CINEMA PER LA CARNIA.

                        Secondo il gestore del bar Al Drago, il fatto emblematico a sottolineare che a Tolmezzo nel 2015 s’era toccato il fondo, era stata la chiusura del Cinema David.  E’ vero che i disastri erano stati altri: la chiusura dopo 110 anni della Cooperativa, e dopo 150 del Tribunale. Tanto per ricordare i più catastrofici! Ma secondo lui, la chiusura del Cinema era stata come la classica goccia che fa travasare il vaso. “Che Tolmezzo, per tutta la Carnia, non riesca a gestire neppure un Cinema è il colmo!” continuava a ripetere. Per non dar peso alla cosa, qualcuno sosteneva che il Cinema aveva perso d’importanza. I films si potevano vedere comodamente distesi nel salotto di casa, alla Televisione o al Computer. Era vero! Ma che per vedersi un film in sala sullo schermo gigante un carnico dovesse scendere fino a Gemona, era il colmo. Era un altro segnale della perdita del ruolo di Tolmezzo al servizio della Carnia, come suo Capoluogo!
            Fatto marginale, se si vuole! Ma emblematico! E a volte i fatti emblematici finiscono per avere più importanza di quanto ne abbiano nella realtà.
            Se ne resero conto subito gli amministratori del tempo e misero mano alla trasformazione del Teatro Comunale  Candoni in un vero Cinema-Teatro, dotato dei più moderni mezzi di proiezione.
            Anche quando s’era iniziato a far teatro, negli anni 80 del Novecento, c’erano state delle perplessità sul fatto che Tolmezzo potesse reggere una vera stagione di prosa. Poi il sistema degli abbonamenti, un po’ alla volta aveva creato l’abitudine. E’ avvenuta la stessa cosa per il Cinema. Di anno in anno, l’abbonamento a una serie di films famosi, commentati a mo’ di cineforum, alternati con le sorprese delle ultime novità, ha creato l’abitudine.
            Nei mitici anni venti così, fra le altre cose, era diventato “di moda” in Carnia andare al cinema una volta alla settimana. Si era anche  creata l’abitudine a prolungare i commenti al Bar, con la soddisfazione del gestore del Bar al Drago, che in effetti s’era aspettato di trarre vantaggio dalle critiche  inizialmente rivolte all’Amministrazione.
             “In Carnia non si fa nulla per nulla,” dicevano i vecchi del Novecento!
            Ma già che c’erano, quegli amministratori previdenti, attrezzando il Candoni a Cinema, pensarono bene di completare anche la gradinata esterna per farne uno Spazio-giovani.  Dato in gestione alla  Associazione “I  Ventenni di Carnia” di anno in anno lo spazio-teatro all’aperto si affermò come luogo di concerti, di dibattiti scanzonati, di cabaret, palestra per giovani carnici amanti del fare musica e teatro.
            Forse era stata proprio questo la chiave che aveva consentito la rinascita di Tolmezzo in quei  mitici anni venti: l’essere riusciti a coinvolgere  i giovani ventenni!!!


 Cap. 4 -IL FILM “INCHIESTA IN CARNIA” di Dante Spinotti.

             Qualcuno sostiene che il Rinascimento della Carnia che si è concretizzato nei “mitici anni venti”, sia iniziato con il film di Dante Spinotti, proiettato agli studenti delle scuole medie superiori l’11 gennaio del 1916. Un’affermazione azzardata perché la rinascita di un territorio è il frutto di tanti fattori favorevolmente concorrenti. Ma anche un grande fuoco è sempre il risultato d’una scintilla, e non è da escludere che la scintilla sia stata la provocazione contenuta in quel film.
            Pessimismo e vittimismo erano le stigmate della Carnia fino a quel momento. Dante Spinotti era un carnico che aveva  potuto vivere l’avventura di vivere il mondo, finendo a fare il direttore della fotografia, senza mai dimenticare le sue radici carniche. Anzi  senza mai smettere l’orgoglio per quelle radici. Quasi a testimoniare la gratitudine per ciò che gli era venuto dalla terra delle sue origini, ha voluto in un film, provocarne la reazione. Dare la scossa per la rianimazione!... E’ nato così “inchiesta in Carnia” un film nel quale le affermazioni degli intervistati si mescolano a splendide e suggestive immagini della Carnia. Dalle interviste, Dante ha estrapolato prevalentemente affermazioni ottimistiche, cariche di speranza e di fiducia nel futuro della Carnia. Ha demolito così il mito di una Carnia con l’handicap della perifericità, sconfessato  il rito delle lamentazioni sulla marginalità. Al contrario, ha presentato il quadro di una terra carica di opportunità da cogliere. Nella quale si può scegliere di vivere. Nella quale si può condurre una vita piena di gratificazioni, unendo le soddisfazioni  che possono derivare da un lavoro all’altezza dell’impegno profuso nello studio, a quelle che vengono dal saper vivere l’emozione del rapporto con un ambiente e una natura carichi di fascino.
            Centrale la testimonianza della professoressa Compagno originaria di Rigolato, diventata  Magnifico Rettore dell’Università di Udine che ha rivendicato una sorta di superiorità antropologica dell’uomo  carnico rispetto al friulano, dell’uomo di montagna rispetto a quello di pianura. A condizione tuttavia che, chi vive in Carnia, sappia interpretare come vantaggio competitivo, la diversità del suo essere, come si è venuta realizzando e definendo, nel confronto con la diversità dell’ambiente.
            Il messaggio di saper trasformare in vantaggio competitivo la diversità, è stato subito colto dalle scuole. Il film, ridotto in DVD, è stato portato in visione con un progetto della Comunità Montagna in tutte le classi delle scuole medie superiori e discusso appassionatamente. Spesso con polemiche accese.
             Il progetto della Comunità Montana ha fatto sì che il “futuro della Carnia” diventasse il tema culturale di fondo delle scuole in Carnia. Ha portato ogni alunno a criticare ciò che manca. Ma soprattutto  a valutare, alla luce anche della storia, un suo possibile ruolo da giocare in positivo, per sé e per il territorio.     Partendo dalla discussione sul film i ragazzi hanno  capito  come ognuno può contribuire, mettendo in campo il proprio spirito di intrapresa, a realizzare lo sviluppo del territorio che gli ha dato i natali, mentre realizza le proprie aspirazioni personali, giocando al meglio i propri talenti.
            Si può discutere, se sia bastato Il film “Inchiesta in Carnia” a innescare la rivoluzione culturale, diventata negli anni successivi  la rivoluzione economica e sociale che ha segnato i “mitici anni venti”, ma che il film abbia avuto il ruolo d’una scintilla per lo scatenarsi di un incendio è fuor di dubbio.
           
Cap. 5 - POMERIGGI DI FESTA.

            Si discute ancora su chi abbia titolo a vantare la paternità dell’idea. Secondo alcuni, tra un bicchiere e l’altro, immerso nell’antro del suo locale, è venuta ad Alfio del Borgat. Io preferisco schierarmi con quelli che ritengono sia venuta al sacrestano della Chiesa di Santa Caterina, stanco di vedere la sua bella chiesa riservata alle funzioni del  Santo Rosario prefunerario. A me ha detto d’essersi ispirato alla tradizione. S’è rifatto a quando la gente usciva di casa al pomeriggio per partecipare alle funzioni del Vespero, e infatti avrebbe voluto dare all’iniziativa il titolo di Vesperi Tolmezzini.  Ma poco importa chi l’abbia avuta, e meno ancora che poi abbia preso il nome, meno evocativo, di “Domenica Pomeriggio a Tolmezzo”.  Straordinario il fatto che a Tolmezzo abbia avuto successo. Dopo tanti anni nei quali non s’era riusciti ad andare oltre un malinconica festa della mela.
            L’idea era semplice. Ogni domenica la montagna carnica è invasa, sia d’inverno che d’estate da turbe di turisti. Basta trovare il modo di fermarli al rientro la sera. Ed è fatta. Basta trovare il modo di suscitare un interesse che li convinca ad abbandonare la tangenziale ed entrare in città. Via Roma, Via Ermacora, che sono già a senso unico ascendente, al pomeriggio d’ogni domenica possono essere chiuse al traffico senza creare alcun problema. Il grande traffico è in discesa. Nel salotto di Tolmezzo costituito da queste due strade e da parte della piazza si può allestire qualcosa che dia un ultimo tocco alla festa che i turisti hanno trascorso ammirando la Carnia. Un digestivo di qualità che valorizzi la scorpacciata di panorami  suggestivi di  profumi e colori di Carnia che i turisti hanno fatto durante il giorno, a primavera, d’estate e d’autunno. Una chiusura adeguata per la poesia vissuta d’inverno nell’incanto delle nevi dello Zoncolan o di Forni di Sopra
            Si è iniziato con poco: i bar ed i negozi tutti aperti. Una orchestrina in Piazza per i giovani, un concerto in Santa Caterina per gli Anziani, intrattenimenti per i bambini nel parcheggio. Ma quel poco ha cominciato a portare gente e si è creato un circolo virtuoso che ha portato alla realtà attuale che tutti ci invidiano. A Tolmezzo si tengono 52 feste all’anno, con una grande partecipazione di tolmezzini, di carnici e soprattutto di turisti da tutta la Regione e dalle Regioni contermini.
             Le due vie del centro storico sono diventate un vero salotto con tanti piccoli negozi trasformati in vere boutiques: la macelleria della carne di montagna, la formaggeria dei prodotti che tanti piccoli produttori carnici hanno preso ad inventarsi, i prodotti dell’artigianato artistico. Eccetera Eccetera, ma tutto a livello di nicchia di alta qualità... L’arredo urbano si è adeguato, gli archi dei sottoportici sono diventati un rincorrersi originale di luci e suoni. Si sono aperte delle osterie caratteristiche all’insegna del buon bere, dei locali arredati con gusto ove, con ancora più gusto, gustare i piatti tipici della Carnia, reinventati con grande fantasia. I complessi musicali fanno a gara per potersi esibire nella festa. Non manca la cultura a Palazzo Frisacco, al Museo Carnico e nella Chiesa di Santa Caterina trasformata in una vera sala per concerti.
             All’Unione Europea è stato presentato un progetto sulla valorizzazione del vivere in montagna che ha ottenuto grandi consensi e consistenti finanziamenti per l’adeguamento dell’arredo urbano, dei locali privati, e per la gestione della manifestazione.
            Dopo cinque anni non c’è turista che venga in Carnia la domenica che non sappia che al pomeriggio c’è festa a Tolmezzo, che non provi il desiderio di lasciarsi coinvolgere dall’originalità di questa festa. Il fatto poi d’ave visto la città in festa induce i turisti a tornare, con una positiva ricaduta sul commercio ma anche sul modo di vivere, sulla felicità degli abitanti.
            A ricordarlo comunque ci sono due enormi cartelloni luminosi posti all’entrata a Tolmezzo da Villa Santina e da Arta Terme. Per non farci mancare un tocco di innovazione tecnologica, i cartelloni, con la georeferenziazione d’ogni posto macchina sono in grado di informare il turista su quali siano i parcheggi liberi a disposizione.


Cap. 6 - Pro Carnia/Assieme si può.

            I quattro vecchietti che avevano riesumato l’Associazione “Pro Carnia”, nel 2016, continuavano a provocare, sfidando i giovani  a dimostrare che cosa sapessero fare. “Giovani e vecchi,” ripetevano in continuazione,”non si distinguono in base all’anagrafe, ma perché i primi guardano avanti i secondi guardano indietro”. A sentire i discorsi in giro pareva che il mondo fosse finito a gambe all’aria: erano i vecchi a pensare al futuro, mentre i giovani si crogiolavano ricordando il passato!...
             Finchè, stanchi di sentire gli sfottò dei vecchi, nei giovani è scattata la scintilla dell’innovazione e si sono dati da fare per riproporre in forme nuove l’idea della “Pro Carnia”. Non si era trattato, negli anni trenta, di una qualsiasi associazione culturale: era una associazione di gente disposta a fare, oltre che a pensare. Tant’è che, un po’ per far cassa, un po’ per dare un servizio aveva preso in gestione addirittura la biglietteria della Ferrovia Carnia-VillaSantina.
            Per darsi un tono, in un primo momento i giovani avevano pensato di dar vita a qualcosa sotto il  motto “I have dream”, poi ripiegarono su un  più comprensibile “Assieme si può”. Sotto questa insegna ogni primo venerdì del mese la sala  del Consiglio Comunale di Tolmezzo diventava una sorta di “camera delle associazioni”. Qualcuno obiettò che il termine aveva qualcosa di fascista e così si finì per definire la riunione mensile “Rete delle Associazioni”. Al di là dei termini, l’innovazione stava nel fatto che venivano convocati  assieme i consigli direttivi di tutte le associazioni operanti sul territorio: Lyons, Rotary, Fidapa, ma anche Associazione commercianti, artigiani agricoltori, assieme ai commercialisti, avvocati, notai, oltre al Cai, agli Alpini,  alla Pro Loco e a ogni altro gruppo in grado di sviluppare in loco qualche iniziativa.
            Il tema degli incontri, veniva posto dal Sindaco, in una concreta applicazione della democrazia partecipativa, non come richiesta di suggerimenti all’Amministrazione Comunale, ma come richiesta di “Che cosa ognuno di noi, come singolo e come associazione, può fare, per fare uscire Tolmezzo da questa “morta gora” nella quale è lentamente è scivolato negli ultimi decenni”. Dopo le schermaglie iniziali, sul tema “s’arrangi chi è stato eletto” alla fine hanno preso ad emergere proposte concrete,  nuove idee e nuove disponibilità a fare.
            Un pizzico di suspense non guasta, e quindi si rimanda ad un prossimo capitolo per sapere, quali sono state queste idee e questi coinvolgimenti che in breve sono riusciti ad innestare la ripresa che ha portato ai “mitici anni venti”.

Cap. 7 – L’energia per la ripresa della Carnia.

            Naturalmente la ripresa sul piano culturale ha avuto come premessa un risveglio sul piano economico. Si discusse molto se lo sviluppo economico fosse stato premessa dello sviluppo culturale, e se ne sta discutendo ancora. Ma non è il caso di lasciarsi trascinare in una discussione accademica sull’uovo e sulla gallina. Il dato storico è che ci fu una vigorosa ripresa economica e che tutto partì a seguito d’una iniziativa sull’energia.
            I quattro vecchietti di cui s’è già detto s’erano messi in testa di organizzare un convegno sul tema “l’energia per la Carnia”. “Aria fritta!” hanno esclamato in coro i 28 giovani sindaci della Carnia. “E’ ora di finirla di sciacquarci la bocca con le solite litanie. Gliela facciamo vedere noi a questi reduci, dimostrando loro come le nuove generazioni sanno passare dalle parole ai fatti.”
            Era l’anno nel quale papa Francesco I° aveva indetto il Giubileo della Misericordia. Un anno segnato da molti miracoli, fra cui, non ultimo questo dei “carnici per una volta uniti”.
            In un capitolo successivo si tornerà sul fatto per spiegare nel dettaglio come si concretizzò. Qui val la pena di riportare il successo del risultato. In poco meno di un anno si formò una cooperativa per la produzione ed il consumo dell’energia elettrica! L’idea non era nuova. Bastava immaginare di portare a livello di tutta la Carnia, ciò che la cooperativa Secab stava facendo in Alto But. Facile a dirsi! Tant’è, che i vecchietti del convegno, ci avevano provato più volte. Senza successo. E invece nel 2016 anche la Carnia ebbe il suo miracolo della misericordia.
            La Comunità Montana si sciolse conferendo le sue centraline alla Cooperativa Elettrica Carnica, alla quale aderirono, conferendo i loro impianti tutti gli altri privati e la Secab. Non solo. Si trovò l’accordo anche con Italia Nostra, per lo sfruttamento da parte della nuova cooperativa di tutte le derivazioni ancora utilizzabili. Anche i fanatici dell’ambiente si resero conto che si doveva privilegiare il ripopolamento della gente nei paesi, rispetto al ripopolamento delle trote nei torrenti!
            Comunque, ripeto, sui dettagli tornerò in seguito. Si realizzarono nuovi impianti a pannelli solari, si trasformarono in centraline elettriche tutti gli acquedotti. Insomma, si raggiunse, l’autosufficienza energetica. La gestione del sistema fu data ai soci privati della cooperativa, garantendo l’efficienza. Con la mediazione della Regione si raggiunse un accordo con la Terna proprietaria delle linee elettriche. Non so come. Ma so che non meno di diecimila famiglie della Carnia, aderirono come soci della nuova Cooperativa. (che si guardò bene dal chiedere prestiti ai soci!). Fu così che in tutte le famiglie della Carnia si prese a pagare l’energia elettrica a meno del 50% del prezzo di mercato. Ma il risparmio sull’energia divenne un moltiplicatore di altri risparmi di cui parlerò nei capitolo seguenti, come quello derivato dal trasporto pubblico in pooling, usando auto elettriche.

Cap. 8 – Satira o racconto?

            Un tale, uno dei pochi cui era capitato di leggere, seppure svogliatamente, quanto andavo scrivendo su “I mitici anni venti”, se l’è presa con me dicendomi “Cavolate! Questa non è satira, ma connivenza”. Da quel che poi mi ha aggiunto ho capito che confondeva la satira, con l’ironia. Gli ho spiegato che la mia poteva considerarsi satira se, con tale nome, s’intende un componimento con un’ attenzione critica particolare alla politica e alla società “mostrandone le contraddizioni per promuoverne il cambiamento”. Comunque, sì, ha ragione lui quando dice che “più che satire i miei sono racconti fantastici”. In effetti per il genere intendo richiamarmi alle satire del poeta latino Orazio, che intitolava le sue satire “sermones” cioè discorsi e le concepiva come riflessioni sulla società del suo tempo. Come lui, anche le mie riflessioni a “piede libero”, inciampando nel porfido sconnesso, immaginando per il mio paese un futuro che immagino possibile, fantasticando prospettive che mi auguro si possano avverare. E tra un inciampo ed una riflessione, mi va pure di importunare il computer, digitandogli ciò che mi passa per la testa. Finiti i tempi della carta, or si digita al mondo. Non si sa bene a chi. Non si può infatti  prevedere chi, a caso, finirà per leggere, ciò che si è digitato. Ma il digitare parole ha un senso in sé, permette infatti di scaricare pensieri che mantenuti in sito, farebbero irritare il colon.


Cap. 9 - Tolmezzo Wi Fi Free.

            Dopo anni di inutili discussioni su come fare in modo che tutti i cittadini potessero disporre della banda larga, alla fine, a Tolmezzo hanno preso il coraggio a due mani, e d’intesa con l’Ascom locale e la Camera di Commercio, hanno deciso, come si suol dire, di fare il salto della quaglia.
            Superando il progetto della rete urbana, già predisposto da amministrazioni precedenti, che avrebbe consentito anche ai cittadini delle frazioni di connettersi a pagamento, hanno deciso di lanciare il progetto Tolmezzo WiFi Free. Si è quindi realizzata una rete di hot spot che copre sia il capoluogo che le frazioni in modo da permettere di ottenere connettività gratuita in banda larga a tutti i cittadini in possesso d’un dispositivo in grado di connettersi. La connettività è libera e gratuita 24 ore su 24, con l’obbligo di identificarsi al momento dell’accesso. La rete tolmezzina aderisce alla rete federata nazionale “FreeItalia WiFi”. Ci si può quindi collegare gratis e navigare in internet, dalle panchine dei parchi e dalle sedie dei bar, piuttosto che dai prati di Pra Castello o mentre si attende la corriera.
            “Ma non basta dare ai cittadini uno strumento, anche se avanzato, se poi non si diffonde l’utilizzo,” hanno pensato giustamente gli avveduti amministratori. Per questo, si sono organizzati degli incontri, nei quartieri e nelle frazioni, per spiegare le possibilità di conoscenza e di intrattenimento interattivo che sono consentite da internet. Non corsi per l’uso del computer, ma incontri per spiegare, soprattutto agli anziani il facile utilizzo del computer, come porta di accesso a internet, per utilizzare Skype, Google ecc.
            E’ stato anche lanciato un bando per i ragazzi delle scuole medie superiori, alla ricerca di idee e suggerimenti su come il Free WiFi, può diventare uno strumento per fare di Tolmezzo una Smart City, con risultati brillanti che si andranno a raccontare nei prossimi capitoli.

Cap. 10 – Carnia Future Forum.

            Si discusse molto (e tra gli storici della Resistenza si discute ancora!) su quale sia stata la scintilla da cui è partito il fuoco sacro che ha cambiato culturalmente la Carnia, consentendo la formazione del clima di entusiasmo che ha portato al magico rinascimento de “I mitici anni venti”.
            I quattro vecchietti che avevano costituito la “Pro Carnia” sostenevano che il merito era loro, perché avevano avuto l’idea del progetto Carnia Future Forum. Non era poi un’ idea così nuova. Anzi era proprio, anche nel nome, un “copia incolla” dell’iniziativa che la Camera di Commercio aveva fatto a livello provinciale. Ma saper copiare è segno di massima intelligenza! Si assunse il tema: immaginiamo come vorremmo la Carnia tra cinque anni e di conseguenza pensiamo a cosa s’ha da fare perché si ottenga il risultato immaginato.
            Su questa idea è stato elaborato il progetto di Carnia Future Forum. Presentato alla Comuità montana ha ottenuto un immediato finanziamento. (Forse era la prima volta che il surplus di entrate derivanti alla Comunità Montana, dalle idee di quando “i vecchietti” erano ancora nell’agone politico, veniva utilizzato per creare sviluppo, e non per gonfiare inutilmente l’organico del personale!).
            Si trattava d’un progetto di animazione culturale in due fasi. La premessa era che “il risveglio” non poteva che partire sul piano culturale, dal ricreare nei giovani un interesse per lo sviluppo del LORO territorio, da un recupero del valore della loro identità di CARNICI.
            La prima fase prevedeva un audit per mettere in luce le cause del problema, individuato nel fatto che, malgrado il forte incremento del tasso di scolarizzazione, nei primi anni del duemila, si fosse assistito ad uno spaventoso calo dal punto di vista culturale. Intendendo per cultura l’interesse che una persona ha nei confronti dello sviluppo della comunità nella quale vive ed opera. Il progetto prevedeva di incaricare come auditor l’esperto che aveva gestito per la Camera di Commercio Friuli Future Forum, che (guarda caso!) era un carnico.
            Non ci volle molto a capire che buona parte della colpa era proprio della generazione de “i vecchietti” che aveva lasciato alla successiva non una storia ma un mito. (sic!)
            La seconda fase del progetto prevedeva due interventi di animazione culturale collegati, aventi come “facilitatore” l’auditor con lo staff che s’era creato. Da un lato si intervenne nelle scuole, obbligando insegnanti ed alunni a confrontarsi, dalle elementari ai licei, sul tema “la Carnia che vorrei”, dall’altro ci si mosse sulle associazioni d’ogni tipo, comprese le pro loco, sul tema del “che fare” e del “chi fa che cosa”. Il collegamento si realizzò nel fatto che gli studenti rientrarono in gioco nel secondo intervento come abitanti dei vari paesi.
            Sarà stato anche un fatto secondario ma si diffusero le iniziative di “i nipoti insegnano ai nonni” collegate alla necessità di far diventare un valore aggiunto l’utilizzo del Wi Fi, portato gratuitamente in tutte le case. Il loop “nonni e nipoti e viceversa” divenne un brand, attorno al quale si sviluppò tutto ciò che andrò a raccontare in un prossimo capitolo.

11 – Dalle stelle alle stalle.

            Non è che tutto andasse per il verso giusto anche  in quel 2016 quando iniziò la risalita verso i Mitici anni venti. Proprio  la sera del 19 febbraio  nella quale i vecchietti discutevano della Carnia Future Forum, Il direttore de “Il Messaggero Veneto” autorizzava la stampa d’una lettera che gli era pervenuta da parte di tal Alcide Catarinussi. Si lamentavano le condizioni dei servizi igienici dell’autostazione. Ai vecchietti si rizzarono i pochi capelli rimasti. Ma come una Comunità piena di soldi da centraline, non trova il modo neppure di sistemare i cessi dell’autostazione? Che pessimo esempio per tutti gli studenti della Carnia! Che brutto biglietto di ingresso per i turisti che arrivano in corriera! Eppure la Comunità è stata affidata a un commissario con i poteri di decidere senza sentire Consigli o Assemblee. Si lamenta che in cessi in buona parte sono cronicamente chiusi. Non sono state appaltate le pulizie? Manca la carta igienica. Dobbiamo accollarci una colletta all’uopo? Che “indecorosa situazione”, come scrive Alcide!
            Per fortuna la Comunità stava esalando gli ultimi singulti, prima di morire senza lasciare rimpianti. Se non in quei quattro vecchietti che ricordavano i bei tempi, Quando in una Comunità con 119 delegati, si riusciva a discutere di tutto. E ci si impegnava anche per lo sviluppo economico, realizzando centraline, capannoni, mercati aste bovine, impianti smaltimento rifiuti. Tutto in un pietoso sfacelo!
            Per fortuna alla Comunità si è sostituita l’UTI della Carnia. Che le cose erano cambiate lo si è potuto vedere proprio a partire dai cessi dell’autostazione. Ampliati, sistemati, abbelliti, con un servizio di pulizia permanente da fare invidia a quello degli Autogrill sulle Autostrade. Con un impianto di telecamere appendice dell’impianto di videosorveglianza installato in tutta l’Autostazione. E’ proprio vero che con i cambiamenti si deve partire dal basso!

12 - Dal terremoto l’idea della rinascita.
            Una spinta decisiva per il decollo dei Mitici Anni Venti a Tolmezzo, è stata una ritrovata intesa con Gemona che ha portato a parlare di Mitici Anni Venti per l’AltoFriuli.
            Nel 2016 correva il quarantesimo anniversario del terremoto che aveva distrutto il Medio Friuli il 6 maggio 1976. La Regione pensò ad una celebrazione all’insegna del “quanto è bravo questo popolo friulano!”. Nell’Alto Friuli che comprende quella che era stata considerata la capitale del terremoto, l’entusiasmo celebrativo si spense subito nella considerazione che, a ben guardare, c’era ben poco da celebrare visto che era in corso lo smantellamento di quanto aveva caratterizzato la ricostruzione. La Carnia aveva perso il Tribunale, la Coop.Ca, le Caserme, Gemona, per effetto della riforma sanitaria regionale stava perdendo l’ospedale. Forse anche Gemona, per la prima volta, si rendeva conto che non sarebbe stata il naturale piede della frana che stava investendo la montagna. Come dimostrava la stato di agonia dell’ospedale la frana avrebbe coinvolto tutto l’Alto Friuli, a lungo andare, a solo vantaggio di Udine.
            Fu dall’analisi di quanto stava succedendo per effetto della riforma sanitaria che scattò la reazione. Il non aver trovato un’ intesa bipolare tra Gemona e Tolmezzo, si capiva ormai che aveva innescato una frana nella sanità, che spostava il baricentro del sistema sanitario su SanDaniele, con un danno immediato per Gemona ed in prospettiva per Tolmezzo e l’intera montagna.
            I processi economici e sociali non si arrestano, vanno invertiti. Su questo presupposto tra Gemona e Tolmezzo si riprese a parlare di Alto Friuli, Non per farne una istituzione senza poteri per incidere sugli sviluppi economico-sociale, come sarebbe stata la Provincia che avrebbero voluto i promotori del referendum, ma per farne un sistema economico e sociale basato sull’Asse Gemona-Tolmezzo.
            La riforma dei Consorzi Industriali si era conclusa inglobando il Gemonese su Udine, lasciando autonoma la Carnia con il Cosilt. Due paradossi in uno perché la Carnia è sottodimensionata per un Consorzio Industriale, facendo slittare il Medio Friuli su Udine si crea un mega Consorzio, talmente articolato sul territorio, da non aver alcuna possibilità di programmazione progettuale. Da qui l’idea di rivedere il tutto sulla considerazione che le zone industriali di Amaro e Osoppo possono essere considerate contermini perché collegate da 10 minuti di autostrada. Da qui l’idea d’un Consorzio industriale dell’Alto Friuli. Da qui l’idea di inglobare e fondere Innova Fvg, facendo diventare il Consorzio un centro per l’innovazione tecnologica, incubatore per la nascita di nuove imprese.
            Da qui l’idea che per fare  il sistema Alto Friuli si doveva prima di tutto attivare le connessioni. Un investimento massiccio sulla banda larga, ma anche la ripresa di collegamenti fisici.  Si è ottenuto che Amaro-Gemona sia un tratto di autostrada che si percorre gratuitamente. I due centri sono collegati tra loro da autobus diretti via autostrada. Diventano così collegati, con distanze di soli venti minuti, i due ospedali ed i due centri scolastici.
            Dall’economico al sociale. Unificate le due aree industriali si è passati a rivedere la riforma sanitaria, puntando sui collegamenti sia dal punto di vista sanitario che degli utenti. Non è stato facile perché in passato si erano commessi errori che ancora bruciavano. Ma alla fine si è capito che l’Unione fa la forza, è nato così un Centro Sanitario bipolare capace di unire la qualità umana dell’assistenza dei piccoli ospedali, con un’alta specializzazione delle prestazioni. Per questo capace di attrarre utenza da tutto il Medio Friuli. Gemona è diventato un centro specializzato a livello regionale in urologia per la chirurgia e in diabetologia per la medicina.
            Il modello è stato poi trasferito al sistema scolastico. Si è capito che ci si poteva porre in alternativa a Udine con scuole ad altissima specializzazione ma non sovradimensionate. Gemona e Tolmezzo si sono divisi gli indirizzi e in breve sono riusciti a fare dei centri scolastici di eccellenza, collegati tra loro dall’autobus autostradale. Rivedendo il sistema dei trasporti del Medio Friuli, puntandolo su  Gemona e non solo su Udine, si è ottenuto che anche il Centro scolastico diventasse polo di attrazione per il Tarcentino e il Sandanielese.
            Una volta decollata l’idea del sistema sull’Asse Gemona Tolmezzo, si è riusciti a declinarla anche in ambiti nei quali sembrava impossibile la collaborazione, come quello turistico o dell’agroalimentare. La forza di questa Asse con l’appendice del Tarvisiano si è dimostrata vincente soprattutto a favore della montagna. Le aree interne infatti sono vivibili se sono il retroterra d’un territorio vivo e dinamico. Isolate, non possono avere altro che la forza di piangere.
            La classica ciliegina sulla torta è stata infine la costituzione dell’Associazione tra le tre UTI dell’Alto Friuli sotto il nome di Comunità montana delle alpi e prealpi giulio carniche. Non è stato facile, come non era stato facile arrivare alla costituzione delle Uti. Ma alla fine è prevalsa l’idea che se compito dei Comuni non è solo quello di gestire l’anagrafe, le strade e l’edilizia privata, ma quello di partecipare attivamente allo sviluppo economico e sociale del territorio, questa prospettiva non poteva che realizzarsi nella dimensione territoriale dell’Alto Friuli, con positive ricadute anche sui Comuni più periferici.
            Si è costituito un organismo snello gestito dai tre Presidenti delle Uti, con il compito di coordinare le politiche di sviluppo e quindi di scegliere e controllare nella loro attività le terne proposte per l’amministrazione di tutti i Consorzi locali, da quello industriale a quello turistico, del bosco, dell’agroalimentare et via di seguito.
La Comunità si è assunta il compito primario di gestire l’assistenza, e l’fa fatto con criteri assolutamente innovativo L’asilo nido diffuso e la Casa di riposo aperta. Tre asili nido collegati con una rete di Tagesmutter collegati in rete per dare il servizio anche nei paesi più periferici. Le case di riposo aperte per dare assistenza, con un continuo monitoraggio, alle persone anziane che non volevano e potevano restare nelle proprie case. Nulla di eccezionale, si dirà. Ma sta di fatto l’Alto Friuli è diventato meta per studiosi e delegazioni dalle altre Regioni d'Italia che venivano a studiare il modello di assistenza socio sanitaria.








giovedì 28 gennaio 2016

Dove è nato Marco Polo? Tra gli storici la discussione è aperta.
L'autore invece pare non aver alcun dubbio! E' nato nel castello di suo nonno, ove c'è ora il cimitero di Fusea e Cazzaso alle falde del monte Diverdalce in Comune di Tolmezzo Provincia di Udine.
Qui è ritornato per raccontare al nonno l'avventura della scoperta della Cina. Il nonno ha fedelmente trascritto il racconto e che l'autore ha ricopiato e dato alle stampe.


Il romanzo sulla vita di Marco Polo nato a Cazzaso di Tolmezzo

Per leggere le prime pagine del libro o acquistarlo clicca di seguito.




Dalla geologia (per bocca di Mussolini!) (sic!) una conferma al romanzo.

         Correva l’anno 1907. Correva, per modo di dire. Per il maestro Mussolini, costretto dal bisogno a fare il maestro a Tolmezzo, non correva affatto. Non vedeva l’ora finisse l’anno scolastico per poter abbandonare un paese che non gli piaceva a motivo dei suoi abitanti. Si sentiva come soffocato dal miasma dell’invidia che copre la conca tolmezzino. Impedito a muoversi in un ambiente culturale caratterizzato dalla maldicenza, dall’idea che la propria crescita può avvenire solo a danno degli altri. Tra gente abituata a misurarsi non per quanto si è cresciuti, anche con il concorso degli altri, ma per quanto si è riusciti a rimpicciolire gli altri.
         Non si rincorrevano veloci le giornate, l’una sull’altra, al contrario si snocciolavano in una successione lenta. Sfibrante l’attesa che su ogni giorno calasse finalmente la sera! Per sua fortuna il maestro aveva trovato un ambiente più accogliente nella frazione di Cazzaso. Ove aveva anche imbastito una bella storia d’amore con tale Polo Domenica, domiciliata nei casolari di Durànc a mezza strada tra Fusea e Cazzaso.
         Stava trascorrendo con lei le vacanze di Pasqua. Cadeva in quell’anno  il 31 marzo e l’anticipo a marzo della festa, pareva avesse anticipato la primavera. Se ne stavano a godere il primo tiepido solo sui prati sopra il casolare, quando furono disturbati da un giovane che scendeva dal bosco sovrastante.
         Mussolini lo riconobbe subito. Era Michele Gortani, un coetaneo, proprio della sua classe il 1883, che si era già laureato a 21 anni in scienze naturali. Appassionato di geologia girava le montagne in cerca di fossili, ed anche quel giorno era finito da quelle parti a motivo dei fossili.
         “Che fai da queste parti?” gli chiese Mussolini.
         “Non pensavo di trovarti fin quassù,” rispose Michele, sorpreso ed anche un po’ imbarazzato. Tra loro  c’era stata qualche giorno prima una accesa discussione politica all’albergo Roma. Tra i due, l’uno acceso socialista rivoluzionario, l’altro convinto democratico cristiano, per poco dalle parole non si era passati alle mani, se non si fosse intromesso il titolare dell’Albergo. “Sono per fossili,” aggiunse poi, “mi hanno segnalato una scoperta eccezionale.”
         Mussolini s’interessava un po’ di tutto. Ma di fossili no. Comunque, anche per mostrare al coetaneo che non serbava rancore per i toni forti della discussione che c’era stata tra loro, diede a vedere d’interessarsi alla scoperta.
         Michele gli mostrò un fossile che avevo nello zaino. “E’ stato trovato da un mio amico, il prete di Sezza Gio Batta Facci, poco qui sopra, in Tòf, ai bordi della frana che ha interessato il paese di Cazzaso. Sono giorni che batto la zona per vedere se ce n’è altri.”
         “E che cosa avrebbe di eccezionale?” chiese Mussolini esaminando il sasso che Michele gli stava facendo vedere. “E’ solo il fossile d’un pesce,e  mi risulta, ce ne sia molti su queste montagne!”
         “Lo sconvolgimento prodotto dalla frana, rende difficile la ricostruzione stratigrafia del monte Diverdalce. Ma non ho dubbi che si tratti di  un ittiolite del Raibliano superiore. L’eccezoionalità sta però nell’originalità del pesce. A me sembra si possa catalogare come  un Pholidophorus per la somiglianza con l’aringa, ma non sono sicuro. I nostri pesci di questo periodo sono  solitamente dotati di una copertura di scaglie granoidi. Proprio la mancanza di queste scaglie mi ha insospettivo, e, dopo una breve ricerca, ho trovato  che c’è una affinità particolare di questo reperto, con alcuni pesci che sono stati trovati in Cina. Mi entusiasma quindi l’idea d’aver scoperto che le faune triassiche della Cina sono simili a quelle della Carnia. Una scoperta che può rivoluzionare la geologia mondiale!”
         Non avendo competenza al riguardo Mussolini si limitò a complimentarsi con Michele per la scoperta, augurandogli di trovare altri ittioliti a conferma della sua tesi.
         “Non ne troverà altri,” commentò Domenica appena si fu allontanato il giovane.
         “Che ne sai tu?” le chiese Mussolini sorpreso per la certezza che aveva dimostrato facendo l’affermazione.
         “La scoperta di cui ha parlato il professore, mi pare che confermi la leggenda a proposito di  Marco Polo”
         “Che leggenda?”
         “Il cognome di mio marito, che ho assunto anche io, è Polo. Tra le varie leggende che si raccontano in paese nelle serate “in file” nelle stalle, come quelle dell’Ebreo Errante e di Guerrin Meschino, c’è anche quella di Marco Polo. Il famoso esploratore sarebbe nato qui, discendente dei Polo della Carnia. Qui sarebbe salito, di ritorno dalla Cina portando a suo nonno del legno di mogano e il fossile d’un pesce. Il legno di mogano, come regalo a chi gli aveva fatto conoscere le particolarità dei legni e dei boschi della Carnia, il pesce fossile a ricordo delle ore che Marco Polo ragazzo aveva passato assieme al nonno a pescare.
         Distrutto il castello dei Polo, il fossile sarà stato utilizzato dai ragazzi come giocattolo e in qualche modo è finito dove l’ha trovato il prete di Sezza”
         A sentire l’interpretazione della sua amica, Mussolini non potè fare a meno di scoppiare in una fragorosa risata. Poi commentò: “E proprio vero che la scienza può essere leggenda, mentre le leggende possono avere un contenuto scientifico!”
         “Chissà che anche la leggenda di Marco Polo, nato in Carnia, non possa avere un fondo di verità, commentò Domenica Polo, soddisfatta di potersi considerare imparentata con il famoso scopritore della Cina nel Medioevo.

(Dal romanzo di prossima pubblicazione
MUSSOLINI A TOLMEZZO, maestro elementare, socialista rivoluzionario).